Edilizia e sostenibilità: le prospettive di utilizzo dei depositi di sedimenti marini remoti (DSMR)

I depositi di sedimenti marini remoti sono un'alternativa, molto più sostenibile, all'estrazione di sabbia dai fondi terresti o litoranei, attualmente i più utilizzati. I DSMR sono collocati a una distanza e a una profondità dalla costa tale da non interferire con la dinamica litorale e per questo hanno un impatto ambientale decisamente minore.

In Italia la ricerca e l'utilizzo di questo tipo di sabbia non è mai decollato, mentre nel Nord Europa l'approccio è completamente diverso. Come queste sabbie possono essere utili nel campo edile?


Sabbia: dopo l'acqua è la sostanza più consumata al mondo, ma c'è un problema sostenibilità

La sabbia è la seconda sostanza più consumata al mondo dopo l’acqua (UNEP, 2014) ed è presente, in forma sciolta, sia all’interno di formazioni geologiche sia in depositi lineari lungo fiumi e coste, ma soprattutto nei fondali marini.

I settori dove necessita la presenza di questo materiale naturale sono innumerevoli: dalle costruzioni, al comparto industriale e tecnologico, alle plastiche fino al recupero delle spiagge in erosione medianti i ripascimenti.

La sabbia, ma più in generale i sedimenti sciolti, comprendendo anche ghiaie e ciottoli, sono una risorsa teoricamente rinnovabile in funzione dei cicli geologico-sedimentologici, ma è evidente che se la velocità di consumo, se non regolata e gestita, superasse i tempi di ricostituzione naturale (per creare un granello di sabbia occorrono almeno 25.000 anni) se ne provocherebbe un rapido esaurimento, con conseguenze nefaste su flora e fauna. Un recente rapporto dell’UNEP (2019) evidenzia che oramai l’estrazione di sabbie e ghiaie rappresenta circa l’85% in peso di tutti i minerali estratti nel mondo e la tendenza, come mostra la figura successiva, è fortemente in crescita soprattutto negli Stati Uniti e in Cina.

 

Estrazioni di sabbie-2010-2025

 

A dispetto della reale distribuzione della risorsa che si trova essenzialmente nei fondali marini, la quasi totalità viene estratta da fonti terrestri (cave) o litoranee (fiumi/delta, spiagge e dune), che subiscono impatti irreversibili anche perché questo avviene con sempre più crescenti illeciti, e non solo nei paesi africani e asiatici.

Esiste un reale allarme di sostenibilità ambientale e sociale per l’utilizzo di questo materiale, e il recupero e il riciclo sebbene utili alla causa non sono sufficienti; è necessario regolamentare e gestire l’uso della risorsa, attivando una sensibilizzazione globale al problema.

In Italia, secondo il rapporto cave di Legambiente del 2021, le sabbie e le ghiaie estratte rappresentano il 42,5% del totale dei materiali e minerali estratti per uso edilizio in senso lato e provengono totalmente da fonti terrestri (cave). Ad oggi sono circa 29 milioni i metri cubi estratti annualmente di sabbia e ghiaia usati nelle costruzioni, con una tendenza attualmente in crescita che certamente sarà ulteriormente incrementata dalle attività derivanti dal PNRR.

 

Un'alternativa c'è: sono i depositi di sedimenti marini remoti (DSMR)

Un’alternativa al prelievo in facies subaerea sono i Depositi di Sedimenti Marini Remoti (DSMR), globalmente diffusi sui fondi marini e in una condizione naturale per cui il loro utilizzo, se effettuato secondo regole corrette e monitorate, provoca un impatto limitato ma soprattutto l’area interessata viene naturalmente rinaturalizzata nel corso di pochi anni.

I Depositi di Sedimenti Marini Remoti sono definiti profondi e relitti poiché si sono sedimentati nel corso di un precedente periodo geologico (20.000 anni fa, al culmine della glaciazione wurmiana), e sono collocati a una distanza e a una profondità dalla costa tale da non interferire con la dinamica litorale e da non impattare sulla limitata fauna che vive in ambienti afotici.

La ricerca e l’utilizzo di sabbie marine relitte in Italia è relativamente recente ed è datata dalla fine degli anni 80 del secolo scorso, ma fin dall’inizio è stata fortemente finalizzata alla verifica della sua sostenibilità. Nonostante ciò, non è realmente decollata e a oggi è totalmente confinata per la finalità dei ripascimenti delle coste in erosione, che rappresenta una valida azione di contrasto resiliente alla scomparsa delle spiagge in una Nazione che ha più di 8.300 km di coste. Nonostante ciò, finora risultano estratte e utilizzate a questo scopo circa 20 milioni di metri cubi, secondo quanto riportato nelle “Linee Guida Nazionali per la difesa della costa dai fenomeni di erosione e dagli effetti dei cambiamenti climatici” del Ministero Ambiente (oggi MITE) e dell’ISPRA, e le prospettive sono in crescita, ma risultano frenate dall’assenza di un reale piano di utilizzo che dovrebbe tenere in conto benefici economici e potenziali impatti ambientali.

