Quando il vestito fa il monaco ... riflessioni sull'importanza della progettazione dell'involucro

Il cosiddetto involucro diventa sempre più un elemento sostanziale del progetto di un edificio, superando quell’idea che potesse avere un solo valore di tipo architettonico.
L’involucro è anche “confine” tra spazio interno ed esterno. Ed è proprio lo spazio intermedio il luogo “tecnologico” su cui è necessario intervenire per migliorare non solo le prestazioni ma anche le nostre architetture.

La “pelle” diventa sempre più oggetto di contenuti prestazionali e grazie allo sviluppo di nuovi strumenti di calcolo e simulazione (architettonica, energetica, eolica, …) e di nuovi materiali e tecnologie è possibile, attraverso una moderna visione progettuale, renderlo una parte attiva dell’edificio.


Si pensi alla One World Trade Center, anche noto come Freedom Tower, quarto grattacielo più alto del mondo ed il più alto dell'Emisfero occidentale, un simbolo, e non solo per gli Stati Uniti.

Grazie alle scelte fatte sull’involucro si può evidenziare che il 70% di energia pulita è prodotta da un sistema di celle a combustibile in grado di fornire 4,8 milioni di watt/h e il calore di scarto generato dagli impianti è riutilizzato per il riscaldamento dell’acqua sanitaria e il funzionamento degli impianti di condizionamento nella stagione estiva.

Anche il vento incidente sulle facciate viene convertito in energia e, nelle giornate più soleggiate, si attiva automaticamente un impianto di riduzione dell’intensità delle luci artificiali.

La raccolta di acqua piovana serve per i sistemi di raffreddamento e antincendio. Grazie a queste e ad altre scelte si è ritenuta una riduzione del 40% della carbon footprint.

Peraltro, una non corretta scelta dell’involucro può portare a conseguenze che riguardano solo l’edificio stesso: si pensi "walkie-talkie “, una torre di cristallo al numero 20 di Fenchurch Street, nel cuore di Londra: un grattacielo di specchi che nei piani alti curva all’infuori per aumentare lo spazio abitabile. Impianto di riscaldamento ecologico, 37 piani collegati da ascensori superveloci, un giardino pensile sul tetto, vista spettacolare ma … quelle sue pareti lucide e un po’ curve catturano il sole e lo riflettono in forma concentrata sulla strada sottostante e ciò che vi staziona. Sellini di biciclette incandescenti, scarpe che si sciolgono, un’auto di lusso deformata. Il Comune è dovuto correre ai ripari e ha sospeso il parcheggio di fronte all’entrata grattacielo. Ora la stampa ha ribattezzato l’edificio in "walkie-scorchie”.

Ma al tema dello smart-skin devono essere affiancati altri parametri che hanno radici nella cultura tecnica delle professioni, ma spesso non sono considerate. Tra tutte la durabilità, che non considerata solo come tempo di invecchiamento minimo, tecniche e costi di manutenzione, ma anche in una valorizzazione storica e culturale che tenga conto del luogo in cui l’edificio dovrà “vivere”. Non posso non pensare alle murature dei paesi dell’entroterra marchigiano, che il tempo rende ogni giorno più affascinanti e belle. O alle bianche pareti di Otranto o Ostuni, in cui la calce non è un semplice elemento decorativo. O alla facciata della chiesa di tor tre test, dove la superficie in cemento attivo non solo si automantiene bianca, ma pulisce anche l’aria circostante. L’involucro non è semplicemente uno strato, è una vera e propria pelle che interagisce con l’esterno, qualifica il territorio, lo migliora. E dietro a questo occorre una maggiore consapevolezza e conoscenza tecnica dei committenti e dei professionisti.

Ecco perché l’involucro di un edificio diventa un elemento progettuale di crescente importanza, che richiede una collaborazione attiva tra progettisti architettonici, strutturali, energetici che per le costruzioni di piccola dimensione, team che non può poi comprendere anche esperti del vento, di ottica e urbanistica quando si sale di altezza. Una nuova cultura che deve essere recepita non solo dai committenti e degli studi di progettazione, ma già in ambito universitario, abituando le persone a collaborare, a sviluppare una cultura multidisciplinare dove non esiste più il tecnico che sa tutto ma il team che collabora. Una questione mentale, una cultura che va coltivata. Il CNI lo sta facendo con Scintille. Scintille è stata concepita dal CNI allo scopo di riportare al centro della scena le idee, con la loro capacità di determinare sviluppo, riconoscendo e interpretando il ruolo dell’ingegneria come strumento di sovrapposizione trasversale tra differenti discipline.

Ecco perché l’involucro è molto di più di un vestito!

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