Calvi: «Troppa importanza alla “Venustas”, poca alla Firmitas, Utilitas dimenticata»

Andrea Dari, Editore di Ingenio, ha incontrato il Prof. Gian Michele Calvi, per un’intervista sul tema della progettazione.

Oggi abbiamo a disposizione software e strumenti digitali sempre più evoluti, il numero di norme e leggi è cresciuto asintoticamente, l’internazionalizzazione ha consentito uno scambio di conoscenze senza precedenti.

Ma la progettazione si è evoluta? Ecco le risposte del Professor Calvi.

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La progettazione strutturale? «Alla base c'è il fattore economico»

Caro Gian Michele, oggi il progettista dispone di strumenti di calcolo aggiornati e potenti e sempre più spesso si trova a dover integrare alla progettazione strutturale anche altri fattori, come la parte economica. Siamo di fronte a un cambio di paradigma della progettazione strutturale? Lo strutturista deve avere una visione che vada oltre al calcolo e si integri con altri strumenti?

«Si, è vero. Oggi abbiamo strumenti di calcolo sempre più potenti. Ed è vero anche che molti di questi consentono già integrazioni che fino a qualche tempo fa erano impensabili, pensiamo al BIM e all'integrazione tra la progettazione strutturale, architettonica e impiantistica. Ed è ancor vera la possibilità di aver strumenti che integrino aspetti economici, a cominciare dalle valutazioni di computo metrico. Non c’è dubbio che ci sia la tendenza verso una forte integrazione. Ma sono strumenti, strumenti più potenti. L’aspetto centrale continua però ad essere quello di "chi ci mette la testa”. Negli  Stati Uniti si usa spesso questa frase, «If you want to find the answer, you must know the answer». Significa che se non si conosce cosa si cerca non lo si trova, e questo è quanto mai valido oggi, malgrado la numerosità di strumenti disponibili, come lo era ieri».

Il dover tenere conto di queste considerazioni che vanno oltre la parte strutturale comporta che chi coordina questi progetti abbia una preparazione più vasta, al di fuori anche dei meri aspetti tecnici ?

«È sempre stato così. Spesso però c'è una deriva che nasce da una certa confusione tra progetto, analisi e verifica. Per concepire la struttura si devono fare delle scelte che non sono scritte da nessuna parte, che non sono suggerite da un software … per esempio, qualcuno ha deciso se un ponte si fa con campate di 50 metri, 100 metri o 200 metri? Qualcuno ha deciso se un ponte si fa in calcestruzzo o in acciaio? Queste sono scelte che hanno come background il fatto di fare la scelta migliore. Sono le scelte che consentono di vincere le gare, ovviamente quelle in cui chi faceva le cose migliori vinceva. Per cui conta la capacità intrinseca di mettere insieme la scelta “migliore”: se per migliore intendiamo quella che sia la più economica sotto il profilo dell’investimento, penso che oggi debba essere la più conveniente non solo sotto il profilo della realizzazione ma anche sotto il profilo della manutenzione, della gestione di perdite e dell’indotto, e così via. Quello che voglio dire è che nella fase di vera progettazione, che è quella in cui si concepisce un’opera, in cui si fanno le scelte fondamentali, qualcuno ha sempre dovuto metterci in modo esplicito e implicito l’intelligenza di capire qual è la scelta più conveniente. Se invece per progettazione s’intende qualcuno che ha già davanti un’opera, sa già quanto è lungo il ponte, quanto sono alte le pile, come deve essere l’impalcato ... e si tratta di decidere quante barre di acciaio metterci dentro, quante staffe inserire .. allora sono d’accordo con te, ma non è lì che cambia l’aspetto economico. L’aspetto economico cambia nelle scelte fondamentali». 

A volte, in genere nel caso di centri direzionali di particolare importanza o di opere speciali come musei ed edifici pubblici, il committente prima affida all’architetto la scelta della forma dell'edificio e, solo in un secondo momento, si entra nel merito della parte progettuale. Si tratta di scelte che influenzano quelle successive, ad esempio, se il designer decide di volere un edificio curvo o con forme complesse, poi lo strutturista dovrà eccedere in soluzioni speciali che garantiscano super prestazioni: non si ragiona più sulla robustezza, sulla facilità di manutenzione, sull’impronta di CO2 ... e si tralasciano altri aspetti. In che modo la progettazione strutturale può cercare invece di avere un ruolo diverso, che non sia semplicemente il calcolo?

