Come abbassare un pesante solettone in c.a. invece di demolirlo e ricostruirlo più in basso

03/07/2014 10922

Più che la descrizione di un lavoro mi sembra un romanzo!

Quando questo lavoro mi fu proposto, ne parlai con un amico ingegnere che sapevo ricco di idee creative, ma quello che lui mi propose mi lasciò perplesso e dubbioso.
Si trattava di demolire in quel di Latina (un capoluogo di provincia del Lazio, a circa 70 chilometri a sud di Roma), un solettone in cemento armato delle dimensioni di 20 metri di lunghezza, 10 metri di larghezza e dello spessore di 40 centimetri, in un grande complesso commerciale in costruzione.
Oltre alla demolizione mi fu richiesto di ricostruirlo identico ad una quota inferiore di 70 centimetri.
Limiti burocraticamente vincolanti avevano bloccato al rustico l'intera costruzione, che attendeva questo intervento per essere successivamente completata.
L'amico ingegnere mi chiese se ero in condizione di tagliargli perimetralmente questa struttura, cosa che sapeva benissimo essere nelle mie possibilità, poi asserì: "Tu me la tagli ed io glielo abbasso dei 70 centimetri richiesti!"
Le mie banali osservazioni che una volta tagliato questo "transatlantico" di 200 tonnellate avrebbe dovuto essere sostenuto adeguatamente e, scivolando in basso avrebbe potuto incastrarsi e presentare qualche problemino, gli suscitarono un leggero cenno di fastidio.

Ne era consapevole.

Mi chiese nuovamente se ero in grado di tagliarglielo. Io glielo garantii ed egli affermò: "Tu me lo tagli ed io lo mando giù".
Qualche giorno dopo ci presentammo dall'impresa committente ed il mio amico esordì:
"Se demolissimo la soletta con il martello demolitore e la ricostruissimo, oltre alle percussioni ed alle vibrazioni dannose che un pesante martello demolitore può indurre alle strutture portanti perimetrali - specie all’incontro con i ferri di armatura del cemento armato - i tempi di demolizione, il ripristino delle superfici, i costi di allontanamento delle macerie, l’importo della ricostruzione della soletta, ma sopratutto i tempi di esecuzione del lavoro completo sarebbero piuttosto lunghi”.
“Con la stessa spesa ed in tempi più ridotti noi vi tagliamo la soletta e ve la abbassiamo dei 70 centimetri richiesti".
E gli sottoponemmo il preventivo scritto.
L'amministratore dell’Impresa esaminò accuratamente l'offerta, manifestò le sue perplessità, chiese chiarimenti, volle le sue garanzie.
La proposta di ridurre i tempi di esecuzione del lavoro avrebbero rappresentato un risparmio per l'Impresa. Oltretutto la soletta realizzata era risultata eccellente ed era un peccato distruggerla e ricostruirla.
L'amministratore dell’impresa si prese qualche giorno per parlarne con i suoi tecnici, poi accettò la proposta.


L’Ingegner Elisio Di Stefano durante la posa in opera degli estensimetri

L'amico ingegnere mi spiegò soddisfatto, che per eseguire l'operazione, la cosa principale era rendere rigido e compatto il "vascello" da varare, mediante una trave, di adeguata sezione, costruita in cemento armato e posizionata perimetralmente al di sotto del solettone.
L'avrebbe poi fatto scendere verticalmente in un sol pezzo con una metodologia idraulica.
Diversi giorni dopo mi telefonò per dirmi se andavamo a fare un sopralluogo per stabilire le modalità del taglio e programmare i tempi di esecuzione.
Quando arrivai al cantiere di Latina, notai che sotto il cordolo perimetrale che aveva costruito al di sotto del perimetro del solettone, aveva predisposto complessivamente, 8 pilastri in cemento armato distribuiti a distanze opportune, sui due lati lunghi 20 metri.
Questi pilastri partivano dalla trave perimetrale e si fermavano a 70 centimetri dal pavimento, in corrispondenza di 8 plinti che aveva realizzato appositamente sul terreno sottostante.
Alcuni ferri di aggancio sporgevano dall'estremità inferiore dei pilastri.
L'ultimo tratto di ciascun pilastro, quello inferiore, era rappresentato da un robusto tubo di acciaio, che finiva in basso sulla sommità di ciascun plinto.
L'effetto era "buffo". Questi tubi bruniti sembravano delle gambe magrissime sporgenti da sotto i pilastri in cemento armato che scendevano dal soffitto; come dei pantaloni, bianchi, "alla zuava"! I plinti rappresentavano le scarpe!

