Gli ordini professionali devono con urgenza riappropriarsi dell’idea di lavoro italiano

L’anima del lavoro

Alberto Peretti Genius FaberIn molti oggi pensano, e non a torto, che viviamo tempi di corruzione, di indebolimento, di arrugginimento. È vero, è nell’aria: una certa banalizzazione culturale, un imbarbarimento dei costumi, un impoverimento dei valori del vivere sembra una costante dei nostri giorni.

La colpa? Dell’Anticristo. Mi riferisco, sia chiaro, all’interpretazione che del Grande Nemico ha dato Benedetto Croce più di settant’anni fa. “L’Anticristo – scrive – non è un uomo, né un istituto, né una classe, né una razza, né un popolo, ma una tendenza della nostra anima. […] non viene tra noi, ma è in noi”. Lucidamente continua: “Il vero Anticristo sta nel disconoscimento, nella negazione, nell’oltraggio, nella irrisione dei valori stessi, dichiarati parole vuote, fandonie, inganni ipocriti per nascondere l’unica realtà che è la brama e cupidità personale indirizzata tutta al piacere e al comodo”. 

Da che cosa è potentemente favorito quest’Anticristo che è in noi? Innanzitutto da una perdita di tensione, di tensione lavorativa. In altre parole dal lavoro ridotto a semplice mezzo produttivo e non vissuto più come anima delle cose e dei prodotti. 

Dobbiamo smetterla di dare ascolto a un mainstream economista cinico e falso, e porci una domanda radicale: che cosa c’è dentro ogni umano artefatto? Dentro una scarpa, un’infrastruttura, un macchinario? Certo materie prime, tecnologie, conoscenze, ma innanzitutto lavoro. Parlo di lavoro umano, di lavoro vitale, di atto produttivo intriso di idee e ideali, speranze, passioni, responsabilità, ricerca del bello, anelito al giusto. 

Il peccato capitale della nostra economia è sotto gli occhi di tutti: lavoro da luogo del vivere e anima del mondo ridotto a semplice, impersonale, anonimo strumento di produzione. Atto senza carattere, senza personalità, privo di tensione spirituale ed esistenziale. Lavoro ridotto a semplice fatto produttivo, i prodotti a semplici merci, gli esseri umani a pedine dell’apparato produttivo. 

Il lavoro patisce - ecco ancora l’Anticristo che è in noi - una sorta di de-solazione, di e-silio. Manca cioè di radici che affondino in un suolo di valori, manca di un terreno etico a cui possa ancorarsi. Vive - il lavoro - e viviamo - noi che lavoriamo - in una sorta di negazione collettiva, dove al fare sono il più delle volte inibiti la fantasia sociale, la coscienza del dare, gli impulsi creativi e orgogliosi.

Si è andata smarrendo la relazione fondamentale, quella tra prodotti di qualità – lavoro di qualità – persone di qualità. Si è imposto ciò che chiamo processo di de-esistenza, vale a dire lavoro e vita divisi, saper fare scisso dal saper essere. Lavoro ridotto a mezzo, a puro strumento di efficacia ed efficienza. 

Eppure occorre riconoscere che l’efficacia, l’efficienza la qualità per essere raggiunti necessitano che i lavoratori maturino un condiviso senso del fare, un’adesione a un nobile scopo, una partecipazione a un destino comune. 

Eppure l’Italia dovrebbe essere una “Repubblica fondata sul lavoro”… Che incredibile intuizione, anche di marketing, quella dei padri costituenti: un paese chiamato a realizzare non semplici prodotti, ma artefatti animati, resi di qualità dal lavoro di qualità in essi contenuto!

Ne sono certo: il sistema paese, le imprese, gli ordini professionali devono con urgenza riappropriarsi dell’idea di lavoro italiano: lavoro capace di coniugare il fare bene (efficacia ed efficienza nel fare), il fare il bene (impegno etico con e per gli altri), lo stare bene (pienezza e completezza di sé). 

Un’idea che aveva perfettamente intuito Primo Levi, quando scriveva che “se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”. Parole che vanno oltre la grande letteratura e che indicano a tutti noi la strada per tornare ad essere un paese guida a livello mondiale.