Chi buttare giù dalla Piattaforma? Le Nuove Catene di Fornitura

L'emergenza sanitaria potrebbe imprimere una straordinaria accellerazione e svolta per il settore della costruzione e dell'immobiliare. Al centro di questo cambiamento, un ruolo importante è attribuito alle piattaforme digitali. Qui una riflessione a cura del prof. Angelo Ciribini

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Dai Modern Methods of Construction ai Behavioural Outcomes

L’assunto adottato e proposto da chi scrive è che ciò a cui lentamente da anni si sta assistendo e a cui la pandemìa da SARS-CoV-2 potrebbe imprimere una straordinaria accelerazione è dato da una duplice e concomitante svolta nel settore della costruzione e dell’immobiliare che obbligherà a una radicale riconfigurazione dei propri assetti: una concezione industriale, nella sua accezione più profonda e non sempre connessa ai modi di produzione (versatili); una interpretazione comportamentale del cespite fisico, come generatore di esperienze singolari.

Questa evoluzione, che difficilmente potrà, a un certo momento, restare incrementale, è destinata a rimettere, alla radice, appunto, in discussione gli assetti consolidati.

Per questa ragione, sarebbe auspicabile associare alla volontà di accrescere e di sburocratizzare i volumi di investimenti desiderati per il settore (dalla riqualificazione energetica al riassetto infrastrutturale) un disegno innovativo del futuro del comparto, caratterizzato dalla piattaformizzazione, che non potrà più aspirare a consolidarsi in forme frammentate al proprio interno e chiuso a soggetti esterni, sempre più influenti nell’ambiente costruito.

Le due interpretazioni dell'economia delle piattaforme digitali

L’avvento della economia delle piattaforme digitali è stato, negli scorsi anni, un tema ampiamente dibattuto, più volte trattato dallo scrivente.

In buona sostanza, il tema è oscillato tra una interpretazione positiva, improntata sull’economia della collaborazione e della condivisione, e una accezione negativa, caratterizzata dal controllo e dalla sorveglianza.

Esso, per semplificare, verteva essenzialmente su due manifestazioni differenti: la prima di esse riguardava piattaforme basate su sistemi operativi, dapprima, e su web service, in seguito; la seconda si fondava, invece, sulla disintermediazione tra Domanda e Offerta di beni o di servizi, nonché sulla messa in relazione sociale tra gli individui.

In molti casi tali servizi o prodotti non esistevano precedentemente oppure erano erogati do offerti da soggetti convenzionali.

In ogni caso, al centro vi era un soggetto, il gestore della piattaforma, che, oltre a trarre un beneficio dalle transazioni o dalla offerta in atto, aveva la possibilità di estrarre valore attraverso l’analisi dei dati comportamentali dei soggetti aderenti alla piattaforma medesima, con caratteri più o meno esclusivi, sia per destinarli alle inserzioni pubblicitarie, influenzando le opzioni dei consumatori, sia, potenzialmente o effettivamente, per condizionare le scelte elettorali dei cittadini.

Di fatto, i dati numerici generati dai soggetti attivi sulle piattaforme permettevano di comprenderne le preferenze, le azioni e persino i pensieri e le emozioni.

Tutto ciò aveva, dapprima, assunto, come detto, un grande rilievo per gli inserzionisti pubblicitari e, successivamente, per gli attori politici.

Per questa ragione, tale condizione, da alcuni denominata come capitalismo della sorveglianza, aveva sollevato non poche preoccupazioni anche per quanto concerne l’essenza stessa della democrazia, non solo dell’economia, giacché l’estrazione di valore, svolta in questo modo, appariva contraria ai principî tipici delle società occidentali.

A dire il vero, in ambito comunitario, le stesse piattaforme erano anche state interpretate in senso più costruttivo, in qualità di ecosistemi digitali cooperativi.

Intelligenza artificiale e genetica: i nuovi sviluppi del capitalismo di sorveglianza?

Gli sviluppi più recenti di questa forma di capitalismo sembrano, infine, vertere sulla intelligenza artificiale e sulla genetica.

Una esplicitazione attuale del paradigma della sorveglianza, sia pure mitigata secondo modalità legata alla tutela e alla protezione dei dati personali, è ora palese per quanto riguarda il cosiddetto tracciamento dei contatti inerente alla diffusione del contagio causato dalla SARS-CoV-2, allorché probabilmente la cooperazione tra i centri di ricerca o i laboratori dedicati alle soluzioni vaccinali potrebbe, in qualche modo, essere assimilabile alla seconda ipotesi.

Comunque sia, la possibilità di far sì che gli operatori del mercato si muovano attraverso logiche tracciate e governate dai dati, possibilmente strutturati, ha generato la diffusione del fenomeno della piattaformizzazione che investe, ad esempio, tanto i servizi finanziari quanto il comparto degli autoveicoli.

La logica della piattaforma digitale

La logica che sottende a essa prevede, infatti, che l’erogazione di un servizio o la vendita di un prodotto (che diviene, peraltro, ormai un servizio esso stesso nel proprio ciclo di vita) possano avvenire in maniera sofisticata, coinvolgendo la customer experience, vale a dire raggiungendo, in maniera personalizzata, l’identità intima di ciascun cliente o consumatore.

Nel settore della costruzione e dell’immobiliare si è fatta una notevole confusione in merito all’accezione di piattaforma, ponendovi indistintamente applicativi informatici, ambienti di condivisione di dati, mercati elettronici, logistiche manifatturiere, e quant’altro.

Così facendo non si è, di conseguenza, colto il significato ultimo della posta in gioco sollevata dall’economia e dalla società digitalizzate.

