Produrre cemento in Italia: costa di più di Germania, America, Nordafrica

Antonio Buzzi: C’è il rischio che questa industria storica del nostro Paese possa spostarsi e l’Italia diventare un Paese importatore di cemento? Il rischio certamente c’è.


Buzzi, rincari energia: molti operatori hanno avuto aumenti del 300%

Andrea Dari

Caro Antonio, il tema del rincaro dei prezzi dell’energia è oggi all’ordine del giorno del governo e del Paese. Ma i numeri di cui si sente parlare sono corretti? prendendo a riferimento un anno esatto da oggi, quanto per l’industria del cemento pesano in percentuale sui costi di produzione questi aumenti?

 

Antonio Buzzi

È certamente all’ordine del giorno per le aziende del nostro settore, come di tutta l’industria in generale ed in particolare quella più energivora. I numeri sono oggettivamente anomali ed è difficile riscontrare una situazione simile negli ultimi 20 anni, o almeno a mia relativamente giovane memoria.

Se ci riferiamo ai prezzi dell’energia, i numeri sono quelli che indica il mercato delle quotazioni spot, dopodichè le politiche di acquisto degli operatori, con eventuali contratti forward, potrebbero aver contenuto i danni, ma in ogni caso sono posizioni temporanee e destinate a deteriorare, salvo che i prezzi rientrino sensibilmente.

In generale molti operatori hanno subito rincari nell’ordine del 300% o anche più, per il solo costo dell’energia elettrica. Si legge un po’ ovunque che la bolletta energetica complessiva delle imprese italiane sia passata dai circa 8 Mld del 2019 ai 21 Mld del 2021 ed è prevista raggiungere i 37Mld nel 2022, a dimostrazione dell’altissima “velocità” di uscita dei prezzi nella seconda parte dell’anno appena concluso.

Va però anche ricordato che tutte le commodity energetiche sono cresciute oltre ogni precedente picco; i combustibili fossi tradizionali come il carbone o il pet-coke hanno ben più che raddoppiato il loro impatto sui costi, per non parlare del gas metano, di cui tutti abbiamo ben presente di quante volte si sia moltiplicato in pochi mesi.

 

L'uso dei CSS ridurrebbe i costi energetici ? 

Andrea Dari

Se fosse consentito all’industria del cemento di usare i CSS, cosa che peraltro porterebbe anche a un servizio utile allo stato, si potrebbe ridurre il peso di questi aumenti?

 

Antonio Buzzi

Sicuramente l’impiego di tali combustibili renderebbe economicamente più sostenibile questo momento storico, in quanto il loro costo è una frazione dei combustibili fossili.

In generale tuttavia tale pratica non sarebbe consigliabile solo in questo preciso momento, ma dovrebbe contestualizzarsi in un quadro più ampio, tale da essere considerato un servizio a beneficio della collettività, in grado di ridurre sia i costi energetici complessivi sia quelli ambientali. Contemporaneamente le aziende sarebbero competitive rispetto agli importatori o ai player esteri.

 

Antonio Buzzi direttore operativo Buzzi Unicem

 

È un tema, che come sai, abbiamo affrontato tante volte, eppure continua a farsene una bandiera politica, con la quale contestare ideologicamente alcuni settori industriali, senza davvero conoscerli e senza – tristemente – fare lo sforzo di comprendere la realtà delle cose, oppure negando quelle evidenze ambientali, riscontrate sistematicamente degli enti competenti, che confermano la sostenibilità di tale pratica. A tal proposito mi viene in mente un recentissimo film che ben descrive questa dinamica sociale.

 

Per l'idrogeno è ancora troppo presto, necessario uno sviluppo tecnologico

Andrea Dari

Spesso si sente parlare di sostituzione dei combustibili per l’industria energivora come soluzione, a partire dall’uso dell’idrogeno. È una soluzione realmente perseguibile? e se sì con che tempi e investimenti?

 

Antonio Buzzi

L’ipotesi per il momento ci sembra ancora futuribile e non è infatti ricompresa nelle leve di decarbonizzazione al 2030 del settore, mentre lo è tra quelle legate alla carbon neutrality.

In generale i tempi e gli investimenti non sono ancora noti con precisione, sebbene sul lato dell’utilizzatore finale il suo impiego non dovrebbe essere particolarmente complesso, trattandosi di un gas. Sono invece le reti e le infrastrutture di trasporto che dovranno essere valutate e predisposte con cura, oltre alle produzioni di idrogeno stesso, di derivazione prevalentemente “verde” se si vuole perseguire davvero un beneficio ambientale.

Altro aspetto da considerare è quello tecnologico, in quanto l’idrogeno, quale futura commodity, oltre ad essere probabilmente costoso, è una molecola particolare e che, almeno secondo noi, difficilmente sostituirà in toto le fonti fossili. Potrebbe più probabilmente essere impiegato in combinazione con il metano o con altri combustibili fossili non gassosi, operando come “facilitatore” o elemento efficientatore della combustione, agendo quindi indirettamente sull’efficienza termica.

 

La questione della CO2 

Andrea Dari

Tra le cause dell’aumento dei costi del cemento vi è anche la questione della CO2. Oggi le aziende energivore per affrontare questo problema che azioni devono compiere?

 

Antonio Buzzi

Certamente la CO2 agisce come costo diretto ed indiretto (quale onere sull’energia elettrica) con un impatto molto significativo sui costi variabili. Le aziende energivore hanno alcune leve su cui poter agire, sebbene non tutti i settori siano nelle condizioni di poterle applicare nello stesso modo.

