Da INDUSTRIA 4.0 a IMPRESA 4.0: a un passo dalla quarta rivoluzione industriale. Ma cosa ci manca?

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Impresa 4.0, è il termine che, nel piano governativo italiano 2018, ha sostituito la dizione di Industria 4.0

2019. Alcuni osservatori sono dell’opinione che il mondo della produzione industriale e artigianale, di fronte a Impresa 4.0 si trovi sulla linea di partenza di un cambiamento profondo, che ha assunto i caratteri tipici della quarta rivoluzione industriale, che prevede l’integrazione delle tecnologie digitali nei processi manifatturieri.

Cos’è Impresa 4.0?

Per comprendere cosa sia Impresa 4.0 dovremmo partire da Industria 3.0, cioè dalla terza rivoluzione industriale del secolo scorso, contraddistinta con il termine rivoluzione dell’informazione; in pratica corrisponde a tutto ciò che si riesce a fare mediante lo smartphone o un telecomando a distanza.

Partiamo, per capirci meglio, dal servizio bancario che ci offre come modello lo sportello bancomat. Vale a dire:

  • possiamo prelevare contanti senza passare dalla cassa. Un apparecchio elettronico riceve l’ordine e conta i tagli delle banconote che la macchina distribuisce. Quell’ordine parte da molto più lontano rispetto alla filiale alla quale ci rivolgiamo.
  • al supermercato utilizziamo una pistola laser per leggere i prezzi degli oggetti che infiliamo nel carrello e contemporaneamente quelle informazioni finiscono ad una cassa automatica lontana, dove andremo a pagare l’ammontare della spesa
  • mediante le App scarichiamo (o inviamo) fotografie e filmati, impostiamo operazioni bancarie, scarichiamo le carte di imbarco, prenotiamo il posto in treno.
  • sempre mediante App apriamo o chiudiamo lo sportello della nostra automobile con il telefono, chiudiamo le serrande di casa all’approssimarsi di un temporale o accendiamo il riscaldamento della casa di montagna il venerdì sera, prima della partenza.

Il passo in più nell'Impresa 4.0

Pochi esempi per dire quanto sia diventato abituale gestire il flusso di informazioni di Industria 3.0. Tale flusso però oggi può essere raccolto in un grande serbatoio, analizzato, processato, trasformato in linguaggi capaci di interagire con un sistema in grado di fare funzionare una linea di produzione di beni di consumo installata in fabbrica: appunto Impresa 4.0.

In questa nuova fabbrica, all’uomo resterà il compito essenziale di progettare, controllare e correggere i parametri di produzione mentre tecnologie e automatismi consentiranno di portare a termine i processi di lavorazione (oggi si direbbe in tempo reale). 

In pratica succede che saranno cancellati i vecchi distretti industriali, dove spesso alcuni artigiani aiutavano gli altri a produrre parti di mobili destinate all’industria assemblatrice che successivamente li avrebbe montati e commercializzati con il proprio marchio.

Oggi quei distretti territoriali, nati spontaneamente (in passato erano vere e proprie concentrazioni produttive site nella Brianza mobiliera, nel Pesarese, in Toscana, nella Puglia dei divani), non esistono più, quindi per non fare morire esperienze di enorme valore tecnico ci vorrebbe una politica di impronta dirigista per imporre un cambio di paradigma radicale: dalla produzione centralizzata verso la produzione decentralizzata. 

Una delle maggiori difficoltà per il cambiamento nel nostro Paese dipende dal fatto che spesso le imprese italiane producono prodotti personalizzati su commessa, in cui il “servizio al cliente” gioca un ruolo determinante sulle vendite.

E’ invece la ripetitività delle lavorazioni che agevola gli investimenti nel cambiamento. Ikea insegna.

La Formazione...il problema principale di Impresa 4.0

Che il problema principale diImpresa 4.0 sia la formazione ad ogni livello, lo sottolineano gli allarmi che nel recente passato sono stati lanciati da alcuni leader dei Paesi più industrializzati del mondo, da Barack Obama a Bill Gates, e nel presente da Emmanuel Macron che nel programma elettorale lanciò una mossa strategica promettendo alcuni miliardi di investimenti nella formazione. Addirittura Angela Merkel ha fatto della formazione uno dei punti cardine della sua campagna elettorale. Invece la politica italiana si è presa la solita pausa di riflessione.

Appunto, ma qual è la differenza fra Germania e Italia?
Mentre il governo tedesco, cosciente del fatto che interfacciare Enti di formazione con l’industria di trasformazione è impresa complessa, ha affidato tale compito alla fondazione di ricerca e sviluppo Fraunhofer Gesellchaft, (presente anche in Italia precisamente a Bolzano) che si occupa di meccatronica e automazione. Un Ente ponte tra università e impresa con un bilancio di 2,1 miliardi di Euro. 

