Equo compenso: alcune riflessioni di un ingegnere della PA

Ho seguito con estremo interesse gli interventi ed i commenti conseguenti alla procedura adottata dall’Amministrazione Comunale di Catanzaro che, per la redazione del piano strutturale della città, ha messo a base di gara la cifra simbolica di 1 euro, e conseguenti alla Sentenza del Consiglio di Stato n.4614 del 03/10/2017 che, ribaltando la precedente sentenza del TAR che si era espresso in merito, ha ritenuto legittimo il bando in questione. Non intendo in questa breve nota entrare nel merito della legittimità dell’operato del Dirigente del Comune di Catanzaro responsabile del bando, né dei contenuti della Sentenza del Consiglio di Stato, non avendone il titolo né le competenze. Mi sembra invece utile prendere spunto dalla vicenda per provare ad ampliarne la lettura aggiungendo alla discussione un ulteriore punto di vista.
 
Il mio percorso professionale è passato attraverso la ricerca, la libera professione e l’attuale collocazione nel settore pubblico, ma personalmente mi sono sempre sentito innanzitutto Ingegnere, prima che ricercatore, libero professionista, dipendente, perché ritengo che i tratti peculiari della professione di Ingegnere (e credo che il concetto sia tranquillamente estendibile anche agli Architetti), tra i quali si distinguono l’elevata professionalità, la capacità di aggredire e risolvere i problemi tecnici, la funzione sociale del proprio ruolo, permangano saldi indipendentemente dalla collocazione nel mercato del lavoro, dal fatto che si eserciti la professione di ingegnere come libero professionista o come dipendente di aziende private o di enti pubblici.
 
Questi tratti distintivi dovrebbero (condizionale d’obbligo, perché la realtà dimostra che così non accade) essere riconosciuti, valorizzati e difesi indistintamente, e non solo pensando ad una componente particolare della categoria. Invece la prima percezione che si ha leggendo i vari interventi conferma una spaccatura piuttosto netta tra gli ingegneri appartenenti al mondo della libera professione ed i tecnici dipendenti delle pubbliche amministrazioni.
 
Cito un passaggio della nota di Inarsind, del 28 ottobre 2017, a firma dell’arch. N.Guidi e dell’ing. S.Foti (reperibile su www.inarsind.org, e pubblicata anche sul sito di Ingenio): “Crediamo che gli sprechi della pubblica amministrazione vadano ricercati altrove, a mero esempio sul numero elevato di dirigenti e funzionari pubblici e sugli alti stipendi percepiti a cui vanno aggiunte le somme dell’indennità di posizione, indennità di risultato, l’incentivo del 2%, attività garantita dal contratto nazionale C.C.N.L. 31/03/1999. Come mai non si pensa di ridurre la spesa pubblica mettendo mano al contratto nazionale con la riduzione di stipendi, indennità etc?”. E nella nota dell’ing. A.Zambrano, presidente del CNI, dello scorso 31 ottobre si legge che: “[…] abbiamo accolto nei nostri Albi migliaia di colleghi espulsi dalle Aziende e dalla P.A. per la crisi e che hanno deciso di iscriversi per svolgere attività libero professionale, in un mercato già saturo. Abbiamo, di fatto, svolto anche una funzione di ammortizzatore sociale”.
 