Il sistema idraulico era chiaro.
All'interno dei pilastri aveva inserito e inglobato delle canne cilindriche di acciaio, all’interno delle quali scorrevano dei tubi che raggiungevano i plinti, ciascuno dei quali era stato munito di un pistone di sommità. Lui li chiamava “tuffanti”.


Si predispongono i “tuffanti” esattamente in squadro

Armatura della parte superiore di uno dei “tuffanti”

Le canne superiori, vuote per un tratto di 70 centimetri, sarebbero state riempite e messe in pressione con dell'olio idraulico che, una volta tagliato il solettone, sarebbe stato fatto defluire gradatamente, in un serbatoio o a perdere. In questo modo gli 8 cilindri d’acciaio, inglobati nei corti pilastri di cemento armato, sarebbero scivolati, in modo telescopico, lungo i pistoni sporgenti dai plinti sino a raggiungere questi ultimi, dopo una corsa di 70 centimetri. Di conseguenza il blocco, pesante 200.000 chilogrammi, sarebbe calato verticalmente nella posizione voluta.


Inizio del montaggio dei “tuffanti”

Dagli 8 plinti in cemento armato che affioravano dal terreno sottostante, spuntavano dei ferri di armatura che li avrebbero congiunti all’armatura inferiore dei pilastri, una volta avvenuto il contatto.
Con questo sistema si risparmiavano anche i costi della puntellatura, che sarebbe stata altrimenti necessaria per sostenere il pesantissimo blocco durante il taglio perimetrale.
Esaminammo accuratamente i 60 metri del perimetro superiore del solettone da resecare.
Una volta che fossero stati tagliati i 40 centimetri dello spessore del solettone, questo avrebbe dovuto scorrere verticalmente lungo la superficie del taglio, in modo pressochè perfetto, per evitare che durante la discesa l'enorme blocco si incastrasse.


Armatura della trave perimetrale sotto il solaio e di un pilastro che ingloba un”tuffante”

Lo spessore del taglio, e quindi lo spazio fra le due superfici che avrebbero dovuto scorrere l'una contro l'altra, non era infatti una questione secondaria.

Era ovvio che maggiore fosse stato questo spazio, minori sarebbero stati i rischi di grippaggio durante il calo verticale.
Predisporre uno spazio di sicurezza, realizzando 2 tagli paralleli perimetrali distanti qualche centimetro fra loro, avrebbe senz'altro tranquillizzato. Purtroppo questa operazione avrebbe raddoppiato il costo del taglio facendo valicare i limiti della preventivazione e fatto superare anche i tempi comunicati alla Impresa Committente.

L'amico ingegnere mi tranquillizzò.

"Mi bastano i 5 millimetri dello spessore del disco diamantato", asserì. E noi eseguimmo

Si effettuano i tagli perimetrali con seghe da parete a dischi diamantati raffreddati ad acqua

L'unico mio contributo “progettuale” all'operazione, fu il consiglio, accettato, di realizzare il taglio del solettone angolato verso l'esterno, in tutto il percorso perimetrale, in modo che l'enorme blocco, calando verticalmente, si sarebbe "allontanato" dalla struttura che rimaneva in sito, aumentando gradualmente lo spazio fra le due superfici del taglio, diminuendo (anche se impercettibilmente) il rischio del suo incastro.

