Il BIM e l’Impresa di Costruzioni

Angelo Luigi Camillo Ciribini - DICATAM, Università degli Studi di Brescia e ITC CNR 21/09/2018 2213
Se la committenza, anzitutto pubblica, appare il soggetto oggi più sollecitato dai processi di digitalizzazione, l’impresa di costruzioni non appare, naturalmente, certo un’entità meno significativa in merito.
Occorre, perciò, domandarsi in che modo effettivamente essa già abbia accolto o stia attualmente accogliendo la tematica.

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La definizione di impresa di costruzioni (e di installazioni) è soggetta a molte variabili: dalla specializzazione alla dimensione, dal fatturato alla internazionalizzazione, cosicché non ha un senso compiuto proporne una generalizzazione.
Dal punto di vista nominale, peraltro, da ANCE a CNA, tanto a livello nazionale quanto a livello territoriale, è possibile affermare che l’informativa sull’esistenza del BIM sia divenuta ormai capillare, sino a giungere a istituire, in taluni casi, veri e propri sportelli di assistenza dedicati.
Anche a livello sovranazionale FIEC ed EBC hanno avviato da anni una azione tesa a sensibilizzare gli associati sui mercati domestici.

La prima difficoltà da considerare consiste, tuttavia, nella definizione e nei contenuti che all’acronimo BIM si intendono dare: da essi sicuramente deriva la percezione effettiva del tema, oltre che gli oneri reali e figurativi da sostenere, nella misura in cui l'avanzare del metodo e degli strumenti rende ormai esausta la retorica basata sulle promesse e impone ai vertici aziendali una rigorosa misurazione dei ritorni.
Considerando anche che molte imprese di costruzioni si sono private, nel corso degli anni, di una adeguata struttura tecnica, oltre ad avere esternalizzato in gran misura l’operatività di cantiere, è probabile che la «media» impresa affronti per la prima volta non retoricamente la sfida digitale solo in occasione di qualche gara di appalto o di qualche richiesta puntuale da parte di committenze, sfortunatamente raramente padrone della materia.
Ciò significa che l’approccio probabilmente non passerà normalmente dall’esigenza di riconfigurare i processi aziendali, in una epoca di rivisitazione del settore e del mercato, bensì dalla necessità di soddisfare in termini premiali precise richieste, spesso confuse, contenute nei documenti di gara per le offerte tecniche.
Il BIM, quindi, ha buone probabilità di essere trattato dapprima teoricamente, con riferimenti sintetici, e successivamente nominalmente, tramite la produzione di documenti in parte retorici, come per il piano di gestione informativa.

A prescindere dalla consapevolezza e dalla correttezza dei capitolati informativi predisposti dai committenti, la redazione dell’offerta di gestione informativa passerà spesso attraverso consulenti esterni che, nel caso della sola esecuzione, descriveranno modalità attuative spesso mai sperimentate in precedenza dal concorrente o, comunque, tese a impressionare una commissione giudicatrice, piuttosto che non a rispecchiare culture e prassi consolidate.
Più probabilmente, tali narrazioni e le pratiche corrispondenti riguarderanno più la progettazione costruttiva che non l’adozione di prassi digitali nella gestione del cantiere, sia in virtù della mentalità analogica prevalente sia per il tramite di un ricambio generazionale non agevole né rapido.

Il che significa che, in realtà, la digitalizzazione molto raramente raggiunge le pratiche operative quotidiane degli attori presenti nei cantieri, se non nella forma indiretta degli elaborati tratti dai modelli informativi: in questo senso, la presenza dei modelli informativi difficilmente oltrepassa le baracche di cantiere, mentre altrove, a prescindere dal Field BIM, si allestiscono, ad esempio, grandi touch screen consultabili dagli operatori.

Dietro a queste prime considerazioni stanno, comunque, alcuni punti salienti:
  1. la discrepanza tra la documentazione progettuale fornita tradizionalmente e i contenuti dei modelli informativi.
    Tale criticità è dovuta essenzialmente a un approccio analogico alle metodologie e agli strumenti digitali, che, spesso per necessità, ibrida i contenuti informativi, sottraendone una gran parte ai modelli informativi (oltretutto, in assenza di un efficace ambiente di condivisione dei dati) e rendendone una restante parte poco parametrica;
  2. la configurazione dei modelli informativi predisposti dai progettisti che non riflette le logiche di impresa, tanto da dover essere non di rado radicalmente rifatti. Di là da, in molti casi, di dubbie capacità dei progettisti di committenza nel gestire in maniera davvero collaborativa e integrata la progettazione, è raro che i modelli informativi utilizzati dall’impresa di costruzioni coincidano, nella strutturazione e nella configurazione dei dati, con quelle dei progettisti. Ciò palesa una condizione distintiva che riflette una vera e propria dis-integrazione dei processi e una notevole dis-economia dal punto di vista della logica industriale, a dispetto di molti racconti sulla multi-disciplinarietà irenica;
  3. la gestione dei modelli informativi nei confronti di una catena di fornitura solo parzialmente digitalizzata, tanto che, non solo in Italia, con rare eccezioni, il flusso e lo scambio dei dati all’interno della controparte esecutrice si arresta al primo livello di contratto, obbligando le imprese principali di costruzioni a trattare più tradizionalmente fornitori e subappaltatori nella gestione degli elaborati e dei documenti. Qui la carenza sistemica appare evidente,  necessitando di anni per essere colmata;
  4. l’interazione con uffici di direzione dei lavori poco avvezzi alla gestione informativa non valorizza sicuramente le potenzialità dei processi digitalizzati, costringendo spesso le dinamiche informative digitalizzate all’interno della controparte, senza che esse, in una diversa contestualizzazione contrattuale, possano essere condivise.
Tutto ciò, di per se stesso non banale, vale se ci si limita alla produzione e alla gestione delle informazioni a livello di progettazione costruttiva in funzione dei SAL e dell’As Built.
 