«Quello che tu hai descritto, che in effetti è stata ed è tuttora la prassi seguita in tante opere, purtroppo, comporta semplicemente il fatto che sia demandata all’architetto l’effettuazione di scelte che non gli sono proprie. Si è dimenticata la triade vitruviana: in questi casi conta solo la «venustas», la firmitas è un qualcosa che bisogna aggiungere, non parliamo dell’utilitas perché non viene proprio considerata. Quindi se Vitruvio parlava di una triade è perché firmitas, venustas e utilitas, erano sullo stesso piano. Io non sto dicendo che la venustas debba venire dopo il resto, sto dicendo che forse nel prendere le decisioni andrebbero inclusi tutti e tre gli aspetti: quello della convenienza, quello dell’eleganza e quello della funzionalità strutturale. La funzionalità strutturale non è da incollare a qualcosa, non è un qualcosa "che viene fatto dopo”. Lasciamo da parte gli edifici, pensiamo a opere in cui l’aspetto strutturale è molto più connaturato, le grandi metropolitane, i ponti … allora lì che deve fare l’architetto? Può fare dei danni, ma comunque pazienza».

La progettazione strutturale e l'uso degli strumenti di calcolo

Oggi abbiamo strumenti di calcolo potentissimi anche per operare su strutture esistenti, che consentono analisi di altissimo livello. Tanta potenza, non è pericolosa se utilizzata senza conoscenza ?

«Utilizzare strumenti più potenti e raffinati non può che trovarmi d’accordo, basta che l’uso sia intelligente. Facciamo un esempio: prendiamo una struttura esistente di cui si conosce poco e si decida di elaborla con un programma iper raffinato, il risultato sarà fantastico, ma sarà il frutto dei dati inseriti. Quindi lo strumento di analisi deve essere coerente con i dati che si conoscono, sia dal punto di vista geometrico sia della meccanica dei materiali. Non ha senso usare un programma molto raffinato con dei dati poveri, ecco perché occorre ragionare sempre per livelli diversi. Cominciamo a capire come si comporta una struttura con un software semplice con dati poveri e approfondiamo nei punti e negli aspetti in cui è utile farlo. Anche per le prove, è la stessa cosa. È inutile prevedere la realizzazione di tutte le prove possibili su ogni parte di un'infrastruttura, di una galleria, di un un ponte … insomma di qualsiasi altra struttura: facciamo le prove che servono e individuiamole attraverso il ragionamento che ho appena fatto, per analisi e approssimazioni successive. Cerchiamo di ricercare gli elementi semplici e quali sono quelli critici. Dopo di ché, in questo processo, se è utile arrivare a programmi estremamente raffinati, arriviamoci pure».

La valutazione a mano, ha ancora a senso?

«È una domanda provocatoria? Personalmente faccio solo conti a mano! Ho preziosi collaboratori che fanno girare programmi complicati e se vengono cose radicalmente diverse … hanno sempre sbagliato loro. È questo che significa «To find the answer, you must know the answer»! Vuol dire che prima qualcuno ci ha messo la testa poi qualcun’altro mettendoci la testa ha fatto delle analisi raffinate, ma non le ha fatte a «capocchia»».

L'adeguamento infrastrutturale e l'importanza dei costi indiretti

Oggi si parla molto di miglioramento dei ponti esistenti, ma la sensazione è che si prenda troppo poco in considerazione la sostituzione di alcune loro parti, tipo l’impalcato. È corretto attribuire così tanta importanza al miglioramento per poi ritrovarci con ponti che hanno ancora le selle Gerber di 50 anni fa? Oppure bisognerebbe cambiare approccio quando si decide di intervenire sulle infrastrutture?

«È un problema essenzialmente economico, però vorrei sottolineare un aspetto che spesso sfugge ai più, a cominciare da chi ci governa e ci amministra: l’importanza dei costi indiretti. Pensiamo ai ponti. Sono infrastrutture i cui costi indiretti legati a un loro utilizzo parziale o all’interruzione del loro servizio sono altissimi. Se si considerano i costi indiretti nella valutazione di quelli per la manutenzione o la sostituzione, ci si rende conto del danno che si porta alla collettività nel non mantenere o sostituire un ponte. I grandi ponti che collegano Manhattan a Brooklyn o al Bronx storicamente hanno ripagato il proprio costo nei tre anni. L’hanno ripagato con i tre dollari pagati dalle auto che ci passano sopra. La chiusura non voluta, ma ovvia, del Ponte chiamato Morandi, è stata una chiusura che all’incirca vale quello che ti dicevo prima dell’intervista: ogni tre mesi di stop la Società ha di fatto “pagato" il costo di ricostruzione del ponte. Allora, è ovvio che se si comincia a includere questa variabile il punto di vista cambia. Cioè non è più conveniente andare necessariamente a fare l’intervento che costa di meno in termini di calcestruzzo, ferro, ore di lavoro: quello che conta è fare l’intervento che ha un minor impatto sul traffico, che è quello che comporta il costo indiretto più alto. Spesso gli interventi di sostituzione sono fondamentali, ma talvolta non vanno fatti sul ponte esistente, ma in affiancamento. In modo che tu non sia obbligato a chiudere il traffico, dopo di ché torni sul ponte esistente e decidi cosa ne vuoi fare, può essere che lo trasformi in pista ciclabile, che lo demolisci o che intervieni per fare un upgrade e lo utilizzi per un traffico diverso da quello che vi passava prima».

