L’Italia Digitale delle Costruzioni nel contesto dei Principali Paesi Europei: Velocità Differenziate e Maturità

La valutazione della maturità digitale dei Paesi

La stima del livello di maturità digitale dei Paesi che appartengono al continente europeo (inteso quale Unione Europea, Area Economica Europea e Federazione Russa) è impresa ardua, nel senso che occorrerebbe un criterio di valutazione preciso e condiviso, sfortunatamente assente.
Esistono, invero, alcune ipotesi metodologiche unilaterali, alcune delle quali particolarmente sofisticate: resta, comunque, il fatto che alcune inchieste pur sommarie condotte a livello continentale hanno evidenziato come in una buona parte delle commesse in cui l’information modeling and management sia citato manchino addirittura  sia il capitolato informativo sia il piano di gestione informativa.
Il che offre l’idea che il ricorso a processi digitali si attesti ancora su livelli strumentali, atteso che qualora vi fossero i documenti di indirizzo e di pianificazione questi si rivelassero adeguati, cosa non frequentissima se si guarda al fatto che spesso i capitolati informativi trascurano i contenuti computazionali, i piani di gestione informativa sono avulsi dal programma di gestione della commessa, gli ambienti di condivisione dei dati non sono altro che meri sistemi di gestione documentale.
Tra i modelli di valutazione disponibili non appare trascurabile il metodo che considera se le politiche di adozione, in particolare, della modellazione e della gestione informativa siano avvenute in maniera verticistica, intermedia o basilare.
In definitiva, come si vedrà in seguito, un criterio da seguire potrebbe dipendere dalla valutazione della capacità degli operatori di un singolo mercato domestico di strutturare i dati negli ambienti di condivisione al fine di destrutturarli più opportunamente entro gli ecosistemi digitali più ampi.
Se, peraltro, mancano, in sede europea, analisi attendibili sulla qualificazione dei benefici arrecati dalla digitalizzazione (dalla modellazione informativa), poiché anche le stime più serie appaiono deboli, sono, invece, sinora abbondate le retoriche e le aspettative.
 
Digitalizzazione e gestione informativa sono, in effetti, stati, nel passato, racconti persuasivi che hanno ormai, però, esaurito la spinta propulsiva e che necessitano di riscontri non immaginifici e di legittimazione  quantitativa.
Tali narrazioni hanno svolto il ruolo trainante per i Paesi, come il Regno Unito, in cui, in una fase di crisi congiunturale del mercato, le suggestioni hanno permesso, anni fa, di indirizzare sulla digitalizzazione le attenzioni degli operatori, ma, ad esempio, la Repubblica Ceca, coi suoi atti di indirizzo, testimonia che il meccanismo non possa oggi essere che quello dei riscontri concreti.
Tra l’altro, la vicenda britannica si caratterizza per il fatto di essersi sviluppata in un retroterra in cui storicamente, in molti rapporti governativi, l’inefficienza dell’informazione era giudicata la causa principale della cattiva decisione.
Si deve rammentare, poi, che il vantaggio effettivo dipende dagli oneri dovuti alla rivisitazione di mentalità e di assetti, da un autentico ripensamento, quindi, del mercato.
 