Detto in altri termini, le rare situazioni in cui si possa davvero parlare di piattaforme digitali, come quelle che stanno sorgendo grazie, ad esempio, alla pubblicazione delle norme EN ISO 23386 ed EN ISO 23387, intendono, a partire dalla determinazione di data dictionary e, forse, in futuro, di specifiche ontologie di dominio, governare, non a caso, non tanto (e non solo) la commercializzazione e la distribuzione di prodotti e di componenti edili e impiantistici, quanto di riconfigurare, ed eventualmente di (etero-)dirigere le catene di fornitura, includendovi il committente, come contemplato nelle intenzioni all’origine di Industrie 4.0.

Il che aiuta a comprendere come, di là da intenti generici di messa a sistema e di collegamento di ambiti eterogenei in cui si producono o si elaborano dati strutturati, semi strutturati e, più frequentemente, non strutturati, secondo interessi divergenti e conflittuali caratteristici di mercati atomizzati e antagonistici, le piattaforme digitali, così come la piattaformizzazione, abbiano ben altra portata.

I presupposti della piattaformizzazione

Esse, infatti, vertono su due presupposti basilari: il primo, connesso alla scomparsa progressiva dei documenti, concerne la possibilità che il dato numerico entri direttamente nei processi decisionali, informandoli e agendoli, anche grazie algoritmi predittivi e semi automatismi.

Non è un caso che ormai tutte le società tecnologiche più legate alla dimensione materiale stiano ora approntando, o riconvertendo, le proprie piattaforme per il settore della costruzione della costruzione e dell’immobiliare, ma che, soprattutto, stiano iniziando a farlo anche quelle più legate alla realtà immateriale.

In altre parole, internamente ed esternamente al settore, è inevitabile che il fenomeno della piattaformizzazione metta in relazione, governi a sistema, reti di micro, di piccole e di medie organizzazioni, secondo criteri ispirati alla cultura industriale e, in molti casi, attraverso forme di diretta industrializzazione.

Per il mercato domestico è, dunque, importante che le rappresentanze colgano tempestivamente questo fenomeno, che, intrinsecamente, tenderà ad affidare ruoli rappresentativi a coloro che gestiranno le piattaforme medesime.

La seconda premessa segna il passaggio dalla inter-operabilità alla trans-operabilità.

Quanto detto comporta, anzitutto, che la effettiva digitalizzazione del mercato metta in risalto quali attori, all’interno delle filiere, siano mal posizionati entro le catene del valore, decretandone, presumibilmente, l’espulsione o almeno la marginalizzazione.

Per questa ragione, l’avvento delle piattaforme digitali ridisegna uno scenario che dovrebbe inquietare molti operatori abituati ad agire convenzionalmente nell’universo analogico.

Non è dimostrabile, a questo proposito, che la digitalizzazione sia un fenomeno positivo per tutti gli attori, ma è significativo che, ad esempio, gli esponenti del mondo della distribuzione commerciale vi prestino una attenzione specifica.

Al contempo, proprio la controversa questione inerente alla tutela e alla protezione dei dati personali legata alla pandemìa ha generato una sorta di continuità tra le piattaforme digitali più vicine al cosiddetto social e quelle più prossime al real.

Tale passaggio, in verità, sancisce l’ingresso nel mercato di operatori in precedenza in esso assenti, che improntano i propri business model, incentrati, tra gli altri, sull’home speaker o sullo space as a service, laddove i cespiti immobiliari e infrastrutturali saranno sempre più asserviti alla dimensione comportamentale o esperienziale degli utenti.

Ovviamente, l’affermazione crescente dei digital marketplace, così come quella relativa alle open API nei common data environment non è estranea alla progressiva piattaformizzazione del settore.

Parimenti, una migliore contezza della nozione di piattaforma dovrebbe, comunque, come detto in passato più volte, indurre a riflettere su alcuni passaggi che oggi emergono prepotentemente a seguito del rallentamento forzato del mercato, incentrato non solo sulla carenza di liquidità o su eventuali indennizzi di carattere contrattuale, ma anche, e soprattutto, ad esempio, sulla collaborazione più stretta tra produttori e distributori, nei confronti dei costruttori, laddove i rivenditori sempre più rinvengono nella digitalizzazione un fattore trasformativo essenziale.

La tematica evoca, in effetti, anche una accezione più propria di piattaformizzazione, in quanto, anzitutto, altrove sono già in essere, ad esempio, luoghi digitali di intermediazione tra micro e piccoli committenti di interventi di recupero o di riqualificazione e micro e piccoli artigiani.

In questo senso, la piattaformizzazione agisce su due livelli, interattivi, complementari.

Il primo di essi attiene alla integrazione stretta tra committenti, ideatori, esecutori e gestori dei cespiti materiali, immobiliari e infrastrutturali, sempre più connessi e interdipendenti, che obbliga a una concezione olistica del prodotto/servizio nel ciclo di vita, tanto che l’ormai abusata locuzione del gemello digitale è strettamente legata alla gestione del prodotto nel ciclo di vita: ciò darà vita a forme sempre più avanzate di cultura industriale, non sempre né necessariamente inerenti alla automazione o alla prefabbricazione (si pensi alla conservazione).

Il secondo di questi investe la dimensione comportamentale che le mutate relazioni spaziali dovute al fenomeno pandemico hanno solo messo in risalto, forzando gli attori del settore verso una offerta di risultati di natura esperienziale, oggi più prossimi alla salute e al benessere, fisico e psicologico.

È chiaro che questo doppio binario, materiale e immateriale, industriale e comportamentale, di prodotto e di servizio, locale e sistemico, non può lasciare inalterato il comparto, ma la sua trasformazione deve essere guidata da precise strategie.

Si tratta, come avviene, in altri settori industriali, di accostare alle istanze emergenziali una visione di medio e di lungo termine, che accetti le conseguenze della trasformazione in atto.

 

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