Nel Nord Europa l’approccio, diciamo così, culturale e operativo è diverso: le sabbie e ghiaie marine (più o meno relitte) vengono regolarmente estratte sia per alimentare i ripascimenti, si pensi al Sand Motor olandese dove sono stati versati circa 20 milioni di metri cubi di sedimenti per monitorarne la naturale evoluzione, ma anche per usi civili (industria e costruzioni) quantizzabili in circa 80 milioni di metri cubi/anno negli ultimi 10 anni. 

EMODnet (The European Marine Observation and Data Network), che monitora tutte le attività connesse con l’uso del mare in Europa, ha censito, nella sezione aggregati marini, la distribuzione delle concessioni di inerti marini rilasciate a privati dalle autorità pubbliche locali e questa analisi evidenzia “l’assenza” dell’Italia che in un momento di grande sforzo per la crescita potrebbe trovarsi fortemente svantaggiata.

 

distribuzione delle concessioni di inerti marini

 

In buona parte d’Europa, l’impiego degli inerti marini nei premiscelati e nei conglomerati cementizi è ormai una consuetudine: Gran Bretagna, Danimarca, Olanda, Belgio e Francia, fanno un uso responsabile ed ecocompatibile degli inerti marini. L’incidenza degli inerti marini nel mercato nazionale britannico degli aggregati è talmente importante che il Governo, incentivando fortemente l’utilizzo di questa risorsa, ha riunito tutti i soggetti coinvolti nel dragaggio e nella commercializzazione degli stessi in un’unica associazione, la BMAPA (The British Marine Aggregates Producers Association), che ha il ruolo di uniformare la gestione dei materiali e la modalità di estrazione, nel rispetto della legge e, soprattutto, dei codici di tutela dell’ambiente marino, sottomarino e costiero. Si tratta di una politica che coinvolge non solo le compagnie strettamente collegate con l’attività estrattiva in sé, ma anche gli organismi statali e tutto il settore delle industrie direttamente ed indirettamente collegato, oltre ai gruppi ambientalisti volti a verificare l’impatto di tali attività dal punto di vista ambientale e archeologico.

Nell’ambito della Piattaforma MSP (Maritime Spatial Platform) della Commissione Europea, è stato prodotto un documento relativo agli aggregati marini e al Marine Mining (2018), nel quale si afferma che la disponibilità di aggregati di origine marina per costruzioni sta diventando limitata sulla terraferma, e vi è quindi una maggiore attenzione nel cercare queste risorse in ambito marino.

 

Come si estrae il materiale dai DSMR e quali vantaggi porta

L’estrazione di aggregati marini ha una lunga serie di aspetti positivi, sia dal punto di vista economico che ambientale, basti pensare agli enormi danni paesaggistici prodotti dalle cave di terra che fanno tanto discutere in Italia e dove vengono spese enormi risorse per il recupero.

Nei DSMR il materiale viene estratto con grandi draghe refluenti, il cui funzionamento è energicamente ottimizzato rispetto alle piccole draghe operanti nelle cave a fossa visibili sulla terraferma e rispetto agli altri mezzi meccanici generalmente utilizzati per la movimentazione degli inerti. Inoltre, non necessita di alcun processo, energeticamente molto dispendioso, di frantumazione. Il ciclo di lavaggio dai cloruri, laddove necessario, prevede un minimo utilizzo di acqua dolce, capace di asportare i cloruri contenuti nella sabbia per semplice immersione, fino alla saturazione dell’acqua di ricircolo; si tenga inoltre presente che il normale dilavamento meteorico delle sabbie marine stoccate in area aperta, permette di abbattere il livello dei cloruri entro i limiti di legge nell’arco di 5-8 mesi, in funzione del regime pluviometrico dell’area.

In Italia, il mondo della ricerca pubblica e privata ha evidenziato che dal 2018 esiste anche un protocollo ambientale redatto da ISPRA relativo al dragaggio delle sabbie marine relitte.

Ora il passo deve farlo la Politica a livello Nazionale e Regionale, recependo nella sostanza le nuove politiche europee del Green New Deal, introducendo anche in Italia le procedure del Green Public Procurement e dei Criteri Ambientali Minimi (CAM) nell’ambito delle gare pubbliche, consentendo così di aprire la strada a un utilizzo più diffuso dei Depositi di Sedimenti Marini Remoti e indicando di fatto, alla pubblica amministrazione e alla imprese, un percorso gestito e monitorato verso la reale sostenibilità ambientale dell’uso di risorse sempre più strategiche.

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