Illusioni e Delusioni nella Digitalizzazione degli Enti Locali

angelo-ciribimi-bim-digitalizzazione.jpgQuesto breve racconto non riflette assolutamente l’attitudine positiva verso la digitalizzazione che ho avvertito, in numerose occasioni, nel ragionare con i rappresentanti tecnici degli enti locali, che spesso mi hanno stupito favorevolmente per il loro interesse al tema, nonostante le difficili condizioni in cui oggettivamente essi operano, alla vigilia anche di un importante ricambio generazionale, come è stato riportato recentemente dai mezzi di comunicazione.

Al contempo, il carattere caricaturale e, in fondo, pregno di luoghi comuni, di questa «novella» cerca di enfatizzare, con modeste pretese, alcuni tratti che spiegano forse una certa inerzia nei confronti dell’argomento che si avverte nel contesto della amministrazione pubblica locale.

Una «novella» per riflettere sul rapporto tra digitalizzazione e pubblica amministrazione locale

Carlo è un giovane architetto che, un tempo, si sarebbe definito di belle speranze.

Si era laureato pochi anni prima in una prestigiosa università tecnica ed era stato, naturalmente, uno studente della Generazione Erasmus.

Negli ultimi anni di studio era stato affascinato o, almeno, incuriosito da alcuni docenti un po’ più vivaci di altri, forse anche un poco più giovani o che, comunque, parlando di temi mai uditi prima, come la digitalizzazione, tali si sentivano.

Aveva, in seguito, fatto ritorno alla realtà originaria, nella provincia profonda italiana, per ereditare, si fa per dire, data la profonda crisi della professione, lo studio paterno.

Un giorno, stanco di una condizione non esaltante, ricordandosi degli antichi professori, già lui era uno studente frequentante, dunque aveva avuto davvero dei docenti, aveva deciso di recarsi all’ufficio tecnico del Comune, un paese di alcune migliaia di abitanti, in cui viveva, per capire un po’ meglio che cosa pensassero del...BIM.

Entrato nella sede del Comune, si era recato negli uffici competenti, un luogo un po’ triste, coi controsoffitti biancastri e le luci al neon, che sembravano comunicare la supremazia assoluta della intima essenza della burocrazia, e della marca da bollo, per incontrare la responsabile del settore tecnico, una gradevole signora, piuttosto curata, non proprio giovanissima, intorno alla sessantina, così a lui era parso.

La signora, di cui non ricordava esattamente il nome e il cognome, ma per certo, ne era sicuro, era un architetto come lui, aveva speso lì la sua intera esistenza professionale all’ombra dell’«ingegnere», che da tempo immemorabile aveva retto l’ufficio, districandosi abilmente tra assessori e professionisti.

A un certo punto, improvvisamente, come sempre accade quando si ignora l’anagrafe, il capo se ne era andato, in pensione: e, in verità, con lui se ne era andata una intera epoca...

Ne aveva, quindi, raccolto, così per inerzia, l’eredità, ora divenuta piuttosto difficoltosa, e ora si muoveva, con una certa stanchezza, in attesa, a sua volta, del buen retiro.

Ma, per Carlo, ciò che premeva era il futuro, una nuova era di trasformazione: digitale, per l’appunto.

Alla domanda se avesse mai sentito parlare del BIM, la dirigente aveva risposto con una certa, un poco annoiata, sorpresa: «sì, mi pare proprio, forse in qualche brochure di corsi formativi. A ben pensarci, era gratuito, qualche credito formativo bisognerà pur racimolarlo. Vedrò di recuperare il volantino».

Carlo si aspettava che la signora lo interrogasse sull’argomento, ma, sulle prime, non accadde nulla di tutto ciò.

All’improvviso, piuttosto timidamente, ma anche disinvoltamente, si avvicinò un giovane collaboratore dicendo: «il BIM, mi pare, è il nuovo strumento per progettare, ma qui, da tempo ormai, nessuno progetta più nulla».

