Cosa non funziona nel sistema degli appalti pubblici e come cambiarlo: flessibilità, pragmatismo e collaborazione

Il primo fattore che devia il sistema degli appalti pubblici dalla capacità di creare valore per la comunità è la complessità del quadro normativo. Eppure, dovremmo già avere imparato che non è cambiando le norme che si troveranno soluzioni per uscire dalla crisi della burocrazia.

Il problema è più complesso, sta nella dinamica del rapporto padrone-servo, che vede nelle vesti del padrone, contemporaneamente, la legge, gli atti di regolazione, le magistrature e gli organismi di controllo e, nelle vesti del servo, le committenze pubbliche, toglie autonomia, creatività, potere e prospettive all’intera organizzazione pubblica. 

Per ridare potere e credibilità all’azione delle amministrazioni servono: flessibilità, pragmatismo e collaborazione

 

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Continuare con l’illusione che il sistema dei contratti pubblici debba avere regole generali, valide per tutti, crea un pericoloso miraggio: nessuna disciplina è razionale se si pretende di farla valere indistintamente per una quantità di situazioni profondamente diverse. Un appalto per forniture ospedaliere in urgenza non può essere trattato al medesimo modo di un affidamento dei lavori di una linea metropolitana. 

Non c’è bisogna della regola, ma delle eccezioni. Nella cultura nazionale, aggrovigliata dall’anticorruzione, l’eccezione spaventa, rappresenta qualcosa di losco, o comunque meno corretto rispetto alla regola generale. Eppure, l’eccezione è l’unico modo di essere fedeli al contesto. Il Ponte Morandi è un’eccezione, per quello lì gli appalti hanno funzionato. Ma nemmeno il Ponte Morandi è da generalizzare; è l’eccezione, invece, la possibilità di deroga, da generalizzare.

Perché generalizzare gli affidamenti diretti sotto i 150 mila euro? non era meglio dire che la norma generale poteva essere derogata in presenza di adeguate motivazioni?

La flessibilità dell’eccezione porta con sé il pragmatismo.

La singola amministrazione deve poter eccellere nell’essere protagonista di scenari intelligenti, creativi, ideati con riferimento alle peculiarità del caso concreto da funzionari pubblici brillanti, concentrati nel tentativo di cercare soluzioni e percorsi a cui altri non abbiano pensato per raccogliere il meglio da un appalto pubblico; solo così occuparsi di gare diventerebbe interessante per i migliori, che abbiano la volontà di incidere con il proprio lavoro, sul bene comune. 

E infine la collaborazione. Gli appalti sono un terreno minato dall’antagonismo. Amministrazione e privati si sento reciprocamente migliori gli uni degli altri. Non si comprendono, talvolta si detestano. E il contratto pubblico, che come ogni contratto dovrebbe basarsi sull’accordo tra le parti, è per definizione una tormentata vicenda di disamore. Per uscire da questo gioco al massacro reciproco bisogna scegliersi. Piantiamola con il dire che il pubblico è il male, o che il privato è il male. La differenza è il valore, e la collaborazione lo strumento. 

Non scriviamo più regole, limitiamoci a dire che possono essere derogate. Usiamo pragmatismo e collaborazione per migliorare gli appalti pubblici.

Le cose non stanno andando bene perché pensiamo di azzerare l’imprevisto con la standardizzazione normativa. Eppure, come abbiamo appena imparato, riconoscere e gestire l’imprevisto è una parte importante della vita di ogni organizzazione, Stato compreso.

Sara Valaguzza

 


Prof. Avv. Sara Valaguzza

Professore ordinario di diritto amministrativo

Università degli Studi di Milano

Studio Legale Valaguzza

Piazza E. Duse, 1 - 20122 Milano

 

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