Tra l’altro, sinché non si fosse giunti a una diffusione pervasiva di certe prassi, i vantaggi sistemici non potrebbero aver corso completamente.
L’Italia detiene, in ogni caso, un primato particolare nella estensione, sia pure graduale e progressiva, degli obblighi verso la modellazione e la gestione informativa, attraverso un grado di generalizzazione assoluta, per quanto attiene ai contratti pubblici, che non si ritrova, ad esempio, in forma identica, in alcun altro dei maggiori Stati Membri della Unione Europea, pre o post Brexit.
Che poi, all’interno della Domanda Pubblica, tale condizione non paia essere, in Italia, allo stato attuale, avvertita con accentuata urgenza o preoccupazione, specialmente a livello delle amministrazioni regionali e degli enti locali, è sicuramente tema degno di una riflessione specifica, non solo in virtù del fatto che il decreto ministeriale di cogenza sia privo di un quadro sanzionatorio.
D’altra parte, uno stato di cogenza formale non comporta forzatamente, sul piano sostanziale, una garanzia di adempimento sostanziale, ma il ritardo nell’avvio dei processi di digitalizzazione, a prescindere dai risultati, assai sperimentali e talora controversi, sin qui ottenuti dai più volenterosi, dimostra una incomprensione sostanziale del tema.
Ancora, bisogna ricordare che la digitalizzazione non riguarda solo i contratti pubblici e che, oltre alla diffusione nelle operazioni immobiliari private, già in atto, ad esempio, sul mercato milanese, essa può estendersi attraverso le procedure amministrative digitalizzate al rilascio dei titoli abilitativi, nonché alla gestione dei patrimoni immobiliari privati.

La digitalizzazione nei Paesi Europei

Prima di considerare i Paesi Comunitari e quelli appartenenti all’Area Economica Europea, in quanto tali, nei diversi approcci bottom up, middle out e top down, bisogna osservare due aspetti cruciali.
Il primo di essi ha a che fare con gli Stati Uniti, in quanto in quel Paese, risiedono sia le prime esperienze, e le più forti, di digitalizzazione legate alla modellazione e alla gestione informativa sia la maggior parte degli ICT Player, non solo quelli più vicini al settore (Autodesk, Bentley, Trimble: non Dassault o Nemetschek), bensì pure quelli che vi stanno entrando per altre vie (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft, IBM, e così via: non ABB, Schneider, SAP, Siemens, ecc.).
 
Considerando i principali Paesi Comunitari, le strategie appaiono simili, ma, al tempo stesso, differenziate.
Negli Stati Uniti, tuttavia, a livello federale, nonostante i molti apporti statali, non esiste una direttiva unitaria né, tanto meno, un orientamento verticistico: questo spiega, per le altre Macro Regioni mondiali il ruolo di riferimento potenziale che possa essere svolto dallo EU BIM Task Group, che raccoglie ormai la maggior parte dei Paesi Europei.
Se ciò nell’immediato potrebbe applicarsi, ad esempio, all’America Centrale e Meridionale o al Medio Oriente, è palese, però, che la sfida sull’influenza culturale in tema di digitalizzazione della AECO Industry, si giocherà tra Stati Uniti, Cina, Russia e Unione Europea nel continente africano, sinora molto marginalmente toccato dal tema.
 
In secondo luogo, in Europa, assieme agli Stati Uniti e all’Australia, si sono sviluppati i maggiori studi sulle implicazioni giuridiche della digitalizzazione nel settore specifico, in virtù non solo delle tematiche classiche della tutela della proprietà intellettuale, della protezione dei dati e della allocazione delle responsabilità, bensì, soprattutto, per il ruolo che il Partenariato Pubblico Privato assumerà in funzione dei vincoli della spesa pubblica nella Unione Europea, al netto della sua eventuale dissoluzione.
Per questa ragione, ad esempio, presso il King’s College, a Londra, si è formato il Transnational Alliance Group, tra i cui promotori figura il CCLM, centro interuniversitario dedicato a Construction Law & Management, costituito da tre atenei lombardi (Politecnico di Milano, Università degli Studi di Brescia, Università degli Studi di Milano).
 