Mi sono permesso di riportare questi due passaggi perché anche estrapolati dal loro contesto più ampio mantengono il significato originario senza correre il rischio di essere interpretati in maniera distorta. Credo che per una corretta informazione dei lettori che non conoscono il mondo delle pubbliche amministrazioni, sia doveroso spiegare che il cosiddetto “comparto” degli enti pubblici (ossia la non dirigenza) è composto da migliaia di colleghi tecnici laureati, ingegneri e architetti, con stipendi mensili netti di circa 1300-1400 euro, che si assumono la responsabilità di ruoli come Responsabili del Procedimento, Progettisti, Direttori Lavori, Collaudatori, sostenendo in proprio gli oneri di una copertura assicurativa per colpa grave, le spese per l’iscrizione annua all’albo e gli oneri per l’aggiornamento professionale (certo, è uno stipendio sicuro a fine mese, ma è un equo compenso?). Gli incentivi 2% in base ai regolamenti aziendali sono poi spesso suddivisi tra numerose figure coinvolte a vario titolo nella procedura, anche senza averne responsabilità di firma, e quindi alla fine su base annua si traducono in somme che non sono certo quelle che dalla lettura della nota di Inarsind ci si potrebbero immaginare. Vale anche la pena sottolineare che non di rado ai funzionari tecnici laureati sono richieste (imposte) mansioni che implicano competenze, professionalità e possibilità di firma peculiari dei laureati (penso, ad esempio, alla redazione e firma di progetti strutturali) ma con inquadramenti (e relativi stipendi) nei ruoli inferiori accessibili ai diplomati. Quanto all’iscrizione all’Albo non metto in discussione l’affermazione del presidente Zambrano, che è sicuramente in possesso di dati estesi ed aggiornati, ma mi ha sinceramente sorpreso, perché per mia esperienza non sono a conoscenza di un solo collega ingegnere o architetto dipendente di uffici tecnici di enti pubblici che non sia anche iscritto all’Albo, anche perché è un requisito richiesto nei bandi di concorso per l’assunzione (certo sarà una mia ignoranza, ma personalmente non ho mai avuto modo di incorrere in un bando che non richiedesse l’iscrizione all’Albo). E se non si può che condividere quanto affermato dal Presidente Zambrano nella stessa nota, “quello che lascia più basiti è la convinzione dei professionisti come privilegiati, come avversari della libera concorrenza, come soggetti interessati alle proprie utilità e non agli interessi dei clienti, come categoria di parassiti e non di lavoratori”, si deve necessariamente prestare attenzione a che questo tipo di valutazione non si applichi neppure ai colleghi ingegneri ed architetti delle pubbliche amministrazioni perché sarebbe altrettanto ingiusto, perchè lontano dal vero, etichettarli come categoria di parassiti e non di lavoratori.
 
Tornando al ruolo dell’Ingegnere, dal riconoscimento di quei tratti distintivi sopra menzionati e delle caratteristiche di professionalità, competenza, etica che lo contraddistinguono in ogni sua declinazione, non può che discenderne un equo compenso che, come giustamente fatto notare da più parti, trova origine anche nella Costituzione. Ed è bene sottolineare anche che la specificità della libera professione comporta, oltre ai rischi tipici delle attività imprenditoriali, spese sostanziose (licenze di software, stipendi di collaboratori, affitti,…) che non possono essere comprimibili oltre certi limiti.
 
Il bando del Comune di Catanzaro è un caso parossistico che ha portato fragorosamente all’attenzione la questione dell’equo compenso, ma esiste un’ordinarietà nella quale il problema è comunque presente ma non è fatto emergere in modo altrettanto energico. Un recentissimo studio dell’OICE [1] riporta che per le gare per servizi di ingegneria ed architettura pubblicate nel 2011 il ribasso medio è stato del 39.2%, per quelle pubblicate nel 2012 del 35.8%, 36.0% per le gare del 2013, 30.2% per quelle del 2014, 40.0% per quelle del 2015, per salire al valore del 41.9% per le gare del 2016 e 42.7% per quelle dei primi mesi del 2017. In altri studi sono riportate cifre diverse ma che non spostano la sostanza: ad esempio un rapporto del CRESME [2] indica nel 36.6% il ribasso medio per le gare del 2014. Un esame più approfondito mostra una significativa diversificazione territoriale, con ribassi medi su scala nazionale attestati intorno al 35% che si traducono in varie regioni in ribassi medi compresi tra il 40% ed il 50% [3]. Interessanti anche i dati relativi ai picchi massimi dei ribassi, riscontrando nei vari rapporti cifre superiori all’80% [3], al 70% [4], all’85% [2].
 
Se, per di più, si considera che una percentuale significativa dei bandi non riporta esplicitamente il criterio di calcolo del corrispettivo posto a base di gara, non è da escludere che vi siano gare in cui il suddetto corrispettivo sia inferiore a quello che deriverebbe dall’applicazione del Decreto Parametri, e quindi con margini presumibilmente minori per gli operatori che partecipano alla gara. Quello che interessa dei dati numerici qui riportati non è l’esatta entità delle cifre ma la sostanza del quadro che evidenziano, e la sostanza è quella di aggiudicazioni con importi generalmente assai distanti da quelli posti a base di gara.
 