In Italia manca un Ente simile, incaricato di sviluppare nuovi modelli di produzione, attraverso il lavoro di bravi ricercatori. Forse è anche per questo motivo che fra i nostri imprenditori manca la fiducia nelle capacità del sistema politico italiano di sostenere un cambiamento che implica forti investimenti. Infatti Giancarlo Oriani, AD di Staufen Italia, in una recente intervista si esprime in questo modo: “Siamo in ritardo con tutto e il confronto Italia/Germania è imbarazzante. La speranza è che l’approccio non sia quello tipico della politica italiana, per cui tutto si aggiusta, senza un piano strategico, contando sul fatto che il cambiamento avvenga soltanto in emergenza, quando però sarà troppo tardi”.

Staufen Italia è una Società di consulenza a livello internazionale ed ha condotto diverse ricerche in numerosi Paese sull’argomento Industria 4.0, oltre ad uno studio approfondito che riguarda il nostro Paese.

Il ruolo della formazione invece, a quanto si legge nel sito del Ministero dello Sviluppo Economico, in Italia sembra demandato alle nostre Università, contro il parere di molte imprese che preferirebbero rivolgersi alle Società di consulenza di provata capacità, già impegnate sui temi relativi a Impresa 4.0 in campo internazionale. Ancora una volta stiamo rischiando di promuovere economicamente due binari (Università-Impresa) che lavorando su linee parallele non si incontrerebbero mai, quindi doppi incentivi e doppi finanziamenti che alimenterebbero un modello vecchio di collaborazione che non ha mai funzionato.

Quindi servirebbero infrastrutture e centri dell’innovazione sul modello tedesco, in grado di “mettere insieme” le competenze delle imprese, delle Università più attive, dei centri di ricerca nazionali, per vincere la sfida della quarta rivoluzione industriale. Ma non li abbiamo.

Incentivi alla formazione

Il Ministero dello Sviluppo Economico, intanto, ha fatto un piccolo passo avanti: considera le “uscite” per la formazione come spese da finanziare con il credito di imposta, alla stregua degli investimenti.

Obiettivo: gestire il rischio della disoccupazione tecnologica e massimizzare le nuove opportunità lavorative legate alla quarta rivoluzione industriale agevolando nuove competenze digitali (Si legga il documento del MISE su: www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php/it/industria40).

Sul versante dell’occupazione le nuove tecnologie e le tecnologie dell’automazione, si dice, non scalzeranno i lavoratori, ma porranno i presupposti per la creazione di nuove attività lavorative.

Intanto nel novembre 2018 Vincenzo Colla, Segretario confederale Cgil, intervenendo all’iniziativa “Il mio collega robot” promosso da Legacoop ha affermato: “Il paese è in ritardo sull’innovazione e rischia di vedere insidiata la seconda posizione che detiene in Europa sulla manifattura. Abbiamo già perso un quarto della nostra capacità produttiva – ha quantificato con preoccupazione il dirigente della Cgil – specificando che: “si tratta prevalentemente di imprese che non hanno saputo cogliere la sfida competitiva. Lo dimostra il fatto che il 30 per cento delle imprese che ha investito in innovazione e internazionalizzazione ha ottenuto straordinari risultati. Ma adesso occorre guardare alle imprese che sono rimaste indietro, pertanto il governo deve stimolarle con infrastrutture efficienti che colmino alcune criticità e ritardi come i costi dell’energia e la logistica. Inoltre si deve riconfermare l’impegno di risorse su industria 4.0 a partire da quelle per la formazione”.

Più occupazione nelle imprese tecnologicamente più avanzate

Proprio dal Veneto arriva il primo studio territoriale sull’impatto che industria 4.0 avrà sull’occupazione: il risultato eclatante è che le imprese della Regione (arredamento compreso) che usano le tecnologie digitali non solo non hanno ridotto i dipendenti, ma da sole hanno creato il 75% dei posti di lavoro in più rispetto a quelle meno tecnologiche, soprattutto tra gli addetti più istruiti. 

Lo studio presentato dalla CGL a Treviso indica che su un campione di 900 aziende di settori diversi, la crescita occupazionale netta è stata di 1149 posti, di cui 870 posti di lavoro attribuibili alle imprese utilizzatrici di robot. La crescita più alta si è verificata per lavori che richiedono un’alta specializzazione (+10%) e la laurea (+16%). E a parità di altri fattori, le imprese con un’alta percentuale di laureati hanno una probabilità cinque volte superiore di utilizzare il digitale rispetto a imprese che hanno dipendenti poco qualificati nelle proprie fila.