Rischio che comunque era sempre presente, essendo l'aggio, di qualche millimetro, nei confronti delle decine di metri del perimetro.

"Non ti preoccupare" - mi tranquillizzò l'amico ingegnere -"In questo spazio inserirò una lastra che ridurrà l'attrito fra le due strutture".
Per il taglio impiegai in contemporanea, due seghe AUGH e dischi diamantati raffreddati ad acqua.
Le guide, purtroppo piane in quel modello di attrezzatura, fissate sul bordo del solettone, furono leggermente inclinate con delle apposite zeppe, per determinare l'angolo di "svasamento" verso l’esterno, stabilito.

La foto - presa dall’alto - evidenzia l’angolo di taglio inclinato verso l’esterno

In pochi giorni furono eseguiti i circa 60 metri di taglio che, risultando inclinati, superavano ampiamente lo spessore dei
40 centimetri del solettone, richiedendo l'impiego di dischi diamantati di diametro superiore al metro. Alcuni carotaggi verticali, agli angoli di questo grande ambiente, completarono il lavoro.

Qualche giorno dopo l'amico ingegnere mi chiamò per comunicarmi il giorno del "varo" del solaio.
Quando all'ora stabilita arrivai in cantiere, trovai questa scenografia.
Al centro dell’ ambiente c'era un complesso di tubi, manometri, leveraggi e serbatoi.
Ai 4 angoli della grande soletta, contornata dalle travi perimetrali della struttura, alte circa un metro, quattro giovani e graziose assistenti ( che poi seppi essere laureande in ingegneria ed architettura) erano ciascuna di fronte ad una fettuccia metrica, incollata verticalmente sulla trave perimetrale.
Fettuccia che proseguiva visibilmente all'interno di ciascuno dei 4 carotaggi, ma con un colore diverso.
Un assistente stazionava nei pressi del complesso idraulico centrale.

Erano presenti all'operazione oltre al sottoscritto, alcuni conoscenti dell'amico ingegnere, fra cui - se non ricordo male - anche il titolare di una cattedra di Ingegneria alla facoltà di Roma, invitati al "varo".

Masticando il solito mozzicone di sigaro toscano, in una nuvola di fumo, l'amico ingegnere sorrise alla mia perplessità e con una risata cancellò ogni mio residuo timore che più volte gli avevo espresso sui rischi di un incastramento dell'enorme blocco durante la discesa.
Quando diede il via all'operazione, a noi spettatori che osservavamo più che interessati all'esterno del solettone, la scena era la seguente:
Ai quattro angoli le quattro splendide assistenti, spalle rivolte verso il centro, erano di fronte al proprio elemento di misura, pronte a comunicare a voce il calo regolare dell'enorme blocco.
Al centro dell'ambiente, in giacca e cravatta, l'assistente tecnico, vicino al complesso di rubinetti e manometri, intento ad aprire le valvole giuste per far defluire l'olio idraulico dagli 8 cilindri inglobati negli 8 pilastri sottostanti.
E l'amico ingegnere, con un ineffabile sorriso stampato sul volto, si intravedeva all'interno di una nuvola di fumo dall'odore pestilenziale - prodotta dal mezzo toscano che teneva perennemente in bocca.
Quello che accadde poi fu una continua sorpresa.
Un rumore cupo, diffuso, crescente riempì l'aria fino a diventare fortissimo, invasivo, assordante.
A noi spettatori preoccupati e perplessi, l'amico ingegnere con un sorriso mefistofelico urlò per farsi sentire: "Non preoccupatevi è l’attrito! L'elemento perimetrale che ho inserito per ridurre l'attrito sta funzionando!"
Tranquillizzati ascoltavamo le voci squillanti delle giovani assistenti che dai quattro angoli scandivano, quasi in contemporanea, la stessa misura decrescente espressa in centimetri. Cercando di superare il forte rombo continuo che sopraffaceva tutto e tutti.

Era solo l'attrito!!!


Una vista del solaio durante la discesa pilotata.

