Questo Paese non deve pensare a sostenere le costruzioni, ma …

ANDREA-DARIQuesta mattina alla radio – una delle principali emittenti nazionali – ho sentito una giornalista, famosa, che dava evidenza a un titolo del Fatto Quotidiano sul reddito di cittadinanza: “Due regioni del sud, Campania e Sicilia, due del nord, Lombardia e Piemonte, una del centro, il Lazio.Sono i territori dai quali provengono la maggioranza delle domande per accedere al reddito di cittadinanza, numero che ha già superato quota centomila e che naturalmente crescerà ancora.”

E in effetti l’onorevole Castelli aveva commentato i primi dati: “I primi dati diffusi dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali confermano che il Reddito di Cittadinanza è una misura per l'Italia e non solo per una parte del Paese. Il testa a testa tra Campania e Lombardia, che emerge dai dati territoriali, ne è la prova, come sostanzialmente lo stesso numero di richieste tra nord e sud”.

Nei primi giorni – per chiarezza - ecco il numero di moduli compilati per regione (primi 5 posti): Campania 16.112, Lombardia con 16.015, Sicilia 13.873, Lazio 11.644 e Piemonte 11.244.

Il problema è che sono dati assoluti. In % in Campania e Sicilia siamo nell’ordine delle 28 persone per 1000 abitanti, in Lombardia delle 16, quasi la metà. Pesano più 900 persone in Molise che 16.000 in Lombardia …

Ho citato questo esempio non perché INGENIO voglia occuparsi di Reddito di Cittadinanza o di Politica, ma solo per dimostrare come sia possibile attraverso la comunicazione oggi manipolare i numeri. Per la TAV si considerano i risparmi in consumi di carburante un costo (ovviamente non ambientale) in quanto comportano una riduzione delle accise, mentre per gli incentivi sull’acquisto di auto elettriche questo dato non viene considerato; per le opere da costruire si fa un’analisi costi benefici per il ponte sul Polcevera non si prende in considerazione l’ipotesi di riutilizzare il ponte di Morandi rimasto in piedi.

In ogni caso si utilizzano i numeri come più conviene, e la comunicazione di oggi giorno, veloce e sempre alla ricerca della notizia, quasi mai entra nell’approfondimento: siamo entrati purtroppo nell’era della comunicazione da bar: veloce, facile, basata sui “si dice”, poco correlata ai fatti.

Se prendiamo i dati del settore costruzioni resi pubblici da Federcostruzioni nei giorni scorsi, si vede, per esempio, che nel 2017 e 2018 le costruzioni hanno registrato un segno positivo. Peccato che il segno positivo sia al di sotto del segno registrato dal PIL. Peccato poi che questo segno positivo sia frutto, soprattutto, dell’incremento del settore “ristrutturazioni”, che ha mediato con un più 20,9% i saldi negativi degli altri comparti delle costruzioni. Peccato poi che se si guardano i dati a 10 anni, le costruzioni hanno registrato un calo del 30%, arrivando a volumi che ora sono stabilmente bassi. Non c’è ricrescita, c’è livellamento sul basso.

Chiudono le imprese strutturate, aprono quelle mono dipendente, ci sarà un perché

E poi si può andare oltre. I dati di Federcostruzioni sulla Puglia -  che prendiamo come caso di esempio per poter avere una valutazione più generale - evidenziano come in 10 anni si siano perse circa l’11% delle imprese. Qualcuno potrebbe obiettare: neppure tante vista la crisi. Ma se entro nel dettaglio per fascia di dipendenti troverò che le imprese con un numero di dipendente tra i 10 e 49 addetti sono diminuite del 50%, mentre sono cresciute le imprese monopersonali del 16% … ovvero gli artigiani. Questa trasformazione dell’organizzazione del lavoro ha portato a perdere il 40% degli occupati. Siamo sorpresi di questo dato ? ovviamente no, è il logico frutto di una politica che ha incentivato, in modo forte e determinato, gli interventi di piccola entità, che ovviamente rappresentano l’ambito di lavoro dei piccoli artigiani, disinteressandosi completamente di problematiche quali la sostituzione edilizia, la messa in sicurezza del territorio, il completamento delle infrastrutture. Certo, con il sisma bonus si è tracciata la rotta per un intervento più radicale sugli edifici, ma poi successivamente vi sono stati provvedimenti (in particolare sulla cessione del credito) che hanno di fatto reso molto debole l’applicazione reale dell’incentivo.

Da alcuni anni il CRESME evidenzia come grazie all’innovazione si sia attivato un nuovo ciclo dell’edilizia. Il rapporto CRESME – SYMBOLA del 2017 si apriva con questa frase: “C’è una nuova edilizia, già in marcia, dalla quale può venire una risposta importante al rilancio dell’economia interna, alle sfide dell’inquinamento e della messa in sicurezza antisismica. Si possono attirare capitali privati verso investimenti convenienti, ridurre i consumi energetici e i gas serra, abbattere l’inquinamento locale delle nostre città. Sono legati all’edilizia, infatti, circa un terzo dei consumi italiani di energia e, in molte città, oltre il 50% delle emissioni di polveri sottili (responsabili secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente di circa 66.000 morti anticipate). E si possono produrre nuovi posti di lavoro stabili e qualificati.”

Ma i numeri non ci sono: ci sono le esigenze, non le risposte da parte del mercato. Quali le cause ? Se si è ridotto dell’80% il numero dei permessi di costruire qual è la causa ? se Milano continua ad essere un esempio unico di nuova urbanizzazione e di riqualificazione urbana, ancor prima che immobiliare, in una Italia praticamente ferma, quali ne sono le ragioni ?

