Insegnare il BIM nelle Scuole di Architettura

Appare ormai chiaro, dalle prime annotazioni che Mark Bew ha recentemente proposto per la (Global) Digital Built Britain Strategy, inerenti ai Level 3 e 4, come, per così dire, il Dato entri in Città.

Vale a dire, dunque, che, da un lato, l'introduzione della Cultura Industriale, intesa come Manifatturiera, all'interno del Settore delle Costruzioni passa tramite il Dato Computazionale, ben più che assai pratiche produttive automatizzate in senso stretto, mentre che, da un altro canto, la Digitalizzazione assume una dimensione urbana e una valenza trasversale.

Per quanto riguarda la Progettazione e i suoi attori, tendenzialmente professionali, la questione si interseca con diversi altri aspetti, che trovano la loro migliore esplicitazione nel profilo dell'Architetto.

Per questa ragione, l'evoluzione professionale e quella formativa, in questo ambito, appaiono particolarmente critiche e, in ultima analisi, concomitanti e interdipendenti.

Il presupposto da cui partire, in Italia, come rivela il recente rapporto curato da ACE, è la presenza di 157.000 architetti, con una densità media di 2.06 professionisti ogni mille abitanti. Le gravose ricadute di questo stato delle cose sono, peraltro, regolarmente state illustrate periodicamente dal CRESME per conto del CNAPPC.

Non si tratto solo dell'ammontare degli architetti in valore assoluto, bensì anche della loro redditività media, della differenza salariale di genere e di età, della micro-dimensionalità degli studi professionali, della natura giuridica degli stessi, delle condizioni di "sfruttamento" di molti neolaureati - e non solo, come proletariato intellettuale -, e così via.
Sotto un altro punto di vista, la salvaguardia della Autorialità e della Creatività degli architetti emerge in maniera così insistita da riflettersi nell'impostazione generale degli insegnamenti universitari e di un sentire professionale improntati all'individualismo e alla distinzione di saperi, di ruoli, di responsabilità e di identità.

Ecco, allora, che l'introduzione, in fieri, del "BIM" nei Corsi di Laurea che, in qualche modo, possano ricondursi ad Architettura, pone due ordini di criticità:

  1. il ragionamento sulle implicazioni organizzative e sugli statuti professionali;
  2. la digitalizzazione integrale di un modo di pensare.

Al di là del fatto che, sia pure con le debite inclusioni ed esclusioni (dalla concezione dell'intervento di restauro al calcolo strutturale e impiantistico), il mestiere di architetto, il suo potere di firma, è, nel mondo analogico, ampiamente contendibile e conteso da altre corporazioni attigue, tutto l'impianto, tecnologico, ancor prima che concettuale, del "BIM" si basa su Integrazione e Conoscenza, cioè sulla capacità di condividere e di fare interagire le soluzioni progettuali, espresse come Dati e come Informazioni (Dati Strutturati in Informazioni) e sulla possibilità di capitalizzarne l'impiego.

Ciò collide, culturalmente e operativamente, con l'individualismo che è praticato nella professione (ma che è anche professato nell'insegnamento accademico) che impedisce spesso l'instaurarsi di relazioni reticolari che non siano instabili e turbolente, tanto in termini di aggregazione intra-disciplinare quanto di collaborazione inter-disciplinare.
Da questo punto di vista, il progetto di architettura, oggi ampiamente rivoltato, in termini di anticipazione delle scelte nel nuovo ordinamento dei contratti pubblici, può ancora essere insegnato nell'Accademia come risultante di un approccio organizzativo tradizionale, che risulta agli occhi di molti osservatori parcellizzato, settoriale, sequenziale e deresponsabilizzante? In che modi, in un ambito digitale che simula il processo esecutivo-realizzativo, ha senso compiuto parlare, ad esempio, di "ingegnerizzazione" o di "costruibilità" (nella realtà, sovente differita e demandata)?
E' chiaro, dunque, che mondo accademico e mondo professionale interessati all'Architettura sono chiamati, entrambi e contemporaneamente, a confrontarsi col "BIM", in realtà colla Digitalizzazione, in maniera assai urgente, a partire dagli assetti organizzativi e dalle condizioni abilitanti, di carattere culturale, gestionale e fiscale per ridisegnare gli assetti organizzativi.
E' palese, perciò, che il "BIM", inteso come processo, come metodo e, infine, come strumenti (al plurale, se non altro per via del Building Information Modeling e del Computational Design), richiede all'Accademia di introdurre i fondamenti per via culturale sin dal primo anno attraverso il pensiero collaborativo, enfatizzando i tratti di responsabilizzazione che comporta il progettare inteso come introdurre nel progetto (nei modelli informativi) dati validati: il che indurrebbe a introdurre basi di Data Science anche per gli allievi architetti, non solo per quelli ingegneri.

Una volta assodato il presupposto organizzativo e manageriale (in netta contrapposizione con le prassi professionali vigenti, che, quindi, dovrebbero essere aggiornate di pari passo all'evoluzione universitaria), resta il nodo gordiano, vale a dire la estensione digitale del modo di pensare il progetto architettonico.
Qui, naturalmente, rilevano, in particolare due elementi: la natura simulativa e prestazionale del "BIM"; l'avvio digitale del processo ideativo.

Il secondo aspetto, premessa logica al primo, rivela come sia necessaria, ma al contempo, difficile la compresenza tra il tratto analogico proprio allo schizzo manuale o al modello fisico (non derivante da una stampa additiva) e il suo sviluppo progettuale digitale, la sua intraducibilità completa in esso, così come il dialogo coi consulenti ingegneristici, sino alla realizzazione (File-To-Factory).

Allo stesso tempo, però, l'imporsi frequente della pre-esistenza su cui esercitare il magistero (per i professionisti) e l'imperizia (per gli allievi) progettuale, determina un primato delle nuvole di punti, ma anche della loro trasposizionie in oggetti parametrici geometrico dimensionali corredati da proprietà alfanumeriche, che pone in crisi la rappresentazione a favore della simulazione.

Insomma, la "virtualizzazione" evoca la Prestazionalità, che, a sua volta, significa responsabilizzazione imprenditoriale (il Digital Master Builder!) sui risultati e, ovviamente, la detenzione, o almeno il controllo, di saperi altri, professionali e imprenditoriali.

Che sia un professionista analogico che, nella sua seniorità, deve trasferire la sua expertise nel contesto digitale, che si tratti di un neofita che deve apprendere il teamworking, non sarà certo sufficiente proporgli uno strumento, nella prospettiva di divenire "BIM Manager", a risolvere seriamente l'introduzione della Digitalizzazione nell'insegnamento e nella pratica del mestiere di Architetto.

Che non potrà certo scomparire, come lo sportellista della banca spagnola o l'impiegato della assicurazione giapponese, ma che, dalla Digitalizzazione potrebbe essere reso un soggetto marginale: specialmente dopo averlo debitamente istruito e immesso nell'ecosistema digitale.