Alcune considerazioni sul Sismabonus applicato agli edifici esistenti in aggregato

In questa memoria trattiamo quella che è stata fino ad ora la nostra esperienza, in Emilia Romagna, nell’applicazione del Superbonus sismico agli edifici esistenti in aggregato (case unifamiliari e condomini), principalmente realizzati in muratura, con esempi concreti e alcuni “trucchi del mestiere” che nel tempo abbiamo imparato ad usare.


Edifici aggregati e unità strutturali

Il superbonus sismico (in questo articolo trattiamo questo aspetto particolare ma sappiamo come anche la parte Ecobonus in realtà ha anch’esso una grande importanza sugli edifici) è nato come occasione per incentivare le ristrutturazioni degli edifici esistenti che sappiamo essere, in Italia, per il 75% costruiti senza una legge sismica. E questo fatto porta, ci porta, ad essere una nazione con una grande vulnerabilità sismica anche se l’esposizione e il rischio sono inferiori a quelli di altri paesi nel Mondo.

Il centro storico delle nostre città è inoltre per lo più formato da edifici in aggregato, molti con i portici al piano terra (quelli di Bologna sono stati recentemente inseriti come patrimonio mondiale dell’umanità!) e la ristrutturazione di questi particolari edifici diventa rilevante e importante per la salvaguardia non solo degli spazi privati ma anche di quelli pubblici.

Il concetto che sta alla base di questo tipo di ristrutturazione è quello di unità strutturale cioè la parte del complesso degli edifici a schiera (in aggregato) che riusciamo ad individuare come strutturalmente autonoma rispetto alle altre limitrofe e sui cui applicheremo i nostri interventi anti-sismici.

 

Considerazioni generali 

L’unità strutturalmente autonoma è un edificio con i muri portanti (per gli edifici in aggregato si ha a che fare spesso con edifici in muratura) da cielo a terra e la porzione di coperto individuata chiaramente perché, per esempio, leggermente diversa in altezza o di forma rispetto alle costruzioni limitrofe.

 

Definizione delle unità strutturali negli edifici in aggregato

Figura 1 – Definizione delle unità strutturali negli edifici in aggregato

 

Succede spesso che l’unità strutturale coincida con la proprietà dell’edificio e in questo caso possiamo operare con le soluzioni più disparate e impattanti e magari operare il miglioramento sismico (con il salto di due classi sismiche).

Quando questo non accade (in Figura 1 abbiamo individuato il caso come unità strutturale in continuità) si può operare ugualmente con interventi locali per esempio atti ad eliminare le vulnerabilità locali come irrigidimenti di porzioni di solai o la realizzazione di cordoli-tiranti in copertura oppure interventi sulle murature interne ma che non implicano variazioni importanti nella rigidezza della porzione di fabbricato. Un intervento tipico è quello del consolidamento (fasciatura o sostituzione con un’anima in acciaio, oppure realizzare perni sopra e sotto per renderle resistenti al taglio agli estremi e farle funzionare da bielle compresse) delle colonne in muratura.

Nel caso in cui riusciamo ad individuare una unità strutturale autonoma possiamo anche intervenire con interventi più “pesanti” dal punto di vista sismico come per esempio consolidamenti di solai con solette collaboranti in cemento armato. In questo caso allora l’intervento sarà qualificato come di miglioramento sismico (in Regione Emilia Romagna questo tipo di interventi è soggetto ad autorizzazione da parte degli organi dell’Ex. Genio Civile e quindi comporta tempi più lunghi di approvazione).

Uno “stratagemma”, se l’impresa riesce ad eseguirla, è quello di gettare la soletta collaborante in basso spessore, di non più di 4 cm, che è lo spessore minimo che la norma richiede per realizzare orizzontamenti rigidi nel piano e quindi (non modificando sostanzialmente il comportamento sismico del complesso edilizio) non incorrere nel caso del “miglioramento sismico” rimanendo in ambito dell’”intervento locale”; questo intervento può rientrare nel caso del 110%, che non richiede il salto di nessuna classe sismica.

 

Il caso-studio virtuoso dei portici di Castel Bolognese 

Il nostro Studio, per esperienza, tende in prima battuta ad operare con interventi leggeri e reversibili usando quindi il più possibile fasce leggere di acciaio inox (gfrp) oppure profili in piatti in acciaio. Come abbiamo accennato, partendo dai piani inferiori possiamo trovare spesso portici con colonne in muratura

 

Veduta dei portici di Castel Bolognese (Ravenna)

Figura 2 – Veduta dei portici di Castel Bolognese (Ravenna)

 

Inquadramento generale della zona dei portici analizzata

Figura 3 – Inquadramento generale della zona dei portici analizzata 

 

Sintesi delle analisi condotte per macro-zone di interventi e costi stimati

Figura 4 – Sintesi delle analisi condotte per macro-zone di interventi e costi stimati

 

Nel caso dei portici di Castel Bolognese (Ra), abbiamo avuto un esempio veramente virtuoso di come il Sindaco della cittadina lungo la via Emilia (Luca Della Godenza) abbia destinato una parte dei soldi pubblici per commissionare una ricerca a dei professionisti (il nostro Studio) che servisse a valutare quali fossero gli interventi minimi necessari (interventi locali – per gli addetti ai lavori) atti a garantire una sicurezza di base ai portici che sono spazi privati ad uso pubblico. 

Il risultato dell’analisi (che il singolo proprietario dell’edificio in linea può utilizzare per procedere con il lavoro di consolidamento incaricando poi un suo tecnico di fiducia) ha rilevato come sia necessario “cerchiare” gran parte delle colonne in muratura intonacate con fasce in acciaio inox oppure consolidarle con innesti di barre trasversali per aumentarne la resistenza a compressione e allo stesso tempo legarle in testa e alla base inserendo barre di grosso diametro in modo da evitare che la colonna si rompa a taglio lungo la linea di appoggio a terra o in corrispondenza del primo solaio o arcatura. 

Per colonne di circa 4 m di altezza abbiamo visto da lavori analoghi che l’intervento può costare circa 4/5000 Euro a colonna.

 

nterventi proposti sulle colonne a faccia vista: innesti con barre passanti a secco

Figura 5 – Interventi proposti sulle colonne a faccia vista: innesti con barre passanti a secco

 

siInterventi proposti sulle colonne intonacate: fasciature con gfrp

Figura 6 – Interventi proposti sulle colonne intonacate: fasciature con gfrp

 

Proprio poi gli archi, presenti molto spesso in queste situazioni di centro storico, fanno sì che sia necessario controllare e sostituire o integrare gran parte dei tiranti presenti. Nel caso di Castel Bolognese spesso poi le arcate dei portici di fronte strada, perché realizzate in tempi diversi, hanno altezze diverse e quindi spesso alcuni archi scaricano a livello della metà altezza del pilastro limitrofo senza tirante per eliminarne la spinta e questa è una di quelle vulnerabilità che abbiamo considerato di eliminare con l’introduzione appunto di una catena. 

 

Intervento proposto sugli archi: sostituzione della catena

 Figura 7 – Intervento proposto sugli archi: sostituzione della catena

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