Lo Scettico e il Visionario: un Dialogo sul BIM

Angelo Luigi Camillo Ciribini - DICATAM, Università degli Studi di Brescia e ITC CNR 15/11/2018 1699

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S: Tu che cosa hai capito del BIM?
V: Che è un acronimo che rischia di aumentare la confusione sul tema...

S: Quale tema?
V: Quello della digitalizzazione.
 
S: Che cosa è la digitalizzazione?
V: La possibilità di ricondurre ciò che accade a numero.
 
S: Uhm, prospettiva inquietante...
V: Ma anche fonte di un grande, potenziale, mercato.
 
S: Secondo Te, che cosa non va nel BIM?
V: Prima di tutto, l’equivalente tra modellazione e rappresentazione: tridimensionale.
 
S: Suvvia, ma questa faccenda del 3D non è così innovativa?
V: Non credo; in realtà, geometrico-dimensionale o alfa-numerico che sia, il modello numerico è interpretazione e simulazione del tangibile, non sua descrizione.
 
S: D’altra parte, che Ti aspettavi? Non è già molto assicurare una coerenza tra elaborati?
V: Può essere, ma tutta questa enfasi sulla digitalizzazione non sarebbe giustificata da un esito così modesto. E quando mai abbiamo visto, ad esempio, clausole dei capitolati speciali di appalto attendibili?
 
S: Diciamo la verità: non è che gli operatori vadano in cerca di grandi trasformazioni, anzi, desiderano un semplice efficientamento del mondo loro conosciuto e praticato.
V: Già, nel racconto sull’innovazione digitale vi è un gran parte di retorica.
 
S: Ad esempio?
V: In tutta questa insistenza sulla collaborazione e sull’integrazione: categorie da sempre estranee alle identità, ben distinte, degli operatori.
 
S: Tra l’altro, il BIM si porta dietro un sacco di acronimi: CDE, AIM, OIR, BEP, MIDP, TIDP, e chi più ne ha più ne metta. Chi ci capisce qualcosa?
V: In realtà, il senso sarebbe quello di assicurare una continuità computazionale dei flussi informativi e decisionali. Cosa praticamente quasi mai verificatasi, anche in ragione di limiti culturali e tecnologici.
 
S: Contano di più i limiti culturali o quelli tecnologici?
V: Penso che valgano i limiti strutturali di un mercato che è frammentato all’esasperazione, che è profondamente analogico, che è sostanzialmente antagonista, che è piagato da condizioni di concorrenza sleale.
 
S: E quindi, come possiamo immaginare che il BIM possa avere successo se non lo mettiamo al centro dell’attenzione?
V: Il BIM ci permette di tradurre, appunto, computazionalmente il nostro operato, è una porta di ingresso, ma la centralità sta altrove, nel mettere in relazione dati numerici provenienti da fonti eterogenee, inclusi i sensori.
 
S: Ma dai, non complicare eccessivamente la questione. Qui servono messaggi semplici e risultati pratici.
V: Guarda, proprio qui sta il punto, di semplicistico non vi è proprio nulla.
 
S: Come sostengono molti consulenti, qualche breve rudimento sui metodi (che poi è solo pura teoria) e immediatamente mano agli strumenti (quelli sì concreti).
V: Per fare che? Per produrre documenti, o meglio, principalmente elaborati grafici, che poi vuol dire ragionare analogicamente con mezzi digitali.
 
S: E dalli con questa storia. Non basta sostenere che la digitalizzazione sia inevitabile e che non possa che generare benefici per tutti?
V: Vedi, non facciamo che parlare di oggetti, di gemelli digitali, di perfette repliche virtuali di entità fisiche.
 
S: In fondo, è questo proprio ciò che tutti vogliono ascoltare. Perché non accontentarli?
V: Vedi, tutti pensano che la digitalizzazione aumenti l’efficienza e l’efficacia di ciò che si faccia.
 
S: E permette a tutti di disporre della totalità delle informazioni grazie alle piattaforme.
V: Credo che si tratti di una bella favoletta: illusoria e riduzionista.
 