Il caso del Regno Unito è peculiare, in quanto, pur essendo la Danimarca lo stato precursore dell’obbligo, in assoluto, esso ha avuto il merito di includere il tema come decisivo all’interno della propria politica industriale, essendo, in seguito, capace di porsi come riferimento non solo sovranazionale, ma anche internazionale, fungendo, addirittura, da consulente per altri Paesi, non solo legati al Commonwealth, come nel Middle e nel Far East.
Gli obblighi legislativi, se così si possono definire, restano eterogenei tra gli Home State, e il grado di evoluzione andrebbe osservato con lenti più approfondite e più disincantate di quanto comunemente non si faccia.
L’Inghilterra rimane, per i lavori pubblici, il mercato principale, per cui esiste una soglia economica di imposizione dell’adozione, legata alle amministrazioni statali; discorsi specifici devono essere fatti per il Galles e per l’Irlanda del Nord, mentre la Scozia ha definito un proprio BIM Implementation Plan, ricco di ausilî.
Nella prima fase, quella prodromica, il ruolo di guida e di disseminazione dello EU BIM Task Group si è rivelato fondamentale, sotto gli auspici dell’Adviser governativo, del Cabinet Office e di quello che sotto le denominazioni di BIS e BEIS, potremmo definire il dicastero dello sviluppo economico.
L’azione si è, poi, dispiegata attraverso gruppi di lavoro tematici, BIM4, e Cluster e Region territoriali.
L’eredità formale della task force governativa, composta prevalentemente, peraltro, da rappresentanti del mercato, è stata assunta, in seguito, in via più informale e volontaristica, a partire dal 2016, da UK BIM Alliance, successivamente fusasi con il capitolo locale, IUK, di buildingSmart International.
Sotto altra veste, a prescindere da altri centri di competenza, principale appare oggi il ruolo del Centre for Digital Built Britain.
D’altra parte, la adozione della digitalizzazione tra i dicasteri non è stata così omogenea (tra i più attivi si segnala il Ministry of Justice) e, a prescindere dalle amministrazioni statali e da entità pubbliche significative non sottoposte formalmente all’obbligo, minore appare, in superficie, la risposta degli enti locali, esattamente come sta avvenendo in Italia.
Ciò che è, tuttavia, indubitabilmente apprezzabile è la abilità di costituire alcuni punti di riferimento sul piano normativo e paranormativo (per quanto, in realtà, i recepimenti in sede ISO e CEN dei testi britannici siano stati assai mediati rispetto ai testi originali), nonché di disegnare, attraverso la Road Map di Digital Built Britain, il Construction Deal (che ha dato origine alla Industrial Strategy) e la National Infrastructure Commission, scenari molto ambiziosi e avanzati.
Si tratta di un passaggio non irrilevante, poiché, almeno in apparenza, il cosiddetto UK BIM Level 2, che era stato concepito come uno stato di avanzamento digitale intermedio, presupposto per una evoluzione assai più spinta, ha goduto di una sua propria riconoscibilità, più difficilmente percepibile per i successivi stadi di progressione che, appunto, tendono a dilatare l’orizzonte su passaggi innovativi, legati alla Smart City, alla Service Provision, ai Social Outcome e, in primo luogo, alla Data Driveness, stadi che potrebbero permeare le grandi sfide sociali.
Ovviamente, le riflessioni avanzate dovrebbero essere corroborate, qui come altrove, da una indagine più attenta relativa ai committenti strumentali privati e agli sviluppatori immobiliari, più difficile da eseguire che, a livello europeo, sono noti nelle loro eccellenze, ma statisticamente non conosciuti.
 