Nel settore della produzione di cemento, quelle più immediate, riguardano la riduzione del contenuto di clinker per unità di cemento, preservando le prestazioni del prodotto, l’impiego di combustibili non di derivazione fossile e che contengano una quota significativa di biomassa, l’impiego di gas naturale (meno impattante di un carbone) quale combustibile di transizione, laddove economicamente sostenibile.

Ancora, l’impiego di additivi di nuova generazione nella produzione dei cementi e nei calcestruzzi, così come l’impiego di aggregati già decarbonatati derivanti dal recupero delle demolizioni civili, laddove opportunamente selezionati. In tal senso tuttavia il quadro regolatorio è poco maturo e frammentato: ancora oggi è oggettivamente difficile attivare questo canale anche laddove i materiali fossero disponibili e tecnicamente conformi.

 

Andrea Dari

In termini di costi quanto incide sulla produzione del cemento? prendendo a riferimento un anno esatto da oggi, quanto per l’industria del cemento pesano costi relativi alla CO2?

 

Antonio Buzzi

Oggi giorno, gli impianti più efficienti in Europa, che usano massicciamente combustibili contenenti biomasse, come i CSS, così come materie prime di recupero decarbonatate, hanno emissioni specifiche di CO2 per unità di clinker di circa 0,7. Parametrato all’unità di cemento, ciò si traduce in circa 0,55 tCO2/tcem. Significa che nell’ambito del meccanismo ETS, laddove non si beneficiasse di allocazioni gratuite di quote di emissione di CO2, il costo sarebbe nell’ordine dei 40-50 euro per tonnellata di cemento prodotto, quasi triplicato rispetto ad un anno fa.

Lo shortage tra quote assegnate ed emissioni effettive è considerevole e progressivamente si amplierà, generando dunque un effetto leva che combina l’incremento del costo delle quote alle minori disponibilità gratuite.

 

Andrea Dari

Tra le soluzioni sostenibili di cui si parla spesso vi è anche l’uso di materie prime seconde per la produzione di clincker e per la realizzazione di cementi di miscele. Ritieni che queste soluzioni possano incidere in modo significativo per ridurre l’impatto del settore e i costi di produzione?

 

Antonio Buzzi

Come detto in precedenza, aiutano a ridurre l’impronta carbonica delle produzioni, in quanto contribuiscono le prime a ridurre le emissioni specifiche, le seconde – indirettamente – riducono la quantità di clinker impiegato (e dunque prodotto) a parità di cemento immesso sul mercato, rendendolo dunque ambientalmente più sostenibile.

È auspicabile che i costi vengano mitigati, laddove tali produzioni generino un minore fabbisogno di acquisti di CO2 sul mercato, a meno che il costo di approvvigionamento di tali materie prime seconde non sia superiore a quello di acquisto dei diritti di emissione. Insomma la sostenibilità ambientale deve sempre anche passare per quella economica.

 

Le industrie italiane le più danneggiate al mondo dall'incremento dei costi

Andrea Dari

Considerato gli aumenti di prezzo dell’energia e i costi sulla CO2, valori che cambiano di Paese in Paese, che differenza c’è oggi in termini di costi tra produrre cemento in Italia, in Germania, negli USA e in Algeria?

 

Antonio Buzzi

Sono numeri interni all’azienda, tuttavia è evidente che dove le risorse naturali energetiche sono più disponibili, o laddove le politiche nazionali siano scollegate dall’andamento dei mercati internazionali, l’incremento dei costi è inferiore. Nella classifica dunque di chi è più penalizzato dalla situazione contingente, direi che la palma va all’Italia, seguita da Germania, USA e Algeria

 

Andrea Dari

Fino a circa 10/15 anni fa l’Italia esportava cemento in tutto il mondo, fino agli Stati Uniti. C’è il rischio che questa industria storica del nostro Paese possa spostarsi e l’Italia diventare un Paese importatore di cemento?

 

Antonio Buzzi

Il rischio certamente c’è.

L’Italia è passata da essere un esportatore netto a importatore, in ragione appunto del fattore costi energetici e ambientali estremamente penalizzante rispetto a Paesi non-ETS, ma anche rispetto a Paesi ETS, energeticamente (parliamo sempre di energia termica ed elettrica) più competitivi di noi e meno penalizzati dalla geografia.

Il punto è capire quanto a lungo tale situazione si possa protrarre e quali azioni vengano intraprese a favore dell’industria; o forse meglio dire meno penalizzanti per l’industria.

 

Andrea Dari

Cosa dovrebbe fare il governo per evitare che un intero settore traslochi la produzione in antri paesi, con conseguenti problemi di occupazione e di indipendenza produttiva italiana in un settore strategico per i lavori pubblici?

 

Antonio Buzzi

Certamente il fattore energetico è basilare: favorire misure per insediamenti produttivi energetici a basso costo, così come agevolare l’impiego di combustibili alternativi ai fossili, a costo competitivo, sono la chiave di volta. Analogamente tutte le misure che facilitino l’applicazione delle leve di decarbonizzazione del settore, quale ad esempio l’impiego degli aggregati di riciclo anche nei cicli a caldo, sono soluzioni a bassissimo o nullo costo per lo Stato, ma capaci di innescare valore aggiunto addizionale e contribuire a far sì che certi settori riducano progressivamente la propria impronta carbonica. 

Minori emissioni di anidride carbonica, significato minori costi di acquisto dei diritti.

In tal senso ed in prospettiva, un quadro regolatorio rapido e favorevole per sviluppare iniziative di Carbon Capture and Storage, nonché il riutilizzo della CO2, per esempio per la produzione di gas di sintesi o forme di rimineralizzazione, dovranno sempre essere accompagnate da una contabilizzazione favorevole, nei confronti della CO2 evitata/non emessa/catturata.