Carlo replicò: «in realtà, si tratta, prima di tutto, di un metodo e si applica, anzitutto, alle stazioni appaltanti: per legge».

La dirigente si ravvivò improvvisamente e chiese: «un obbligo? Da quando?».

Carlo le rispose: «per tutti i lavori, almeno per quelli minori, dal 2025».

«2025?», sospirò l’architetto, «ma allora non dovrebbe più riguardarmi, ci penserà il mio successore, sempre che non intervenga una deroga all’obbligatorietà».

Poi soggiunse: «a ogni buon conto, di che cosa si tratta esattamente?».

A questo punto, Carlo avrebbe voluto sciorinare le sue conoscenze, di origine accademica, sul tema, eppoi si era pure aggiornato nel frattempo, ma si trattenne pensando che certe spiegazioni sofisticate non avrebbero dato i frutti sperati.

Cercò, dunque, di trovare parole ed espressioni più semplici, affermando, comunque: «prima di tutto, vorrei precisare che si tratterebbe di commissionare le opere, prima ancora di progettarle».

Al che, l’architetto intervenne, dicendo: «allora bisogna fare intervenire le colleghe dell’ufficio gare e appalti».

Il giovane collaboratore si intromise per spiegare: «ma stiamo parlando di informatica!».

La signora, di conseguenza, affermò: «se è così, dobbiamo sentire il responsabile dei sistemi informativi».

Carlo, allora, si permise di ricordare: «il RUP è il primo soggetto da coinvolgere».

La dirigente, con una certa preoccupazione, intervenne: «in effetti, sono io. Che responsabilità questo BIM comporterebbe? Forse dovrei consultare il nostro consulente legale. Già ho dovuto frequentare un corso per Project Manager».

Carlo avrebbe voluto tanto spiegare che il tema consistesse nell’acquistare modelli e strutture di dati, ma ripiegò col dire: «dovreste predisporre un capitolato informativo e individuare un ambiente di condivisione dei dati».

L’architetto affermò: «non so esattamente di che cosa si tratta, forse davvero è il caso che mandi qualche mio collaboratore, anche se siamo in pochi e qui tutti servono, a seguire un corso di formazione. Dobbiamo assolutamente saperne di più».

Il giovane collaboratore che le stazionava accanto intervenne: «a dir la verità, proprio ieri ho visto sul web un capitolato informativo, relativo a una gara bandita da una amministrazione più grande della nostra. Forse potremmo prenderne spunto».

Carlo tra sé pensò che volesse intendere che lo si potesse emulare di sana pianta, se proprio, un giorno o l’altro, l’obbligo dovesse essere osservato.

L’architetto, con una certa, inaspettata, decisione, disse: «la materia è complicata, sarà meglio richiedere un supporto esterno, magari anche suffragato da un parere legale, con le responsabilità, si sa, non si scherza mai».

Un secondo collaboratore, attratto dalla discussione, si permise di aggiungere: «a un seminario, ho ascoltato un relatore consigliare di diffidare dai consulenti che parlano di metodi, bisogna essere pratici, bisogna passare subito all’operatività. Diceva che bisogna semplificare, di non preoccuparsi più che tanto. Che i benefici si sarebbero subito avvertiti, che al cambiamento non ci si poteva opporre».

La dirigente si disse completamente d’accordo: «mah, sì, in fondo non sarà così diverso dal CAD. Cerchiamo di capire quali siano esattamente i costi, quali siano le agevolazioni, come il BIM si ripercuota sui nostri incentivi».

OPPURE

La dirigente lo contraddisse, affermando: «non credo, mi pare di capire che il tema abbia molte importanti ricadute sull’operatività degli uffici, non solo del nostro. Cerchiamo di capire quali siano non solo gli oneri diretti originati dall’investimento, ma anche le conseguenze sul funzionamento dell’amministrazione. Non banalizziamo, solo così potremo trarne dei benefici reali».

Naturalmente, auspicando che la breve storia sia del tutto infondata, è opportuno che ciascuno scelga l’epilogo che preferisce.