Alle origini del mattone: i Mattoni Romani

29/11/2016 10067

Articolo tratto dal libro STILE LATERIZIO I - Origini e permanenze del mattone nell'architettura contemporanea - Capitolo 2

I Romani per quanto attiene all’edilizia abitativa, lungo tutta la fase storica repubblicana (III-I secolo a. C.), utilizzano per le strutture di elevazione il laterizio crudo sottoforma di grandi mattoni (i famosi mattoni lidium, citati e descritti accuratamente da Vitruvio e da Plinio nelle loro opere letterarie: argilla frammista spesso a paglia, manipolata e trasformata in manufatti regolari simili ai mattoni orientali semplicemente essiccati al sole) mentre impiegano materiali lapidei in opere murarie isodome e i vari opus murari (a base di conglomerato cementizio e paramenti in pietra più o meno regolarizzati) nelle architetture pubbliche.
 
Nella tecnica costruttiva romana l’introduzione di elementi di argilla cotta fu molto tarda rispetto all’impiego della pietra e per alcuni secoli – fino almeno al I secolo a. C. – investì quasi unicamente le terrecotte architettoniche di rivestimento delle incavallature lignee dei templi, le tegole dei manti di copertura, le suspensurae pavimentali unitamente alle pareti ventilate degli ambienti termali o domestici riscaldati. Con materiali laterizi di scarto, o di recupero, si realizzarono pure le stesure pavimentali in cocciopesto (l’opus signinum).
 
Dal processo di trasferimento in ambito murario di elementi nati per la realizzazione di manti di copertura derivarono, molto probabilmente, sia la configurazione piatta a piccolo spessore dei mattoni romani, sia il procedimento applicativo nelle murature che ne prevedeva un uso del tutto particolare.
 
Dalle tegole piatte di ampie dimensioni si arriverà al mattone romano cotto (molto diverso da quello che oggi a noi è familiare) fabbricato in grossi formati da tagliare in cantiere in sottomultipli molto differenziati per dar vita a quella che sarà la originale e caratteristica modalità costruttiva di epoca imperiale: l’opus testaceum.
 

Moncone di muro in opus testaceum. Disegno di Giovanni Battista Piranesi.
 
Una muratura composta con materiale laterizio all’esterno e riempimento concretizio all’interno.
I Romani, lungo le diverse fasi dell’età imperiale, ma con una standardizzazione dimensionale che avviene già nel I secolo d. C., usarono per le loro costruzioni dei mattoni cotti quadrati, abitualmente di tre formati relazionati al piede romano, unità di misura base (29,6 cm): bipedales (2 piedi romani di lato); sesquipedales (1,5 piedi romani); bessales (2/3 piedi romani). Più raramente usarono il pedales (1 piede romano).
Lo spessore dei mattoni oscillava fra i 3,5 e i 4,5 cm, eccezionalmente fino ai 6-7 cm.
 
Abaco dei mattoni romani di epoca imperiale. Disegno di Jean Pierre Adam.
 
I bessales (e generalmente anche i sesquipedales) erano destinati ad essere tagliati in forma triangolare per la formazione delle cortine esterne in opus testaceum con funzione di casseforme.
 

Tegola romana di ampie dimensioni. Il familiare e antico elemento di copertura – a ragione – è considerato alle origini della concezione del mattone d’epoca imperiale caratterizzato da una morfologia e da uno spessore molto esiguo, confrontabili con le caratteristiche delle tegole.

Mattoni contrassegnati da due solchi diagonali praticati prima della cottura. Tali incisioni facilitavano e velocizzavano in cantiere le operazioni di rottura ai ini di
ottenere elementi con foggia triangolare funzionali alla realizzazione delle cortine laterizie.
 
Oltre che nelle murature in piano dell’opus testaceum, l’impiego di questi mattoni quadrati si diffuse nelle ghiere degli archi e delle piattabande, nelle costolature delle volte, nelle pavimentazioni in tutto cotto.
Gli scarti (risultanti dal taglio dei mattoni) e le polveri di laterizio continuarono ad essere impiegati con grande genialità applicativa nella realizzazione di cocciopesti pavimentali, nei rivestimenti parietali impermeabili di cisterne e serbatoi d’acqua, nella composizione di malte idrauliche o anche mescolati nel conglomerato.
 
La successione delle fasi utili alla costruzione della muratura in opus testaceum prevedeva:
– la realizzazione delle due cortine parallele in mattoni mediante l’uso di mattoni fratti, laterculi semilateres, di foggia triangolare;
– il getto e la battitura del conglomerato per assicurare un adeguato costipamento dell’impasto;
– l’interposizione (ogni 4-5 piedi romani: 1,20-1,50 m) di mattoni interi di più grande formato (in genere bipedales) con ruolo di elementi trasversali di legatura, di ripartizione dei carichi e con ufficio di interruzione orizzontale della massa di conglomerato, consentendo di ridurre la pressione laterale sulle cortine in laterizio che, conseguentemente, non necessitavano in fase di costruzione di onerose opere provvisionali.
 
 
Terme di Caracalla a Roma (212-216 d. C.). L’architettura in opus testaceum di epoca imperiale raggiunge sul finire del I secolo d. C. una perfezione esecutiva che consente la realizzazione di grandiose e monumentali opere. Nella foto si coglie perfettamente la logica stratigraica dell’ossatura muraria a base di mattoni e calcestruzzo: in evidenza, al di sopra dell’arco, il nucleo interno costituito dall’opus caementicium e, ancora superiormente, le cortine in mattoni ancora integre.
 
L’uso del laterizio cotto nella realizzazione di murature, per almeno centocinquanta anni (fino ai primi decenni del II secolo d.C.), individuerà un dispositivo tecnico di costruzione che scompare sotto gli strati dei rivestimenti protettivi od ornamentali; molte delle cortine murarie in laterizio di epoca romana che ammiriamo oggi nei siti archeologici con la loro estrema cura esecutiva sono, in realtà, finalizzate ad accogliere rivestimenti a base di intonaci, stucchi, tessere musive, pietre, marmi in lastre.
 
Nella prima opera di maturità della nuova architettura romana, affrancatasi definitivamente dall’influenza greca, qual è la Domus Aurea di Nerone (64-68 d. C.), si legge sia questo ruolo eminentemente costruttivo e privo di linguaggio autonomo del laterizio cotto, sia il valore architettonico del dispositivo tecnico dell’opus testaceum capace di assecondare la grande rivoluzione di Roma: l’innovazione spaziale degli organismi edilizi attraverso la continuità strutturale tra le ossature murarie di elevazione e quelle voltate in forma di superfici curve e avvolgenti.
 
 
Visione parziale della Sala ottagonale del Domus Aurea di Nerone (64-68 d.C.). Si notano le ampie luci delle piattabande ottenute attraverso l’impiego di bipedales e armatura metallica interna annegata nell’opus caementicium.

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