S: Non è così? Il BIM non migliora il mercato?
V: Solo a determinate condizioni, ma il fatto è che disporre dei dati (altrui) significa poter intelligere i fenomeni, orientare gli attori. È una straordinaria tentazione, mai prima di oggi praticabile.
 
S: E i BIM Manager dove li metti?
V: Quelli appartengono, appunto, alla sfera relativa al miglioramento delle attività, ma la partita è un’altra, che permette, in parte, di prevedere il futuro a partire da un passato ricondotto a serie statistiche, a dati.
 
S: L’avvenire appartiene ai Data Scientist? E dove metti creatività e intuizione? Tutto leggibile dalle macchine?
V: È una incognita, chi lo può sapere?
 
S: AI e IoT: mi sembrano concetti troppo distanti, perché non ci accontentiamo del BIM?
V: Credevamo, inizialmente, che il BIM fosse la destinazione finale, ma, in seguito, abbiamo capito che non fosse così.
 
S: Come spiegarlo?
V: Non è facile, stiamo dilatando il dominio, col rischio di confondere gli operatori.
 
S: Il mercato, a parole, pare avere accettato il BIM, a poco a poco gli propineremo anche il resto.
V: La questione, però, è che il combinato disposto di tutto ciò allude a un altro mondo.
 
S: Che intendi dire?
V: Che parlare di simulazione e di ciclo di vita ci obbliga a spostare l’attenzione sulla modalità di funzionamento del cespite, a valorizzare il «calcolo», la «modellazione»: o la modellistica?
 
S: Però il cespite è concreto, si compone di oggetti.
V: Parlare di funzionamento ci porta ben oltre gli oggetti: ed esso, nel cespite interconnesso, ci parla sempre più delle relazioni cogli utenti.
 
S: Sarà, ma il mattone è sempre il mattone, oggi sempre più circolare e sostenibile.
V: La mia sensazione è che il settore si dividerà in due emisferi, quelli che si fermano al mattone e quelli che lo oltrepassano.
 
S: Nozioni fumose, semmai guardiamo al grande ritorno della prefabbricazione, accompagnata da automazione e robotica. Avanti tutta verso il 4.0!
V: Ma non eri Tu lo scettico? A me pare che dietro a questa narrazione vi sia qualcosa di poco convincente e molto di antico.
 
S: Non preferirai mica il solito cantiere in opera, anti-industriale per eccellenza?
V: Vale il ragionamento precedente: dove sta l’innovazione?
 
S: In ciò che si vede: automi, stampanti, sensori...
V: Ne dubito assai. Credo che essa stia in quello che non si vede. Progettisti alla ricerca di firme complesse, fabbricatori alla ricerca del modo di realizzarle. Ma ci dimentichiamo che il dato che genera intelligence non si vede, ma decide...
 
S: Ah, già, la storia della cognitività...
V: Produrre conoscenza in modo quasi autonomo è la cifra che porta a vedere nel servizio il vero valore dell’immobile o dell’infrastruttura del domani.
 
S: Discorsi evanescenti, ci manca solo la realtà mista...
V: Dici bene, parlando di gioco e di immersività: come evolve il reale?
 
S: Ritorniamo daccapo: il BIM ci basta e avanza.
V: L’hai detto, stiamo iniziando ad accettarlo, ma non ci rendiamo conto che così facendo entriamo in quell’universo numerico che ci trasforma, noi stessi e i nostri prodotti.
 
S: Vane profezie: chiamalo come vuoi, magari ambiente costruito, ma il settore resterà sempre quello. Ci basta un po’ di vernice e molta semplificazione...
V: Molti pensano che l’ingresso dei grandi competitori dell’ICT testimoni dell’importanza del settore come è sempre stato. Ma questi attori  non entrano nel mercato, lo proiettano in un altro, inedito, luogo di negoziazioni, quello dei comportamenti e delle relazioni.
 
S: Non ci credo, si tratterà sempre di commissionare, progettare, realizzare e gestire i prodotti tangibili.
V: Non illuderTi, la digitalizzazione Ti snaturerà.