Il caso della Francia appare altrettanto rilevante in quanto, con un approccio tipicamente sistemico, si sono sviluppate due iniziative complementari sul piano tematico, l’una dedicata alle costruzioni generali, il Plan Transition Numérique du Bâtiment, di natura pubblicistica, l’altra rivolta alle infrastrutture, il Projet National MINnD, di carattere privatistico, pur con riconoscimento pubblico, che riflette lo stato culturale, assai significativo, delle grandi società di ingegneria e delle grandi imprese di costruzioni francesi.
Il Plan Transition Numérique du Bâtiment restituisce, perciò, un investimento operato dal ministero che ha competenza sull’edilizia (il Bâtiment), la cui denominazione è variata nei diversi governi che si sono succeduti, dicastero che ultimamente ha assunto un ruolo diretto assai attivo, unitamente al CSTB, all’interno delle iniziative comunitarie, pure entro il quadro di una cooperazione bilaterale tra Francia e Germania.
È interessante rimarcare che probabilmente la prosecuzione del Projet National MINnD, inerente ai Travaux Publics, che rispecchia la capacità aggregativa di tutte le componenti del mercato (incluse quelle della committenza, come per EDF, SNCF, Grand Paris, Grand Lyon, e così via), verterà sui temi avanzati assimilabili a quelli proposti da Digital Built Britain.
In Francia, inoltre, la digitalizzazione del comparto ha, sia pure modestamente, interagito con le strategie di digitalizzazione amministrativa della Domanda Pubblica di competenza del dicastero dell’economia e della finanza. Il caso francese, tuttavia, presenta, peraltro, entro e tra le diverse iniziative, una forte interazione sistemica tra i soggetti.
Si tratta, a proposito del Projet National MINnD, di un caso estremamente pregevole, in cui lo scrivente, unico straniero, è stato coinvolto attivamente, che, però, difficilmente sarebbe trasponibile nel contesto italiano.
Anche in Francia, il capitolo locale di buildingSmart International ha svolto un ruolo informativo di una certa rilevanza, anche in collaborazione con altre entità.
L’esperienza francese indica, comunque, la possibilità di costituire gradualmente riferimenti metodologici e operativi per il mercato, in analogia all’operato, svolto tra il 2011 e il 2016, dallo UK BIM Task Group, ma è bene ricordare che non vi è alcun Paese in cui capillarmente la digitalizzazione (segnatamente la modellazione e la gestione informativa) abbia compiuto interamente la sua parabola iniziale, oltre il primo livello di fornitura.

Il caso della Germania ha sinora visto un Ministero Federale (oggi affiancato da alcuni Land), quello delle Infrastrutture Digitali e dei Trasporti, elaborare un percorso incrementale (Stufenplan) per il campo infrastrutturale, in collaborazione con Deutsche Bahn e DEGES (su un programma di monitoraggio delle commesse pilota), culminato nella prossima costituzione di un Centro di Competenza Nazionale.
Nel frattempo, si è completato, appunto, il programma di analisi e di monitoraggio condotto per conto del ministero sotto la denominazione di Infra4BIM.
Il percorso compiuto da questo dicastero deriva da una indagine condotta sui cosiddetti Baudesaster, che aveva evidenziato la opportunità di mitigare i rischi attraverso la digitalizzazione.
Sulla scorta di questa azione, anche altri dicasteri del Governo Federale si stanno muovendo (specie quello degli Interni), sul versante edilizio, sulla scorta di un grande programma di investimenti previsto per l’edilizia residenziale di concerto con gli stati e con le municipalità.
La struttura federale comporta, infatti, ovviamente che l’implementazione avvenga sui tre livelli centrale, statale e comunale.
In Germania, il ruolo di disseminazione è stato suddiviso tra il capitolo locale di buildingSMART International e Planen Bauen 4.0, in attesa del Centro Nazionale di Competenza.
In Germania, un ruolo importante è svolto dai Cluster, che operano spesso in sinergia con gli stati, come in Baviera e nella Renania Settentrionale Vestfalia.
Da notare che inizialmente il capitolo di buildingSMART International era DACH, vale a dire, inclusivo di Germania, Austria e Svizzera, mentre attualmente ciascun Paese ha la propria sezione.
 
Il caso della Spagna ha visto all’opera, con una accentuazione infrastrutturale dovuta al ruolo determinante di Ineco, una Comisión Es BIM governativa, che sta elaborando strategie, redigendo indirizzi e conducendo analisi, attraverso un osservatorio degli appalti pubblici, in vista di un imminente obbligo legislativo.
Nel Paese Iberico, la legge 9/2017 prevede la possibilità di utilizzare, da parte delle amministrazioni pubbliche, gli strumenti della modellazione e della gestione informativa: un provvedimento che replica il testo della direttiva comunitaria in materia, di fatto superato nella legislazione italiana poiché in essa i metodi figurano in primo piano.
Anche in Spagna il capitolo di buildingSMART International ha un ruolo attivo.
 