«I casi studio», scrivono i ricercatori, «mostrano come non sia il puro numero di laureati o lavoratori qualificati a determinare l’utilizzo delle tecnologie, perché ben più importante è il mix dei diversi gruppi di lavoratori, che permetta uno sfruttamento intelligente delle risorse e delle competenze».

Anche i meno qualificati, insomma, possono non restare indietro. La parola chiave è “formazione”.

Infine una ricerca dell’università di Padova su 600 Pmi del Nord rivela che l’adozione di tecnologie tipiche dell’Industria 4.0, partita alcuni anni fa, non ha portato a licenziamenti e ha fatto aumentare la redditività d’impresa. Il primo obiettivo segnalato è stato il  miglioramento del rapporto con i clienti e la diversificazione di prodotti.

Ma non tutti sono d’accordo sulla crescita degli occupati.
Ecco i lavori che l’automazione spazzerà via secondo l’ultimo rapporto McKinsey su Automation, employment and Productivity, che analizza anche l’impatto della robotica sul mondo del lavoro nel lungo periodo (50 anni):

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Proprietà: US Bureau of Labor Statistics McKinsey Global Institute (MGI)

Il rapporto considera scenari evolutivi a diverse velocità di trasformazione in quasi tutti i settori produttivi e della distribuzione di beni e servizi.

Inoltre indica che in Italia fra il 49% e il 51% dei lavoratori attuali potrebbero essere sostituiti dai robot trascurando però l’accettazione sociale a trasformazioni di queste entità e l’eventualità di normare le attività produttive da parte della politica. Nel grafico leggiamo il raggruppamento immaginato da McKinsey nei principali settori oggetto del cambiamento. In breve alcune considerazioni: 

  • La pistola laser che legge il codice a barre della spesa nei supermercati trasmette i dati alla cassa automatica lontana che sostituisce il cassiere
  • Il bancomat multifunzione sostituisce il bancario allo sportello, per fare un bonifico basta digitare username e password e accedere al nostro conto online sullo smartphone.
  • Gli Istituti bancari, entro il 2020 conteranno 70mila impiegati in meno rispetto agli inizi degli anni 2000, con un numero di filiali che nel frattempo si è più che dimezzato
  • Amazon cancella commessi e agenti di commercio
  • Airbnb e Booking eliminano gli addetti degli hotel e delle agenzie di viaggio.
  • Per scegliere l’assicurazione dell’auto nuova, possiamo confrontare i prezzi online e premere un bottone per sottoscrivere un contratto. 
  • L’email sostituisce il postino. App e siti web eliminano i telefonisti dei call center
  • I robot sostituiscono gli operai alla catena di montaggio, allo scarico dei sacchi dalle macchine di confezionamento e alla movimentazione di materiali pesanti, si teme che la maggior parte degli addetti alla movimentazione resteranno a casa.
  • Prima di lasciare la Casa Bianca, l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha affermato che la preoccupazione principale nei prossimi anni deve essere quella dell’automazione che sta cancellando e cancellerà milioni di posti di lavoro.
  • Huber si scontra con i taxisti
  • I giornali di carta scompariranno e con loro le edicole
  • I camerieri nei fast food, dove si può ordinare cosa mangiare su uno schermo touch screen che trasmette ordine e numero di tavole alla cucina, diminuiranno drasticamente
  • Per prenotare le vacanze, da tempo facciamo a meno delle agenzie di viaggio. Secondo i dati di Federalberghi, elaborati dall’Inps, nelle aziende turistico-ricettive italiane in cinque anni sono stati cancellati oltre 8mila posti di lavoro.

Le 4 rivoluzioni industriali nella storia

1°  1700 prima rivoluzione dovuta all’uso dell’energia idroelettrica, con il crescente utilizzo della forza vapore e il conseguente sviluppo di macchine semplici e nuovi strumenti di lavoro

2°  1800 seconda rivoluzione dovuto all’impiego diffuso dell’energia elettrica nella produzione di massa, nell’automobile e nelle catene di montaggio

3°  1900 terza rivoluzione dell’automazione e in particolare dell’elettronica, dell’informatica e dell’informazione diffusa attraverso i Social e gli smartphone

4°  2000 è la rivoluzione in corso, che convoglia e interfaccia il digitale con la tecnologia: industria 4.0.

Il passato ci insegna che le trasformazioni non avvengono velocemente. Quindi è presumibile che anche la quarta rivoluzione industriale sarà un processo graduale di medio lungo termine. In ogni caso, mentre alcune occupazioni sembra possano sparire dal mercato del lavoro, altre ne sorgeranno in sostituzione o in combinazione.

Le nuove tecnologie richiederanno l’inserimento di altrettanto nuove figure professionali più tecniche e qualificate per gestire i nuovi sistemi, comunque la formazione dei lavoratori sarà centrale.