Il cemento non è il calcestruzzo: strano, ma vero

calcestruzzo-degradato-carbonatazione.jpgL’allarme lanciato dal Ministro Toninelli sui pilastri della A24 ha mantenuto accesi i riflettori dei media sul problema del degrado del calcestruzzo, anche dopo i clamori del crollo di una parte del ponte Polcevera, detto anche ponte Morandi.

Come nel caso del ponte genovese le cazzate si sono sprecate, e purtroppo hanno riguardato anche i tecnici, con il risultato che il povero calcestruzzo ne uscito ancora una volta con le “gambe rotte”, ma poi non si è fatto nulla che possa portare a un cambio di rotta.

La fotografia più nitida dello stato di confusione che colpisce anche i tecnici e quindi quanto si comunica l’ho avuta con il servizio che il TG24 di Sky ha dedicato ai viadotti della zona di Teramo. Nel servizio è stato chiamato a dare un parere un professionista locale, il quale ha continuato a parlare dei problemi del cemento.

Il cemento non è il calcestruzzo

Vorrei mandare un messaggio al collega che, a mio parere, non ci ha fatto fare una gran figura: innanzitutto, il pilastro è fatto di calcestruzzo, o meglio calcestruzzo armato, di cui il cemento è uno dei componenti. Può essere il calcestruzzo "a non essere buono!, non il cemento, visto che sono decenni che questo materiale è il più soggetto a controlli nella catena dei prodotti da costruzione. Non esiste materiale nel settore che sia più controllato del cemento. Può essere, però, che non ci fosse sufficiente cemento, oppure ve ne fosse troppo (ma sarebbe davvero una sorpresa), oppure non quello giusto per la specifica applicazione. Ma, alla fine, il cemento è il cemento e il calcestruzzo è il calcestruzzo. 

È come se parlando dei mattoni dicessi “la terra”, e sentire che nel 2019 si continua a fare questo errore, sopratutto dalla voce di un professionista, mi ha davvero colpito.

A questo punto non mi ha sorpreso che l’ingegnere esprimesse dei giudizi superficiali e probabilmente sbagliati sugli interventi di manutenzione eseguiti. Chiamato infatti ad esprimere un giudizio sulle riparazioni fatte con malta tecnica sulle zone in cui vi era stata una espulsione del copriferro, ha affermato che non servissero a nulla, “perché la corrosione corre sotto il cemento”.

Alcune precisazioni.

  1. Primo, a questo punto probabilmente, le armature non si trovano più sotto il cemento, ohps il calcestruzzo, ma probabilmente sono al di sotto di malte tecniche.
  2. Secondo, non sappiamo ne noi ne lui, credo, che tipo di trattamento sia stato fatto sulle armature prima di ricoprirle: sabbiatura, trattamento con resine, protezione elettrochimica …;
  3. Terzo, non sappiamo ne noi ne lui, credo, che tipo di malta sia stata utilizzata: ci sono malte in grado di assicurare una forte impermeabilizzazione della superficie e/o protezione anodica delle armature, con moduli elastici simili al calcestruzzo esistente per evitare fenomeni di distacco;
  4. Quarto, la corrosione da carbonatazione richiede non solo la presenza di umidità ma anche di ossigeno: se l’armatura è protetta, non si ossida. Il problema nasce se non c’è il copriferro, perchè espulso … ma nei casi del servizio video il copriferro era stato appunto ripristinato.
  5. Quinto, stiamo parlando di pilastri di sezione importante, in cui si erano ossidate un po’ di staffe in superficie. Siamo ancora lontani dal pericolo di un crollo.

La superficialità tecnica è un problema

Il vero problema è invece la superficialità tecnica di cui la testimonianza mediatica è stata uno dei tanti esempi.

Il calcestruzzo non è un “gioco da ragazzi”, non può essere prescritto da chi non ne ha una adeguata conoscenza, non può essere messo in opera senza un adeguato controllo. E la produzione non può avvenire in impianti non adeguati, secondo ricette non aggiornate, con materie prime non selezionate (e il problema non è il cemento, semmai quanto ce ne è), con personale non qualificato. Se vogliamo parlare di un problema di qualità dei costituenti è più corretto parlare del problema della qualità degli aggregati, la cui marcatura CE mi ricorda le vergini dai candidi manti di Ifigonia, così come purtroppo la certificazione degli FPC. Esistono aziende che ancora investono nel settore, ma difficilmente il mercato ne riconosce il valore, e questo è frutto anche di capitolati con insufficienti indicazioni. Per prescrivere un corretto calcestruzzo non basta mettere un RCK, una classe di durabilità e una di consistenza (e i Dmax degli aggregati). Occorre entrare nel merito della qualifica dei fornitori.

Superficialità tecnica che poi ritroviamo spesso nei contenziosi, in un sistema forense in cui quasi mai i CTU hanno specifiche competenze sui problemi che devono affrontare, in cui si scontrano due paradossi: da un lato professionisti di lunga esperienza che negli anni hanno spesso trascurato l’aggiornamento tecnico sui materiali, e giovani che invece hanno una più fresca preparazione sull’innovazione ma mancano spesso degli anticorpi tecnici che solo l’esperienza può creare.

"Qualsiasi dichiarazione, attestazione o asseverazione resa dall’ingegnere deve essere preceduta da verifiche, al fine di renderle coerenti con la realtà dei fatti e dei luoghi."

Capitolo 4 Comma 4 del "CODICE DEONTOLOGICO DEGLI INGEGNERI ITALIANI", del 14 maggio 2014.

Il cambiamento non si ottiene partendo dalle foglie, da ma dalle radici

andrea-dari.gifPotremo cambiare il codice degli appalti 1000, 10000, 100000 volte, ma se non si interviene sulla base delle costruzioni non si arriverà a nessun risultato positivo. Possiamo rendere il BIM obbligatorio anche per le cucce dei cani ma se non abbiamo carpentieri, ferraioli, muratori, … di adeguata competenza non avremo mai un’opera di qualità.

Possiamo creare tutti gli albi del mondo, ma se non creiamo un percorso che valorizzi la competenza, non attraverso interventi di facciata come i crediti obbligatori, ma meccanismi che portino a dare peso alla cultura tecnica, sostenuta dalla giusta contribuzione della prestazione professionale, non avremo mai una vera direzione lavori dei cantieri.

Possiamo inventarci tutti i bollini del mondo ma se non riorganizziamo i settori industriali di settore, calcestruzzo, lavorazione ferro, laterizi, imprese di costruzione … imponendo norme che portino a una razionalizzazione dell’offerta e quindi una migliore redditività delle aziende del settore avremo sempre un problema di qualità dei materiali. Norme vere e semplici da comprendere e applicare, con meccanismi di controllo vero.

Occorre intervenire sulle radici, non in una logica sempre sanzionatoria come l’antitrust nazionale ci ha portato, ma secondo una politica di sostegno di chi investe in qualità, innovazione, sicurezza, controllo, competenza e cultura tecnica, soggetto che potrebbe essere un fornitore, o una impresa, o un professionista, o un laboratorio.

Mi piacerebbe che chi governa il mondo delle costruzioni si occupasse di questo, la competenza è un valore, va protetto e sostenuto. E pagato.