Gli impianti su cui si innesta la digitalizzazione in Francia, in Germania, nel Regno Unito, in Spagna, così come nel Nostro Paese, sono disomogenei per la natura dei mercati domestici (solo in parte per loro dimensione), vedono le rappresentanze attivamente coinvolte, ma soffrono la resistenza fisiologica della transizione tra analogico e digitale non scontata negli esiti, poiché potenzialmente le logiche digitali tenderebbero a sconvolgere gli assetti costituiti e da tempo radicati.
 
Il caso dei Paesi Nordici e Scandinavi è, di fatto, disomogeneo, nella distinzione che può, ad esempio, esistere tra Danimarca e Islanda, ma per certo la preminenza culturale è alternativamente disputata, tanto in ambito edilizio quanto in ambito infrastrutturale, tra Finlandia e Norvegia.
Per quanto questo ultimi costituiscano spesso un riferimento (si pensi all’introduzione della modellazione e della gestione informativa in Spagna attraverso le linee guida dell’agenzia demaniale finnica), le loro caratteristiche paiono incommensurabili rispetto all’Italia.
 
Da non dimenticare i Paesi Baltici, molto attivi a livello governativo (specie l’Estonia), che avranno in Rail Baltica un ottimo campo di prova.
 
Resta il fatto che, in misura molto parziale, indirizzi governativi hanno dato buoni esiti nei Paesi Bassi e in Irlanda (che si confronta direttamente col Regno Unito e che ha sviluppato, però, un percorso autonomo), mentre in Austria, in Belgio e in Portogallo vi sono più movimenti dal basso che non dall’alto, concentrati nell’accademia, in qualche realtà societaria o nella normazione.
D’altra parte, Austria e Belgio sono stati federali di minori dimensioni, in cui una volontà centrale ha più difficoltà a emergere.
Un caso interessante, di sensibilizzazione attiva di tutte le componenti del mercato, è quello della Svizzera, prevalentemente germanofona, ma ora anche in parte francofona e, in misura minore, italofona.
Avendo lo scrivente avuto occasione di partecipare, presso il Politecnico Federale di Zurigo, agli incontri fondativi di Bauen Digital Schweiz, è possibile testimoniare di quello che è forse il miglior caso di movimentazione spontanea.
Se il caso dell’Ungheria vede un qualche sviluppo recente, pur vantando uno dei primi sviluppatori di applicativi, la Bulgaria, la Grecia, la Serbia e la Romania latitano, se non per iniziative sporadiche, mentre sviluppi a livello governativo si registrano in Polonia (ove vi è stata una consultazione ministeriale), in Slovacchia e in Slovenia, ma soprattutto, la Croazia e la Repubblica Ceca sembrano fortemente motivate in termini di politica tecnica.
 
Non si può, infine, ignorare la Russia, che sta assumendo una forte impostazione strategica colla recente Istruzione emessa dal Presidente della Federazione.
La sua collocazione geopolitica è, in effetti, destinata a influenzare lo scenario continentale e, a sua volta, esso potrebbe, in quanto riferimento, trovarsi a competere con ciò che accade negli Stati Uniti e in Cina.
Anche in Ucraina, dal 2019, il Ministero dello Sviluppo Regionale renderà la modellazione e la gestione informativa obbligatorie.

Il significato della digitalizzazione 

Di là della introduzione della modellazione e della gestione informativa, resta, a questo punto, la necessità di definire i contenuti effettivi della digitalizzazione, come hanno tentato di fare lo EU BIM Task Group, con l'Handbook, riconosciuto e finanziato dalla DG GROW della Commissione Europea, di cui pure lo scrivente è stato soggetto attivo sin dai primordi, ma anche le associazioni, come ACE, CECE, CPE, EBC, EFCA, FEANI, FIEC, che hanno promulgato position paper, booklet, manifesto.
L’Unione Europea ha agito, per la digitalizzazione del settore, con diverse modalità: da quella tesa alla legislazione comunitaria a quella legata al finanziamento della ricerca (specie per la Clean Energy), sino a giungere alla recente call sulla Piattaforma Digitale Industriale.
 
