Laurea del geometra: il punto sul progetto di riforma

I disegni di legge che riformano il percorso di accesso alla libera professione di geometra sono al vaglio della settima Commissione permanente del Senato, che ha nominato il senatore Albert Laniece come relatore.

formazione-universita-studenti-banchi-700.jpg

Diventare geometri oggi

Attualmente, per diventare geometra è necessario conseguire il diploma di istruzione tecnica, indirizzo Costruzioni, Ambiente e Territorio (CAT), e poi superare l’esame di abilitazione all’esercizio della professione.

I percorsi per accedere all’esame di abilitazione sono tanti e fin troppo differenti, a esempio: un tirocinio di massimo 18 mesi, la frequenza di corsi di formazione professionale organizzati dai Collegi o di percorsi didattico-formativi attuati dagli Istituti Tecnici Superiori (ITS) della durata di 4 semestri o il conseguimento di una laurea breve in Ingegneria, in Scienze dell’architettura, Urbanistica o Scienze e tecniche dell’edilizia, comprensive di tirocinio.

In poche parole, un percorso formativo estremante variegato che, come evidenziato da Maurizio Savoncelli, Presidente del Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati (CNGeGL), porta ad avere «un’evidente disomogeneità nella preparazione dei candidati all’esame di abilitazione».

Cosa prevede la riforma per diventare geometra

La proposta di riforma, al vaglio della settima Commissione permanente del Senato, prevede che venga istituita una laurea professionalizzante della durata di tre anni (l’ultimo dei quali prevalentemente tirocinio), il cui esame finale di laurea avrà valore di esame di abilitazione alla professione di geometra.

Ma a che punto siamo con la riforma? Quando finirà il periodo transitorio? Come sarà articolato il nuovo percorso di studi e quali vantaggi porterà alla professione? 

Per avere indicazioni su questi ed altri temi, Ingenio ha interpellato il Presidente del Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati, Maurizio Savoncelli.

maurizio-savoncelli-geometra-700.jpg

Maurizio Savoncelli, a che punto siamo con la proposta di riforma presentata in Parlamento?

«Dopo la discussione al Senato la proposta verrà vagliata dalla Camera, secondo quanto prevede l’iter di legge. Quello che invece oggi, purtroppo, non è possibile prevedere, sono i tempi, per ovvi motivi legati alla gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID – 19 che ha colpito il nostro Paese». 

I motivi e gli obiettivi della proposta di riforma della laurea del geometra

Quali sono i motivi che hanno portato all’elaborazione del progetto di riforma?

«Alla base del progetto vi è la necessità di far fronte a una serie di problematiche collegate alle riforme apportate negli ultimi venti anni alla scuola secondaria di secondo grado, all’università e al sistema di accesso alle professioni. Nella fattispecie: la riforma della scuola secondaria di secondo grado ha reso molto più “generalista” il percorso curriculare dell’istituto tecnico CAT rispetto al precedente ITG (Istituto Tecnico per Geometri); l’introduzione del 3+2 ha consentito la nascita di lauree triennali non sempre focalizzate sulle esigenze del mercato, mancando l’obiettivo dell’occupabilità in tempi brevi; la prolificazione dei percorsi post diploma per accedere all’esame di abilitazione è causa di una preparazione disomogenea e inefficace dei candidati. A ciò si aggiunga, inoltre, la necessità di adeguarsi alle direttive europee del 2005 e del 2013, che prevedono che tutti i professionisti italiani, così come avviene nei Paesi comunitari, debbano avere una formazione di livello accademico triennale». 

L’obiettivo di fondo qual è?

«Istituire un percorso chiaro e definito: un giovane che a 13 anni decide di fare il geometra deve sapere che dovrà frequentare un istituto d’istruzione secondaria e, a seguire, un corso di laurea triennale altamente professionalizzate, caratterizzato da un impianto didattico differente da quello di corsi limitrofi – ingegneria o architettura - perché “tarato” sulla professionalità specifica del geometra. Che, mi ripeto, è figura ben diversa da quella dell’ingegnere o dell’architetto». 

Laurea per diventare geometra: come potrebbe essere articolato il triennio e l'esame

Come sarà strutturato il triennio?

«Durante il primo anno si approfondiranno le materie di base come analisi, chimica, fisica e diritto; nel secondo si affronteranno quelle professionalizzanti come geomatica, estimo e, soprattutto, diritto privato, amministrativo e comunitario, strumenti necessari al professionista per intercettare i canali di finanziamento europeo. Senza dimenticare, ovviamente, la forte vocazione tecnologica (fondamentale l’acquisizione di competenze digitali: dal BIM alla termografia, al rilievo satellitare) e multidisciplinare».