Per quanto, poi, riguarda il 4D e il 5D Modeling, elementi fondamentali per il Project PlanningMonitoring & Control, essi sono quasi sempre ridotti a strumenti di visualizzazione e di comunicazione nelle offerte, trovando assai poco spazio, eccezioni a parte, nell’operatività corrente dei cantieri.
In buona sostanza, ammesso che gli indicatori di prestazione del controllo di gestione e del Construction Management siano adottati, allo stato attuale essi trovano molta difficoltà a essere operativamente trasposti in termini di 4D e di 5D, perché la correlazione tra visualizzazione geometrico dimensionale e analisi alfa numerica è debolissima.
È chiaro, infatti, come manchi completamente la percezione del Data Modeling che sovrintenda all’Information Modeling, tale per cui le registrazioni effettuabili in campo in tempo reale (ancorché soggettivamente) non fluiscono entro una architettura strutturata, non contribuendo in alcun modo a supportare i processi decisionali.
 
Tale carenza del framework genera attualmente una scarsa utilità del Field BIM e, soprattutto, impedisce prospetticamente una accezione più avanzata sia in termini di elaborazione semi automatica dei dati generati e acquisiti soggettivamente sia in termini di sincronizzazione delle decisioni nel pianeta connesso dell’Internet of Things (dei dati che sono originati oggettivamente e sono leggibili dalla macchina) e al ricorso a modalità predittive basate sull’Artificial Intelligence. Quest'ultima, invero, implicherebbe una alleanza tra potenziali competitori al fine di creare in maniera omogenea e strutturata basi di dati e serie storiche sufficientemente ampie e rappresentative in relazione ai fenomeni legati alla produzione cantieristica.
Le stesse metodiche dipendono anche dal ricorso, pressoché inesistente, alle simulazioni preventive legate ad ambienti di gioco e di immersione.
Cosa differente è, quindi, l’implementazione dei modelli informativi nella gestione vera e propria del cantiere, il cosiddetto Field BIM, appunto, che, infatti, prevede non solo l’evoluzione della progettazione costruttiva, ma pure il ricorso alla digitalizzazione dei sistemi di regolazione (dall’avanzamento dei lavori alla qualità, dai SIL alla sicurezza).
In questo caso, si tratta di introdurre e di gestire metriche in tempo reale e in remoto che gradualmente colleghino la singola commessa e il singolo cantiere al sistema informativo aziendale, con tutte le difficoltà insite nei lavori e nei contratti assunti come RTI.
Ovviamente, poco oggi si può dire sulle forme effettive di sincronizzazione, di automazione o di robotizzazione del cantiere, ma è chiaro che una gestione digitalizzata delle commesse, sia pure eterogenee e diversificate, senza un collegamento diretto ai sistemi informativi e decisionali aziendali, rischia di apparire sterile.
D’altro canto, tale condizione rifletterebbe una piena digitalizzazione nei processi aziendali che condurrebbe a ridisegnare, come detto, l’organizzazione imprenditoriale, eventualità di rado ben accetta da parte dei vertici aziendali, in un ambito, d'altronde, di diversificazione del rischio e di coalizioni ad assetto variabile.
La maggiore maturità digitale potrebbe, comunque, dipendere, in assenza di una cultura digitale del top management, dal fatto che nelle JV rinunciare a un governo digitale da parte dell’impresa mandataria potrebbe comportare un indebolimento a favore delle imprese mandanti.
Ecco che, paradossalmente, scartata l'ipotesi di condivisione dei dati sensibili, giacché nei raggruppamenti temporanei l'informazione scorre con attrito, il sospetto nei confronti dei partner potrebbe divenire un collante formidabile.
Più che dalle richieste di committenze poco preparate o dalle virtù intrinseche delle imprese di costruzioni, l’innesco potrebbe, perciò, doversi dare a causa dei rapporti inter-imprenditoriali e, in seno a essi, in ragione della opportunità di efficientare la predisposizione delle offerte tecniche nell’ufficio gare, investito del tema prima dell’ufficio acquisti e della direzione tecnica.
Solo successivamente si tratterà di rimpiazzare i capi commessa e cantiere e di rendere digitalizzati i processi aziendali veri e propri, nonché di procedere a un’ottimizzazione della catena di fornitura.
Questa riflessione, escludendo le grandi imprese, che richiedono analisi specifiche, in corso di svolgimento altrove, si applica alle medie imprese strutturate: per le micro e le piccole imprese, nelle loro diverse vesti, il discorso diviene assai più problematico.
Esse, infatti, sono oggi allettate a confluire nell'eco-sistema computazionale da presunti vantaggi (invero da dimostrare), ma al proprio interno potrebbero comportarsi secondo criteri rigidi che permettano al gestore della piattaforma digitale di orientarne le scelta secondo una concezione data-driven.
 
Ciò che accomuna, però, micro, piccole, medie e grandi imprese di costruzioni è il percorso evolutivo che, curiosamente, da un punto di vista nominale, parrebbe regressivo, dall'Information Modeling al Data Modeling, nel senso che l'ambiente di condivisione dei dati, la piattaforma, l'eco-sistema che dir si voglia, prevarrà gradualmente sui modelli informativi, a seconda del quadro strutturale del sistema di strutturazione delle informazioni che connette accertamenti soggettivi e oggettivi, valutazioni predittive e consuntive.