È palese che, a partire da una eventuale introduzione dell’obbligo legislativo generalizzato nella prossima edizione della direttiva comunitaria in materia, sino a giungere a una possibile maggiore istituzionalizzazione dello EU BIM Task Group, che, d’altra parte, riguarda Paesi che oltrepassano l’Eurozona e, addirittura, appartengono all’Area Economica Europea, la tendenza potrebbe vertere sul cuore più «politico» della programmazione diretta degli investimenti, specie infrastrutturali: da cui un maggiore coinvolgimento attivo dei governi francese e tedesco.
Tutto ciò, naturalmente, in un contesto di ridefinizione, anche turbolenta, della natura dell’Unione.
Se estendere il paesaggio al resto del globo sarebbe eccessivo (esperienze non banali menzionabili sono quelle di Australia, Brasile, Cile, Corea del Sud, Emirati Arabi Uniti, Giappone, Hong Kong, India, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Qatar, Singapore: oltre a Canada e Stati Uniti), sussistono altri soggetti che hanno agito come influencer per legittimare la digitalizzazione come driver inevitabile per il recupero di attrazione e di produttività del comparto: Accenture, Boston Consulting Group, Cap Gemini, Ernst & Young, KPMG, McKinsey, PwC, Roland Berger, World Economic Forum.
 
Se ci si discosta dal tasso di cogenza e di disseminazione, è possibile, però, tranquillamente ritenere che, nella quotidianità europea, al netto di molte lodevoli eccezioni, i modelli informativi e i processi digitali veri e propri raramente sono entrati sinora davvero in cantiere o permeano le Operations & Maintenance.
A questo fine, un indicatore influente potrebbe essere dato dalla diffusione di ambienti di condivisione dei dati che, quasi sempre, allo stato attuale, non sono che meri gestori di documenti.
Il passaggio a effettivi ambienti di condivisione è, in effetti, decisivo per promuovere ecosistemi digitali più performanti, in grado di sfruttare al meglio le potenzialità dei dati numerici, nel passaggio dalla Informazione alla conoscenza.
Come affermato, però, una precisa definizione di digitalizzazione, intesa come legata ai dati numerici e computazionali, non è disponibile, ma, al contempo, la modellazione e la gestione informativa agiscono come porta di accesso preferenziale a molte applicazioni collaterali.
 
Per avvicinarsi ai tratti possibili di una politica e di una strategia industriale, a livello nazionale, occorre riconoscere come, in analogia a quanto accade altrove, i flussi informativi restano sincopati e i relativi contenuti non sempre inclusi nei modelli informativi.
Il traghettamento dal mondo analogico a quello digitale risente evidentemente delle incognite inerenti alla resistenza al cambiamento, specie se questa innovazione dovesse rilevarsi radicale, anziché incrementale.
Per questa ragione, il dato (i linked data che possano consentire interrogazioni, correlazioni, interpretazioni, decisioni) assume un valore crescente, ma, paradossalmente, più che i modelli informativi, acquisiscono centralità gli ambienti di condivisione dei dati, gli ecosistemi computazionali e, infine, le piattaforme digitali.
 
Oltre a ciò, il governo britannico per primo, come detto, ha dilatato i confini della digitalizzazione alle città e ai territori, ha posto al centro i temi della interconnessione e della cognitività, della Cognitive Home e dell’Agile Building.
Il combinato disposto della necessità di valorizzare i dati strutturati associandoli secondo precisi scopi e la possibilità di interconnettere ogni entità, come ricordato, inducono il comparto a entrare pienamente nella sfera digitale, ma pongono in un secondo piano la modellazione informativa in quanto tale, per come era stata dall’inizio proposta.
Tutto ciò testimonia, paradossalmente, che essa abbia assolto pienamente il suo compito effettivo, per lasciare il campo a soluzioni più idonee, ma, ovviamente, il mercato, ormai fissatosi sul «BIM», fatica a cogliere il cambio di paradigma.
 