La costruzione del paese del futuro richiede uno sguardo allargato

La ragione principale sta nel verso in cui si usa il cannocchiale per guardare le problematiche economiche, e non solo delle Costruzioni, del Paese Italia.

Se cannocchiale lo uso al contrario, per rimpicciolire e non per fare crescere, allora mi concentrerò sui chilometri che uniscono Lione e Torino, e non sulla rete di corridoi europei che è stata progettata qualche anno fa, ci si accorge che il prolungamento di quella Lione Torino va in un senso verso Milano, Verona, Padova, Trieste e quindi verso l’Est europeo, e nell’altro verso l’area produttiva della Germania, il Belgio, l’Olanda e il mare del nord. Senza quella parte di mezzo abbiamo due tronconi. 

La necessità di essere sulle vie veloci del commercio e del trasporto internazionale

Dobbiamo decidere se essere provincia o capitale d’Europa. Per comprendere il valore delle infrastrutture basta parlare con un Ravennate. Se vuole andare a Roma, prendendo il Freccia Bianca delle ore 6.00 arriva alle 10.20. Quattro ore e venti per percorrere 400 km, a una velocità media di 93 km orari. Se il Ravennate ha una riunione alle 9 del mattino devo recarsi a Roma il giorno prima, con perdita di tempo e risorse (hotel). Se alla stessa ora vuole andare a Milano, arriverà alle 9.35. Per percorrere i 302 km di distanza si viaggia a una media di 84 km orari. Occorre partire anche in questo caso il giorno prima …

Se invece lo stesso cittadino vive a Firenze, che si trova alla stessa distanza da Milano, il tempo di percorrenza è di circa un’ora e mezza, quindi meno della metà. E in meno di tre ore può andare a Napoli, a una distanza ben maggiore di quella che il ravennate deve superare per arrivare a Roma. Eppure Ravenna è un porto storico del commercio internazionale.

Anche questi sono numeri. Certo, questi numeri li considera solo chi ormai abita in provincia e deve spostarsi spesso per lavoro nelle principali città italiane. Certo, questi numeri li guarda l’imprenditore che deve trasportale le materie prime in arrivo, o i suoi prodotti in partenza, e oggi deve continuare a ragionare solo su gomma, con il problema del numero dell’attraversamento dell’Austria, o dell’ingorgo intorno a Roma Firenze Bologna Milano, o del rischio incidente, o del rischio furto … e comunque con costi sempre maggiori.

Ecco perché è necessario, quando si valutano le infrastrutture, avere la visione di chi non vuole restare provincia del mondo. I Romani costruivano più strade che muri, più ponti che caserme. Cercare di costruire “la moderna via della seta” con la Cina e poi isolare Trieste non sono scelte coerenti.

Pianificare le infrastrutture tenendo conto dello sviluppo tecnologico.

Qualche anno fa l’ex amministratore di RFI, l’ing. Mauro Moretti, evidenziava come con la diffusione dell’alta velocità fosse cambiata la pianificazione delle infrastrutture in Italia e in Europa. Con la possibilità di collegare Roma e Milano con un treno in meno di 3 ore ogni scelta sulla pianificazione territoriale degli aeroporti nazionali diventava vecchia, da rivedere.

Le stazioni in un Paese come l’Italia diventavano non più solo dei gate a corto raggio, ma a medio raggio, per un’integrazione con la parte aerea a lungo raggio. E questo sistema rende obsoleta anche la pianificazione della rete su gomma.

Scelte che ovviamente si scontrano con l’Italia dei comuni. Un’alta velocità può essere tale solo se non si ferma in tutti i comuni, e questi comprendono quindi l’importanza di sostenere una rete di trasporti a breve raggio. Un’integrazione tra Ferrovie e trasporto Aereo passa attraverso il collegamento veloce tra le stazioni principali e gli aeroporti principali, non attraverso il sostegno di micro aeroporti posizionati 60 km uno d’altro. Su questo fronte potremmo continuare parlando di porti, autostrade, … con scelte che sono spesso impopolari: perché per un sindaco è difficile accettare che la TAV non si fermi alla sua stazione, pur passando la rete sul suo territorio, perché è difficile dover accettare che l’aeroporto storico debba chiudere perché non in grado di arrivare a livelli di traffico sufficienti per coprire i costi, e quindi dover valutare come potenziare il collegamento con gli hub principali.

Le costruzioni non hanno bisogno di essere sostenute, sono le costruzioni a sostenere il Paese

E’ forse questa la conclusione di questo mio editoriale. Troppo spesso si è ragionato come il Paese dovesse intervenire per sostenere le Costruzioni, e questo è rappresentato un limite per il comparto.

Ecco il perché del titolo dell’articolo:

Questo Paese non deve pensare a sostenere le costruzioni, ma … deve capire che investendo in costruzioni investe sul suo futuro !

Abbiamo guardato il dito che indica la luna, non la luna.

La sostanza è che le Costruzioni servono al Paese. La loro gestione, l’incentivazione non solo dei micro interventi ma anche della sostituzione immobiliare, l’aggiornamento e lo sviluppo delle reti infrastrutturali materiali, la pianificazione dello sviluppo urbano e degli interventi di riduzione della resilienza del territorio sono investimenti, non costi per il Paese.

E senza questi investimenti diventeremo la provincia povera di un sistema internazionale in cui i confini saranno sempre di più solo delle barriere architettoniche da abbattere, e l’interscambio culturale, economico e sociale i veri motori della crescita e della qualità del vivere.

Il Magazine

Sfoglia l'ultimo numero della rivista Ingenio

Newsletter Ingeio

Seguici su