Collaborare o perire: un imperativo sempre attuale

I pinguini dell’Antartide hanno elaborato una semplice strategia comportamentale per resistere alle bassissime temperature che si registrano durante l’inverno. Si dispongono l’uno vicino all’altro, fino a formare una sorta di corpo unico che racchiude un po’ di calore. C’è un unico prezzo da pagare: non bisogna dare segni di intemperanza nei confronti dei vicini ed è necessario limitare al massimo la propria aggressività. Solo in questo modo si riescono a superare i repentini abbassamenti di temperatura che caratterizzano le tempeste polari.
Anche gli astronauti che attualmente vivono per lunghi mesi nelle navicelle spaziali che ruotano attorno alla Terra devono misurarsi con condizioni di vita estreme. Gli spazi interni sono molto limitati, non si ha a disposizione alcuna privacy ed è meglio non litigare con i compagni di viaggio. Solo personale selezionato attraverso una lunga preparazione riesce a sopportare una vita del genere. Finora ci si è rivolti prevalentemente al mondo militare, un ambito in cui si è addestrati alla disciplina e all’obbedienza. Chissà cosa succederà con i futuri equipaggi che si recheranno su Marte… Si calcola siano necessari, tra andata e ritorno, circa due anni e mezzo: un tempo lunghissimo per una coabitazione forzata tra esseri umani. Solo l’affinamento delle tecniche comportamentali e la limitazione dell’aggressività personale potranno consentire il successo di tali equipaggi. Il denominatore comune sarà, in ogni caso, la collaborazione in vista del risultato finale. Il resto dovrà essere, necessariamente, messo da parte.
I gruppi di lavoro che conseguono i maggiori risultati in termini di produttività ed innovazione sono quelli al cui interno si realizza il massimo della collaborazione tra i diversi membri. Gli staff direttivi dei maggiori gruppi industriali e del terziario avanzato sono attivamente impegnati nel promuovere le strategie che implementano il profilo collaborativo dei singoli e dell’intero gruppo di lavoro. Secondo un unanime giudizio, la tendenza alla collaborazione è innata nell’essere umano. Questa tendenza, ad alto valore adattativo, comincia a svilupparsi fin dalla più tenera età. Essa prende le mosse, nel neonato, dall’osservazione del comportamento della coppia genitoriale. Attraverso complessi movimenti di imitazione ed identificazione, il bambino tende ad introiettare il clima di reciprocità e mutuo scambio che osserva nella coppia genitoriale. Lì dove questo non avviene, assisteremo ad una profonda distorsione del concetto di cooperazione. Famiglie sintoniche e proiettate verso positivi scambi tendono a beneficiare degli aspetti collaborativi che si realizzano tra i suoi diversi membri.
La cooperazione con gli altri appare come un vero e proprio bisogno dell’uomo, un dato costitutivo di qualsiasi personalità equilibrata e dotata di un sufficiente livello di maturità. L’uomo può vivere solo se inquadra la sua esistenza in un contesto di reciprocità e oblatività con altri esseri.
Oggi il lavoro, nel mondo occidentale avanzato, si svolge prevalentemente in team multidisciplinari che vedono interagire tra loro molteplici figure, ognuna portatrice di specifiche competenze. Tutti hanno un unico obiettivo: il prodotto finale, sia esso un manufatto industriale o una nuova acquisizione del sapere scientifico. In un contesto del genere è indispensabile che prevalga lo spirito di collaborazione tra le diverse figure che gravitano attorno al progetto lavorativo. Un’incapacità a collaborare diventa un grave handicap, una vera e propria carenza professionale che ha dei riflessi negativi molto marcati. La tendenza alla collaborazione potrebbe essere considerata una competenza, al pari di altre competenze, e come tale affinata attraverso appositi strumenti.
Molte circostanze sembrano, però, concorrere nel sabotare quello che abbiamo descritto come un processo fin troppo lineare. Gli aspetti cooperativi tra individui della stessa specie sono spesso messi in seria discussione dal prevalere delle spinte individualistiche e da una cattiva gestione della propria aggressività. Anche nell’essere umano è frequente la comparsa della territorialità, ossia la difesa strenua di uno spazio che si ritiene di dover difendere dall’aggressione e invadenza degli altri. In casi del genere la tendenza alla cooperazione sfuma completamente.
Il lavoro dell’ingegnere si carica di valenze assolutamente singolari. Per antonomasia l’ingegnere è chiamato a svolgere un compito professionale che vede premiata la freddezza emotiva, la pura obiettività e la produttività. Un compito all’apparenza facile, in cui le valenze emotive sono ridotte all’osso e in cui l’oggetto del proprio lavoro non rinvia risonanze particolarmente disturbanti. Un compito profondamente diverso da quello del medico o dell’infermiere, impegnati nel fronteggiare le profonde componenti emotive che sono connaturate al loro lavoro.
Questa apparente facilità delle relazioni oggettuali, non esime l’ingegnere dal misurarsi con le componenti relazionali e di adattamento che il lavoro di team presuppone. Se egli è al riparo dal contatto con gli aspetti transferali e controtransferali che le professioni di aiuto comportano, ciò non significa che nel suo ambito lavorativo non possano fare capolino spinte aggressive o distruttive. Il controllo di queste cariche emotive è di fondamentale importanza ai fini di un loro uso per gli scopi del gruppo.
In soldoni: pinguini, astronauti o ingegneri, la sostanza non cambia. La collaborazione tra simili sembra essere l’arma vincente per ottenere le migliori performance in termini di risultati concreti.

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