Un Nuovo Paradigma Identitario per il Settore tra Emergenza e Prospettiva

La drammatica e incerta situazione di carattere sanitario, economico e finanziario in cui versa il Nostro Paese all’interno di una crisi globale fa certamente sì che altre tematiche, rivolte al futuro, sia pure a essa correlate, appaiano marginali.

D’altra parte, si confida, nel breve e, soprattutto, nel medio termine, negli investimenti pubblici, oltreché partenariali, specialmente di natura infrastrutturale, per immaginare la «ricostruzione» del contesto, una volta superata la fase più letale della crisi in atto.

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Tra queste tipologie di investimenti certamente avrà un ruolo principale quella relativa alle strategie di carattere strutturale attinenti alla sanità pubblica che si intenderanno porre in essere a seguito della (complessa) conclusione del periodo emergenziale.

Entro tale situazione emerge, però, la centralità di una inedita concezione dell’ambiente costruito, i cui termini sono, sia pure in forma embrionale, già stati timidamente delineati nei tempi recenti.

Accanto, infatti, alle sfide che si condensano attorno al cosiddetto Green Deal (da rivedere?), dal cambiamento climatico alla sostenibilità, per non dire della circolarità, si staglia la tematica attinente alla «relazione», oggi esplicitata dal distanziamento sociale, alla «connessione», attualmente fondamentale per l’apprendimento e per il lavoro a distanza, al «tracciamento», aspetto probabilmente cruciale per la conclusione del lockdown, ma già ampiamente dibattuto a proposito del capitalismo della sorveglianza e dell’economia delle piattaforme digitali.

Sotto questo profilo, alla luce della «esperienza» come elemento forse determinante per i nuovi prodotti immobiliari e infrastrutturali e per i business model a esso sottesi, appare improvvisamente meno implausibile ipotizzare, dal punto di vista della digitalizzazione, la «cognitività» dei cespiti, mobili e immobili, già intuibile, ad esempio, in relazione alla helpful o alla smart home, quale driver decisivo.

Essa, peraltro, si nutrirebbe della capacità di dialogo e di interazione «costante» e «naturale» tra utenti, occupanti, fruitori e contenitori a cui essi si relazionano, contenitori evolutivi a loro volta in collegamento con altre entità puntuali, lineari, reticolari.

Di là delle chiare e inquietanti implicazioni relative a un tale scenario e del grado di tempestività nella «risoluzione» della pandemia in corso, è palese, tuttavia, che si sia in presenza di una accelerazione di modalità inedite di concezione e di fruizione dello spazio costruito e costruibile, imperniato sui living service e sul valore «immateriale» dei cespiti tangibili, apparentemente, questo, un ossimoro, dei beni immobiliari o infrastrutturali.

Mi pare necessario che, nei prossimi anni, il settore della costruzione e dell’immobiliare si interroghi seriamente su questa prospettiva, che comporta un potenziale e formidabile cambiamento di paradigma identitario per i suoi committenti e per i relativi operatori economici.