Climate Change: dal contenzioso climatico al Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili

Dopo il caso Urgenda, in cui l’Olanda è stata condannata per aver violato i diritti dell’uomo non avendo adottato politiche efficaci nella lotta al cambiamento climatico, è ora la volta della Francia.

Il 3 febbraio 2021 il Tribunal Administratif de Paris si è pronunciato favorevolmente sul ricorso promosso da quattro associazioni ambientaliste Oxfam France, Notre Affaire à tous, Fondation pour la Nature et l’Homme e Greenpeace France, sostenute dalle oltre 2,3 milioni di persone che hanno firmato la petizione “Affaire du siècle”, condannando lo Stato per danno ecologique.

I giudici hanno preso atto del fatto che «nel periodo 2015-2018, la Francia ha superato il suo primo budget di carbonio del 3,5% (…) ottenendo una diminuzione media delle emissioni dell'1,1% all'anno, mentre il bilancio richiedeva una riduzione di circa l'1,9% all'anno (…). Per l'anno 2019, la diminuzione delle emissioni rispetto al 2018 è stata del 0,9%, mentre il secondo budget di carbonio, fissato per il periodo 2019-2023, prevede una diminuzione dell'1,5% all'anno». Per conseguenza, è stata ritenuta sussistente la responsabilità dello Stato, per non aver mantenuto gli impegni presi in relazione agli obbiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra.

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Dal contenzioso climatico al Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili, verso la riconquista della sostenibilità.

L’entusiasmo che si va generando sul contenzioso climatico, a cui viene attribuito il significato di una battaglia giusta della comunità civile contro uno Stato incapace di fornire risposte convincenti alle problematiche ambientali è pari ad un miraggio nel deserto: una sentenza di condanna non può, comunque, determinare il contenuto delle politiche di mitigazione e, soprattutto, delle politiche di adattamento che sono però indispensabili perché i diritti nostri ad un ambiente sano vengano tutelati.

Il contenzioso climatico, nonostante abbia risvegliato l’attenzione degli Stati sulle politiche ambientali, nasconde alcune insidie, perché spinge per allocare su chi esercita il potere giurisdizionale decisioni di carattere propriamente politico o amministrativo, con il rischio di generare confusione sulla funzione dei giudici, da un lato, e su quella dei Governi, dall’altro.

Due domande si intravedono sullo sfondo, che vanno affrontate se non si vuole essere approssimativi.

Può la gravità di un fenomeno - mi riferisco agli effetti negativi per l’uomo e l’ambiente del cambiamento climatico - strappare le decisioni in argomento a chi si occupa di definire le policy per metterle nelle mani di chi esercita la giurisdizione?

Può l’inefficacia di una politica, mi riferisco in particolare a quella climatica, giustificare un approccio basato sull’individualismo dei diritti soggettivi in cui ciascuno rivendica una propria visione del mondo?

Credo che la risposta debba essere decisamente e recisamente negativa per entrambi i quesiti; cercherò di spiegare perché.

Il ruolo delle Corti è garantire la legalità ed evitare che ci si faccia giustizia da sé. È del tutto fisiologico che ad esse si ricorra per contestare politiche inefficienti che mettono in dubbio la capacità dello Stato di affrontare i problemi moderni, sempre più complessi, anche in senso relazionale.

Questo però non significa che le Corti abbiano titolo per forgiare scelte di natura politica, che sono affidate all’arena del confronto tra interessi differenti che necessitano di essere contemperati.

Non a caso il concetto di sostenibilità è molto più complesso e articolato di quello di diritto all’ambiente o di diritto al clima.

La sostenibilità è il luogo della mediazione, è una tavola di colori, in cui si uniscono le esigenze del progresso e dello sviluppo dando vita ad un quadro di prospettiva che unisce le diversità, senza annientarle.

La sostenibilità implica la valutazione degli interessi economici, degli scenari sociali, l’analisi e lo studio dei dati sul benessere dell’essere umano e del Pianeta, e non può essere ridotta ad una rivendicazione adolescenziale di qualcuno che vuole un qualcosa per sé.

Nel disegnare le politiche della sostenibilità, e quindi, nel contemperare economia, società e natura, l’individualità del diritto soggettivo cede il passo alla dimensione collettiva della conservazione di interessi generali, di fronte ai quali non esistono posizioni differenziate o maggiormente qualificate, pur potendo tutti gli interessati partecipare al dialogo politico, al quale compete formulare proposte appropriate.

Non basta andare di fronte ad una Corte, e annullare le politiche degli Stati. Bisogna parlare con la politica, di politica. Bisogna chiedersi che modello di sviluppo propone chi ci governa. 

Certo, le condanne nei confronti dei soggetti pubblici sono un modo per sturare un orecchio che non voglia ascoltare le rivendicazioni sociali.

Ma il conflitto contro gli Stati e’ una extrema ratio, un sintomo di debolezza profonda di un impianto normativo che non riesce più a convincere con la sua intrinseca ragionevolezza e con la sua capacità ordinante.

La strada maestra resta quella delle politiche di sostenibilità, nel solco di quanto già tracciato con il Green Deal europeo, che non può essere attuato a colpi di piccone nelle aule giudiziarie.

Se il contenzioso climatico è servito a svegliare dal torpore ora però è il tempo delle politiche.

La tridimensionalità dello sviluppo sostenibile, che si propone di combinare, in maniera virtuosa, esigenze di tutela dell’ambiente, bisogni sociali e prospettive economiche, di fatto, costringe i governi a declinare un progetto interdisciplinare e ideale, perché nel contemperamento degli interessi emergono priorità e preferenze, sacrifici e promozioni. 

Segnale positivo in questa direzione e’ il cambiamento di nome del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti che da oggi viene denominato Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili.

Nella logica del perseguimento di obiettivi di valore pubblico, non importa l’oggetto ma la finalità dell’azione. Dalle politiche universitarie alle opere pubbliche, occorre riprendere il senso del rapporto tra goals e contraints: la sostenibilità è l’inevitabile e macro goal dei prossimi anni, il resto è secondario.

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