E’ chiaro che si tratta di una corsa al ribasso innescata dalla necessità di rimanere sul mercato in una realtà in cui il mercato è drammaticamente sempre più saturo. Ma è altrettanto vero che si tratta di un processo degenerativo attivato dall’interno del mondo libero professionale e per contrastare il quale il mondo libero professionale stesso ha dimostrato di non avere gli adeguati anticorpi. Si tratta evidentemente di una situazione non imputabile a comportamenti della Pubblica Amministrazione e non limitata agli appalti pubblici; infatti è sufficiente pensare a titolo di esempio, nell’ambito del mercato della committenza privata, alle certificazioni energetiche redatte per poche decine di euro (ma si potrebbero aggiungere molte altre tipologie di prestazioni tecniche prodotte a cifre irrisorie).
 
Impossibile, quindi, non notare come non vi siano uniformità e coerenza nelle reazioni di fronte a realtà e circostanze distorsive del giusto riconoscimento (anche economico) dell’attività del professionista, da un lato quelle risolute di fronte ad una bando con compenso a base di gara nullo predisposto da una Pubblica Amministrazione (e, comunque, tutte rivolte verso il responsabile del bando e non anche verso i professionisti che hanno partecipato proponendosi per un incarico non retribuito), dall’altro quelle blande o addirittura inesistenti di fronte alle prassi consuete di molti liberi professionisti che, sia in lavori pubblici che privati, operano con “richieste di onorari con costi sensibilmente ed oggettivamente inferiori a quelli di loro produzione” (il virgolettato è un estratto dell’articolo 20 del codice deontologico degli Architetti, invocato nella nota di Inarsind [1] come ulteriore sostegno alla disapprovazione dell’operato del dirigente del Comune di Catanzaro).
 
E d’altra parte, si osserva una medesima incoerenza nell’invocazione del principio dell’equo compenso. E’ assolutamente ineccepibile, come dichiara il presidente Zambrano nella citata nota “la giustezza della richiesta di assicurare il rispetto di un diritto costituzionale valido per tutti i lavoratori, cioè la determinazione di un compenso giusto per i professionisti”, ma, aggiungo, è un principio valido sempre, del quale deve essere contrastata ogni distorsione, indipendentemente da chi la causi e non solo quando tale distorsione si ravvisa come originata dalla Pubblica Amministrazione a danno di liberi professionisti. Perché sono professionisti anche gli ingegneri ed architetti che, con partita iva o con contratti di altra natura, lavorano in studi professionali o in società di progettazione, che contribuiscono in modo fattivo e qualificato alla produzione (non parlo quindi di tirocinanti) e che sono poi retribuiti con importi che, parametrati sull’impegno temporale, si quantificano in pochi euro (ben meno di 10) lordi all’ora. Dubito che in questi casi si possa parlare di equo compenso ma, sicuramente è una mia mancanza, non mi sembra di avere mai visto prese di posizione da parte delle varie realtà rappresentative del mondo professionale (CNI, Ordini professionali, Inarsind,…).
 
In definitiva ritengo che sia evidente ed innegabile un impoverimento della professione di Ingegnere in senso esteso e generale, nella considerazione che ha la società di tale professione, della consapevolezza delle responsabilità, competenze e professionalità che essa comporta, e di quelli, ne discende in modo ovvio, che dovrebbero essere i conseguenti giusti riconoscimenti economici. Personalmente ritengo anche che questo depauperamento professionale non sia solo dovuto ad azioni di terzi esterni (volontà politiche, enti pubblici, committenti privati, …), ma anche da comportamenti interni attuati da chi di questo mondo fa parte (liberi professionisti compresi), e ritengo anche che il processo sia arrivato ad un livello degenerativo tale che se ne possa uscire solo con visioni e strategie unitarie che proteggano e valorizzino la categoria di Ingegnere in quanto tale, e non solo di una sua componente interna, quella della libera professione, contrastando sicuramente le circostanze avverse provenienti dall’esterno ma senza temere di procedere fermamente anche nei riguardi di aspetti degenerativi interni. 
 
[1] OICE, Associazione delle organizzazioni di ingegneria di architettura e di consulenza tecnico-economica, CONFINDUSTRIA, “Osservatorio mensile sui bandi di gara pubblici per servizi di ingegneria e architettura, iniziative di Project Financing e appalti di progettazione di lavori”, ottobre 2017.
[2] CRESME, “Servizi di architettura ed ingegneria. Rapporto 2014”.
[3] Latour G., “Bandi di progettazione, mercato in rialzo ma ribassi record: 35% medio, un terzo delle gare oltre il 50%”, Il Sole 24Ore, Edilizia e Territorio, 28 luglio 2015.
[4] Centro Studi CNI, “Monitoraggio sui bandi di progettazione, 3° trimestre 2016”. 

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