A complicare ulteriormente la faccenda è giunta la Quarta Rivoluzione Industriale che, digitalmente, ha riproposto al settore la comparazione colla manifattura.
A parte il nesso concettuale evidente tra la futura Piattaforma Digitale Europea per il Settore AECO e quella esistente di carattere manifatturiero, il 4.0 ha esercitato un ruolo influente sulla motivazione digitale del comparto poiché ha permesso di affiancare alla modellazione e alla gestione informativa (Information Modeling & Management) le tematiche affini: dalla Automation alla Robotics, dalla Digital Fabrication all’Additive Manufacturing, dalla Gamification all’Immersive Reality.
 
Ciò che, tuttavia, è stato compreso solo parzialmente è che, accanto alla «sincronizzazione», che evoca tutti gli aspetti visibili testé menzionati, ciò che conta è l’«autonomazione»,che rappresenta la componente decisiva, ma celata, della sfida digitale, che si ritrova anche nella potenziale etero-direzione contenuta nelle piattaforme digitali.
Tutto questo comporta l’ipotesi che possa non reggere una ipotesi lineare di evoluzione e di maturazione digitale del settore, che diverse velocità possano coesistere nello stesso tempo e nel medesimo luogo, che certi soggetti siano destinati a non oltrepassare mai certi limiti.
Chiaramente, la giusta delimitazione di campo che la Commissione Europea compie riguardo a una possibile Piattaforma Digitale Industriale (o Settoriale) Europea non può che coniugare la digitalizzazione, nelle sue dimensioni plurali, colle molteplici accezioni della sostenibilità.

Ecosistemi digitali e politiche industriali per il settore

Atteso il fatto che esista una digitalizzazione buona, positiva, ma anche una cattiva, negativa, in virtù essenzialmente della presenza di certuni fattori abilitanti o della loro latitanza, risalta la crescita esponenziale prospettica dei dati numerici, prodotti, archiviati, elaborati.
Non è un caso che esistano già piattaforme private, come Homly You, ispirata a Saint Gobain dal modello offerto da Trip Advisor, che poco hanno a che fare colla modellazione e colla gestione informativa, ma che digitalmente facilitano l’intermediazione tra micro clienti e micro imprenditori (ugualmente ciò accade per i micro professionisti con altri dispositivi).
 
In Francia, il sorgere di diverse piattaforme di questo tipo ha suscitato una presa di posizione da parte della Fédération Française du Bâtiment, che ha dato vita a un accordo con esse.
Altre piattaforme, a carattere pubblico, come KOQRI, supportano l’operatività digitale vera e propria, in ispecie, delle piccole e medie organizzazioni.
Entrambe queste iniziative, affatto diverse tra loro, dimostrano che occorra porsi il tema, per l’Italia d’obbligo, è il caso di dirlo, dell’ingresso massivo nel mondo digitale della pancia profonda del mercato.
 
Altre piattaforme, più transnazionali, infine, come BIM Supply, ma anche come tutte le piattaforme di «connessione» legate agli ICT Player, intendono ospitare ancora più direttamente i modelli informativi configurati dagli operatori.
È chiaro che, al proposito, si profila una tematica duplice, per certi versi ambigua, in quanto questi ecosistemi si propongono meritoriamente di supportare (ad esempio, in cloud) la vasta platea dei micro, dei piccoli e dei medi operatori, ma, al contempo, raccolgono sull’operato degli stessi elevate moli di dati che, al netto di affari come quello legato a Facebook e a Cambridge Analytica, consentono a soggetti terzi di svolgere azioni di business intelligence e, in ultima analisi, di condizionare e di orientare il mercato, pur non svolgendovi un ruolo attivo.
Qualora, poi, le transazioni, non solo informative, riguardassero i contratti pubblici, la sensibilità dei dati si accrescerebbe esponenzialmente.
 