La scena era simile, per delicatezza, a quella del varo di un transatlantico dalla banchina dell’arsenale navale sul quale era stato costruito.

Quando l'enorme costruzione metallica della nave, in bilico su sottili binari inclinati, spalmati di sego, scivola lentamente in mare, lascia col fiato sospeso i presenti, dando in ogni momento la sensazione di rischiare di coricarsi rovinosamente su un lato prima di raggiungere l’acqua.


I pilastri stanno per raggiungere i rispettivi plinti su cui fondare il solaio

Altra vista del solaio durante il “varo”

Improvvisamente un colpo secco, forte, deciso come un colpo di fucile, sovrastò il rumore immanente dell'attrito!
Era saltata una delle 8 valvole del circuito idraulico!
Non nego che rimasi di sasso.
La nave si sarebbe inclinata su un lato e sarebbe stato reale il rischio del suo "ribaltamento".
Immaginai che l'intero blocco si inclinasse e rimanesse irreparabilmente incastrato!
Trattenevamo tutti il respiro.
L'amico ingegnere si consultò immediatamente con l'assistente alle valvole (che poi mi fu presentato come un ingegnere idraulico).
Una rapida occhiata ai manometri gli permise di individuare subito quale fosse la valvola difettosa.
Era una di quelle che regolava il flusso di un pilastro d'angolo. Una delle più critiche.
Come seppi più tardi, fu aperta istantaneamente la valvola che regolava il flusso del pilastro diametralmente opposto, consentendo l'immediato bilanciamento del "vascello."
Le squillanti letture delle giovani assistenti continuavano sempre, in quel frastuono ossessionante, fino a che tutti udimmo un colpo sordo. Secco. Unico. Definitivo.
E il rumore assordante cessò di colpo.
Contemporaneamente avvertimmo sotto i piedi un leggero sussulto che interessò l’ intera struttura della costruzione. Come una leggera scossa di terremoto.
Le estremità inferiori degli 8 pilastri avevano raggiunto e si erano adagiate sugli 8 plinti di base in cemento armato.
L'enorme solaio era calato dei 70 centimetri richiesti!

Il transatlantico aveva raggiunto l'acqua.
Non erano previsti, ma gli applausi di tutti i presenti scattarono particolarmente forti e convinti.
Per me fu quasi una liberazione!


Obiettivo raggiunto!!Il solaio è calato dei settanta centimetri richiesti!

Ho saputo poi che l'ineffabile ingegnere, al quale era stata richiesta la demolizione di un ponte che sovrasta una linea ferroviaria fra le più importanti d'Italia, senza che il traffico ferroviario ad alta velocità subisse dei fermi, ha proposto - e sembra che abbiano accettato - il sollevamento di questo ponte, su alcuni grossi pistoni metallici, allineati fra le due linee ferroviarie.

Pistoni dotati di grossi rulli sulla sommità.
Se ho capito bene, l'idea progettuale consisteva nel tagliare, con una Sega a Filo Diamantato, le due estremità del ponte (di notevoli dimensioni), di sollevarlo centralmente mediante questi grossi pistoni dotati in cima di rulli, di farlo scivolare su questi rulli, trasversalmente alla ferrovia, facendolo scorrere fino ad adagiarlo su uno dei due lati della strada che lo percorreva.
E distruggerlo successivamente in posto con sistemi tradizionali.
Senza ovviamente fermare il traffico ferroviario, né far cadere alcun frammento su nessuno delle decine di treni che avrebbero sottopassato giornalmente quel ponte ad alta velocità.

Il nome di quell’amico Ingegnere (nel pieno significato del termine) è Elisio Di Stefano, deceduto di recente, a cui dedico ora queste righe in segno di ammirazione per un professionista che – sicuro della propria esperienza tecnica – si è sempre messo in gioco in prima persona per dimostrare la validità delle soluzioni proposte, che definire brillanti è riduttivo.

foto per gentile concessione della Signora Giovanna Di Stefano