Le polizze assicurative nel settore delle costruzioni

In molti settori il costo di assicurabilità di un’opera è tenuto in alta considerazione, nelle costruzioni avviene altrettanto?

«Il problema assicurativo è gigantesco. Un problema che coinvolge anche le stesse compagnie assicurative primarie, che spesso "fanno pagare una polizza per quello che ritengono di potersi far pagare”. In altre parole, è come quando le imprese separano l’ufficio gare da quello acquisti e da quello del cantiere. L’ufficio gare porta a casa qualsiasi cosa a qualsiasi costo, l’ufficio acquisti cerca di comprare al minor prezzo e l’ufficio cantiere cerca di mantenere le promesse dell’ufficio gare con le schifezze che compra l’ufficio acquisti. Nelle assicurazioni succede la stessa cosa. Succede che chi deve vendere la polizza la vende a qualunque costo. Nel passato si è parlato molto di polizze obbligatorie, ma questo viene percepito come una tassa e non piace a nessuno. Lo Stato ha tentato più volte di farlo cercando di cessare o di ridurre il proprio ruolo di assicuratore ultimo, ma non può farlo semplicemente rendendo le polizze obbligatorie».

Qual è la soluzione?

«La soluzione è che lo Stato può cercare di rendere obbligatoria un’assicurazione ogni qualvolta siano previsti finanziamenti. Ad esempio, ora il Governo ha previsto i Bonus per la casa con sgravi al 110 per cento: sarebbe ragionevole chiedere che contestualmente venga stipulata un’assicurazione. In questo modo "l’affare", l'efficientamento energetico o il miglioramento sismico, a seconda dell'intervento, a cui lo Stato ha partecipato con il Bonus, comporta la sua esclusione da qualsiasi evento futuro. Questo sarebbe ragionevole. Sarebbe ancora più intelligente che lo Stato, a monte, nel pacchetto del finanziamento, facesse accordi con alcune banche e compagnie assicurative, in questo modo non solo si farebbe ripartire l’economia, ma lo Stato risparmierebbe sul futuro».

Innovazione tecnologica e normativa: responsabilizzare progettisti e committenti

L’innovazione tecnologica viaggia più velocemente della pubblicazione normativa. In Italia, per far fronte a questo «buco normativo», il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici rilascia i Certificati di valutazione tecnica (CVT) di materiali e prodotti per uso strutturale. Qual è la situazione all’estero? Come viene affrontata l’innovazione tecnologica in fase di progettazione?

«All’estero c’è sicuramente una maggior responsabilizzazione del progettista. In Italia meno, perché in realtà si presuppone di avere norme tecniche complicatissime in cui si deve trovare la ricetta per tutto quello che si fa e quindi non ci sono responsabilità se non quella di dover rispettare la norma. È evidente che questo rende più complicata l’innovazione. In Nuova Zelanda, il Paese più innovativo che io conosca, l’innovazione è semplicissima perché ci si assume la responsabilità di ciò che si fa.I certificati del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici ci sono da sempre, ma seguono procedure complicate e lunghe. In ogni caso, che ci siano tante o poche norme e linee guida, importa relativamente, bisognerebbe invece responsabilizzare committenti e progettisti. Dal punto di vista sismico una risposta semplice ci sarebbe applicando gli Eurocodici. Inoltre credo che la semplificazione sia di due tipi: avere una gerarchia e poche norme e chiare. Quello che apprezzo negli Eurocodici, sebbene siano complessi, è la logica: il fatto che all’interno ci sia distinzione tra i principi e i modi in cui possono essere applicati, una logica che automaticamente assegna responsabilità».

I vantaggi dell'isolamento sismico degli edifici

Sul fronte della prevenzione sismica in Italia, qual è l’innovazione che più ti ha colpito tra quelle recentemente introdotte sul mercato?

«Penso che l’isolamento sismico sia la tecnica più efficace, tuttavia in Italia non è stata usata così tanto. L’isolamento sismico dovrebbe essere applicato quasi in modo sistematico in zone ad alta sismicità, non intendo le aree dove si verificano terremoti frequenti, ma quelle in cui la domanda di spostamento se accade un evento, è alta. Se la domanda di spostamento è tre centimetri, non ha alcun senso procedere con l’isolamento sismico, al contrario, se è di 20 centimetri sì. Inoltre, a differenza di quanto sostengono in molti, l’isolamento non costa tanto, anzi intervenire sulle fondazioni con questa tecnica consente anche di risparmiare».

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