Riflessioni Con-fuse dell’Uomo della Strada sul Settore

Ammesso che sia possibile essere oggi uomini in strada, penso sia utile permettersi almeno di esprimere, in modo intenzionalmente con-fuso, alcuni propri pensieri. Il primo dei quali riguarda certamente il fatto che il settore della costruzione e dell’immobiliare rischi oggi di soffrire una ulteriore, se possibile, più grave, crisi strutturale di quella che ha recentemente sperimentato.

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Valenza e priorità del Settore della Costruzione e dell'Immobiliare: alcune riflessioni

Al contempo, tuttavia, nella ideale competizione in negativo con altri settori economici, quale posizione e priorità compete a esso agli occhi dei decisori politici e finanziari?

Certo, da un lato, la sua valenza intersettoriale è indiscutibile, così come lo sono i collassi infrastrutturali dei viadotti e le esondazioni dei corsi d’acqua, ma ciò è davvero sufficiente a rivestire un ruolo principale nel futuro European (& National) Recovery Plan?

Credo che una prima risposta provenga da una riflessione sul significato della ricostruzione socio-economica del Paese che, solo indirettamente, riguarda la manutenzione straordinaria e l’estensione delle infrastrutture e la rigenerazione urbana, non tanto perché non vi siano rovine materiali, quanto in virtù del fatto che i beni tangibili, immobiliari e infrastrutturali, oggi debbano rispondere a modelli culturali e organizzativi, dalla natura territoriale della salute pubblica alla gestione dei tempi della mobilità e del lavoro (anzitutto, di quello educativo), che attualmente sono spinti in altra direzione dalle caratteristiche della pandemìa vitale, ma che certo non si esauriranno con essa, poiché embrionalmente la anticipavano.

Per questa ragione, appare poco credibile, specie a fronte della reale, cospicua, incidenza che il settore allargato dell’ambiente costruito presenta nei confronti dell’economia nazionale, immaginare di beneficiare, senza particolari vincoli amministrativi, di ingenti moli di finanziamenti per realizzare opere tradizionali, esclusivamente fisiche, autoreferenziali, anche se apparentemente interconnesse, da parte di un tessuto committente, professionale e imprenditoriale atomizzato dimensionalmente e distinto identitariamente.

Il fatto è che il tracciamento dei contatti, pur anonimizzato, accanto all’identificazione dello stato di salute, abbia fatto saltare la soluzione di continuità tra realtà immateriale e realtà materiale, tra profili social e spostamenti fisici, generando una condizione inedita stravolgente, che lo stato di necessità del lavoro confinato, a prescindere dal fatto che possa essere intelligente o meno, abbia posto il dato al centro dell’attenzione, accelerandone la centralità, disorienta completamente i riferimenti.

Il punto è che la segnaletica dei due metri di distanziamento fisico posta all’ingresso delle scuole danesi ci dice iconicamente che lo spazio come rischio e lo spazio come esperienza di interazione e di relazione, come flusso e come comportamento, acquisisca una rilevanza straordinaria, diviene personalizzato ed evolutivo.

Innanzi a questi passaggi epocali, possiamo davvero supporre di riproporre il settore, seppure abbellito di circolarità, di digitalizzazione, di sostenibilità, per come esso è sempre stato?

Possiamo davvero credere che sia possibile rinviare ulteriormente aggregazioni, fusioni, reti, soprattutto, integrazioni e ibridazioni? Possiamo realmente ritenere che i soggetti che si pongono lungo la catena del valore dell’ambiente costruito, del nuovo ambiente costruito, attraverso la nozione di Trans-Operabilità, incluse le Technology Company e le Public Utility, possano rivestire ruoli affatto distinti e separati, tanto più all’interno e all’esterno dei confini del settore?

Personalmente, non lo ritengo praticabile né, forse (anche se l’espressione dubitativa qui è legittima) auspicabile.