L’esame finale del triennio coinciderà con quello di abilitazione?

«Sì, non si discuterà più la tesi tradizionale ma si affronterà un esame di laurea con prove scritte e orali, valutate da una commissione mista. E, ovviamente, non si dovrà più sostenere l’esame di abilitazione».

L’arrivo della laurea professionalizzante non comprometterà le iscrizioni all’attuale Istituto tecnico? Uno studente potrebbe scegliere un liceo per poi proseguire con la laurea triennale.

«Il progetto poggia su tre gambe: l’Università, che trasferisce le conoscenze di livello accademico, l’Istituto tecnico CAT, spesso sede del corso e delle attività laboratoriali e i Collegi territoriali, responsabili dell’erogazione dei crediti formativi del terzo anno (48 su 60), vincolati allo svolgimento del tirocinio qualificante. Va da sé che lo studente iscritto al corso di laurea per geometri proveniente, a esempio, da un liceo, incontrerebbe non poche difficoltà perché privo dei “fondamentali” che si acquisiscono nel quinquennio CAT».

La norma transitoria e la fase sperimentale dei corsi professionalizzanti per geometri 

E per quanto riguarda la norma transitoria? 

«Prescindendo dall’indicazione di date che, a fronte della situazione di cui sopra, eviterei di ipotizzare in quanto correlate a quella di approvazione della legge, il principio guida dev'essere quello di garantire ai ragazzi pre-iscritti al primo anno dell’istituto tecnico CAT di disporre di un lasso di tempo utile a completare il quinquennio di istruzione superiore, svolgere il tirocinio e sostenere l’esame di abilitazione. Tempi lunghi, certo, ma necessari e appropriati per portare a compimento un progetto di ampio respiro: la legge prevede, infatti, che dovranno essere emanati due decreti, il primo per definire la classe di laurea e la modalità di svolgimento dell’esame abilitante, mentre il secondo, dopo un anno, per attualizzare le competenze di una figura professionale che fisiologicamente si evolve in relazione al percorso di studi e al contesto in cui opera». 

Nel frattempo, il CNGeGL ha avviato una fase sperimentale con corsi professionalizzanti nati su decreto ministeriale ...

«La laurea professionalizzante è già partita in numerosi sedi, tra le quali l’Università di Modena e Reggio Emilia, il Politecnico delle Marche, l’Università degli Studi di Padova, l’Università degli Studi di Udine, l’Università della Basilicata di Potenza, l’Università “La Sapienza” di Roma, l’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, l’Università degli Studi di Brescia, l’Università degli Studi di Bergamo e il Politecnico di Bari. Ricordo, inoltre, l’esperienza pioneristica con l’Università di San Marino, che ha consentito l’attivazione dei corsi nelle sedi (tra le altre) di Lodi, Rimini, Sondrio, Como e Mantova».

Come stanno andando? Ne avvierete altre?

«Siamo molto soddisfatti, sia per il numero di adesioni ai corsi già avviati nei precedenti anni accademici, che per le nuove immatricolazioni. Numeri che ci incoraggiano ad andare avanti sia nel progetto che nella sperimentazione sul territorio, appunto: proprio in questi giorni si stanno valutando le richieste di altre sedi, confido in un incremento nel prossimo anno accademico». 

Tutto ciò è sinonimo di una forte territorialità...

«Si, decisamente. Del resto, uno degli obiettivi dichiarati della riforma è quello di avvicinare le università al territorio, strutturando una vera e propria “rete” tra queste e gli istituti superiori di provenienza. Faccio un esempio: a Lodi, il corso di laurea avviato in collaborazione con l’Università di Modena e Reggio Emilia (130 iscritti, il più numeroso), ha sede presso il locale istituto tecnico CAT. Analogamente a Rimini che, pur non essendo città universitaria, ospita il nostro corso accademico. Modelli “esportabili” in tante altre zone, in tanti altri territori: basti pensare che in Italia ci sono circa 90 università tra pubbliche e private, a fronte di quasi 500 Istituti tecnici a indirizzo CAT».

La riforma quindi è vicina?

«Prendiamo atto che il legislatore ha preso in mano il provvedimento; sui tempi – data la grave situazione del Paese – ritengo opportuno non fare alcuna previsione».