Modellazione e Gestione nel Building Information Modeling

Si afferma spesso che, all'interno dell'acronimo BIM (Building Information Modeling) la «I» di Information debba prevalere sulla «M» di Modeling.
Ciò varrebbe nel senso che sia la componente alfa numerica a dover avere la meglio su quella geometrico dimensionale.
Si dice, inoltre che il Modeling dovrebbe essere sostituito dal Management.
Naturalmente si tratta di una tesi molto impegnativa poiché, a livello formativo, ciò indurrebbe a ridimensionare l'approccio legato alla Representation a favore di quello inerente ad altri ambiti, come la Computation o il Management.
Analogamente, a livello operativo, si ritiene, occorrerebbe mostrare minori visualizzazioni tridimensionali e maggiori fogli elettronici.
A questo proposito, valgono due tesi principali così riassumibili:
1) la Centralità della Performativity esalta la Simulazione a detrimento della Rappresentazione;
2) il Computational Design consente di generare forme (inusitate, libere, complesse) attraverso script algoritmici: al di fuori, dunque, dell'ausilio dei tradizionali schizzi grafici e dei modelli analogici.
Tra l'altro, all'interno di questo ragionamento, stante l'esigenza di riconoscere computazionalmente l'Esistente (non solo negli Interventi sul Costruito, ma anche sui Green Field: dall'Allineamento per le Infrastrutture alle Opere Sotterranee di Urbanizzazione), la priorità convenzionalmente attribuita alla Rappresentazione dovrebbe cedere il passo a quella imputabile alla Topografia e alla Geomatica.
Da un lato, infatti, vi sono gli apologeti della Progettazione Computazionale che si scordano, tuttavia, che essa costituisce l'anticamera della possibilità di automatizzare le logiche ideative e di introdurre una organizzazione del lavoro professionale da 4.0 assai meno labour-intensive e assai più jobless.
Da un altro canto, vi sono i sostenitori delle Point Cloud, che pretendono di ridurre la interpretazione autentica al «Visibile», dimenticando che la trasposizione in Entità nell'Information Modeling & Management sia ben più «singolare» del singolo Oggetto rilevato «individualmente».
Non solo il Disegno, ma anche il Rilievo, dovrebbero, perciò, mutare di ascendente.
Naturalmente, ciascuna delle precedenti affermazioni meriterebbe una apposita trattazione e, al contempo, sarebbe in grado di suscitare un appassionato dibattito, oltre che, ovviamente, conflitti di Saperi e di Interessi: probabilmente salutari, se ricondotti nell'alveo propositivo, specie in una Accademia tanto «pacificata» quanto «sedata».
D'altra parte, è indubitabile che il senso ultimo del «BIM», per come lo conosciamo evocativamente, attenga al rafforzamento del Programme & Project Management, declinato in termini di Geospazialità e di Interconnessione nel Realtimed & Ubiquitous Construction Management e che, almeno in sede di Progettazione, la maggiore sfida concerna gli Scambi Informativi tra Ambienti di Calcolo (Energetico, Strutturale, Impiantistico, ecc.) e Ambienti di Modellazione/Gestione.
Il che vuol dire che le tematiche ultime sono How Designers Think e How Realtimed Processes Enhance the Supply Chain.
Se, però, seguissimo, come certamente accadrà nella realtà delle cose, una logica improntata alla semplice sostituzione di Discipline o di Saperi, introdurremmo nei percorsi formativi e nelle prassi operative un potenziamento delle contrapposizioni corporative.
Il BIM potrebbe divenire, infatti, uno straordinario battlefield che riprodurrebbe con accuratezza le contrapposizioni centenarie: è sufficiente aggiungere il prefisso BIM a qualsiasi occasione per ottenere un simile risultato.
Il fatto, sfortunatamente, è che di altro si tratta, poiché la tendenza finale riguarda il Digit (l'origine letterale del tema) e il modo in cui il Numero influenza il Dato, lo rende Machine Readable.
L'orizzonte destinale è, in effetti, legato alla scomparsa del Documento e dell'Elaborato, della Emancipazione dei Dati Computazionali aggregati in Informazioni dai primi.
Esso concerne la Centralità del Modello Informativo a prescindere dalla Fase Temporale in cui esso sia utilizzato, laddove, talvolta, implementa Gigantesche Moli di Dati, mentre, talaltra, li riceve, per supportare, attraverso il Machine Learning, i Cognitive Built Asset.
Esso concerne gli Strumenti di Analisi dei Dati e dei Software che permettono di fare Business Intelligence nel Common Data Environment.
Esso concerne i LOD che, una volta operabili e misurabili sulla Scala del Continuo in qualsiasi evenienza, si riconnetteranno al Blockchain Payment degli Smart Contract.
Il problema è, dunque, che la Classe Accademica del Settore, prima ancora che i suoi Operatori Economici, appare condizionata da una trasposizione, per così dire «analogica» del Digitale: che si preoccupa, giustamente, dei BIM Manager e dei BIM Co-ordinator, ma trascura i Data Analyst e i System Integrator.
Esso concerne la maniera in cui il Digital Delivering (ce lo ricorda Jennifer Whyte in un suo recente paper) trasforma i Confini Organizzativi delle Project-Based Design Firm.
Nel Mondo della Disintermediazione e della Reintermediazione gli Attori Tradizionali non sono tanto quelli che operano analogicamente, quanto quelli che ragionano in quel modo.
La Cultura del Dato non è, infatti, quella che disputa tra la «I» e la «M», tra Processo e Prodotto, bensì giusto quello che «visualizza» i «fenomeni», che si reinventa il Built Asset nell'Ambiente Costruito.
È questa parte dell'Accademia troppo analogica per trasporre i suoi molti contenuti in una altra dimensione senza perdersi in schermaglie e corporativismi?
Saprà essa, pazientemente, supportare l'Italia Profonda dei Micro Professionisti e dei Micro Imprenditori nella Grande Trasformazione dei Lavori e delle Identità, nella trasposizione di contenuti digitali costitutivi in questa Nuova Ecologia, in questi Nuovi Ecosistemi?