Sullo sfondo, infrastrutture cognitive, come quella di IBM, fondata su Watson IoT, sembrano in grado di sfruttare appieno i giant data attraverso soluzioni di intelligenza artificiale: lo dimostrano già alcuni accordi o alcune sperimentazioni condotte da IBM con Fluor Daniel o Wienerberger attraverso il ricorso a Watson IoT.
 
Ecco che allora gli elementi essenziali di una politica e di una agenda digitale per il settore (allargato) della costruzione e dell’Immobiliare intersecano la tematica delle piattaforme: quali dispositivi per fare che cosa?
Così come ci si immagina il cosiddetto modello informativo unico (l’i-BIM), ci si prefigura un ecosistema, o addirittura un ecosistema comunitario di ecosistemi nazionali che possa contenere qualsiasi dato strutturato, ogni informazione, esaustivamente fruibile liberamente e gratuitamente (?) in termini semantici.
Questi ecosistemi costituirebbero, appunto, l’infrastruttura entro la quale tutti gli operatori (della General Construction e della Civil Engineering? O della Smart City? O di che cos’altro?
 
Naturalmente che un ecosistema digitale funga da market place o da knowledge manager non è cosa indifferente, che davvero tutti possano accedervi simmetricamente e riservatamente non è scontato, che cosa significhi esercitare una azione di «controllo» a un livello determinato è questione spinosissima, che impatta direttamente sul grado di maturità digitale degli Stati Membri e della Unione stessa, secondo una articolazione stratificata per gli stati federali.
 
La costituzione di ecosistemi digitali nazionali per il comparto, che risentano delle caratterizzazioni prima descritte, anche a prescindere dalle loro relazioni con un eventuale ecosistema comunitario, ripropone, dunque, sotto certi punti di vista la tematica classica della «collaborazione», nel senso che stimola tutti gli operatori a confluire numericamente in «luoghi» comuni, ma la condivisione conserva tutte le ambiguità possibili, legate al rapporto complesso che si instaura tra il valore dei contenuti che si producono nel corso delle attività e il valore dell’intelligenza dei fenomeni che a tali commesse fanno capo.
In definitiva, la «collaborazione» pertiene alla «conoscenza» che, a sua volta, influenza la «competitività».
 
Se si guarda, infatti, alla concezione di piattaforma abilitante proposta, a vario titolo, da Bryden Wood, Katerra, Mace, Plant Prefab (e Amazon), Project Frog (e Autodesk) per l’Off Site, si comprende magistralmente un disegno di sconvolgimento di sapore manifatturiero della catena di fornitura.
Probabilmente la risposta deriva dalle intenzioni di una politica tecnica che deve decidere dove arrestare le diverse velocità di maturazione digitale degli attori o accelerare la riconfigurazione del mercato, quanto questi possano essere lasciati in mezzo al guado oppure modificarsi strutturalmente, in che termini la convergenza di intenti sia contemperata dalla riservatezza nell’accesso ai dati e alle informazioni.
La natura della trasformazione è la reale incognita: il principio di realtà suggerirebbe un modesto efficientamento, l’essenza della digitalizzazione minaccia un forte sconvolgimento.
È per questo che, al momento attuale, per quanto si sia attenuata la forza persuasiva della modellazione e della gestione informativa, il Regno Unito rimane il riferimento per una visione di medio lungo termine, ma la Repubblica Ceca costituisce l’istanza di attuare pragmaticamente i presupposti.
 
È chiaro, infine, che a livello comunitario la Francia e la Germania stanno mostrando la determinazione politica e la volontà economico finanziaria di rilevare il testimone dal Regno Unito, specie nel contesto della esigenza di incrementare la professionalità degli attori dei 250.000 public buyer europei per scatenare la digitalizzazione dell'Offerta, secondo prospettive legate a transazioni sempre più evolute in termini di smart contract e di blockchain: in relazione, evidentemente, ai potenziali e agli effettivi digital marketplace rinvenibili e immaginabili.
Ciò potrebbe imprimere un taglio più continentale alle strategie, ma, in assenza di un lucido disegno nazionale, renderebbe sterili le posizioni dell’Italia.