Le Intelligenze Naturali e Artificiali nel Settore delle Costruzioni

Angelo Luigi Camillo Ciribini - DICATAM, Università degli Studi di Brescia 10/02/2018 811

Il DM 560/2017 ha probabilmente sancito l'avvento definitivo del Building Information Modeling (BIM): presto, ogni organizzazione che operi nel Settore avrà propri BIM Manager e BIM Co-ordinator, in ossequio alla futura norma UNI 11337-7 che regolamenterà queste professioni.
Di conseguenza, i capitolati informativi e i piani di gestione informativa diventeranno documenti correnti, con tutto il corredo di riflessioni sul tema che, anche in lingua italiana, una pubblicistica ormai sterminata rende accessibile a chiunque.
Il «sistema BIM» e la «modalità BIM» iniziano sino da ora a impazzare nei bandi di gara, fomentando, peraltro, una certa immediatezza, dato che la nozione, altrettanto sfumata, di «Livello 2» non è così popolare nel Nostro Paese.

Il dibattito internazionale, però, vede, nella letteratura anche giornalistica, non necessariamente scientifica, emergere il tema dell'automazione, nella duplice veste dell'intelligenza artificiale e della robotica.
Per quel mondo, in parte ipotetico, i droni e le realtà miste sono già innovazioni «mature».
In questa narrazione il BIM appare come un presupposto, esattamente alla stessa stregua del sensore, come un dispositivo che traduce in termini digitali l'operato degli attori del settore.
Vi sono, infatti, «macchine» (in realtà, algoritmi) che distinguono la natura specialistica di un progetto veicolato digitalmente, che dispongono autonomamente parti di un impianto meccanico o elettrico, che generano un elevato numero di opzioni progettuali ottimizzate, che prevedono probabilisticamente l'accadere di non conformità o che riconoscono criticità nella sicurezza degli operatori dall'analisi di grandi moli di testi, di immagini o di registrazioni sonore: per ridurre i tempi al «reale» e per abbattere i costi «ingiustificati».
Gli algoritmi e i robot, per un altro verso, inizierebbero a sostituire gli esseri umani, il lavoro intellettuale e fisico, partendo da quello più ripetitivo e mediocre.
La versione virtuosa di questo ragionamento prevede che ciò consenta l'affrancarsi degli attori dalla parte più noiosa del loro operare, ma, in realtà, implica che una parte di essi sia rimpiazzata: da altri saperi o da altri automi?

Detto altrimenti, il Data Scientist oscurerà presto il BIM Manager.

Il maggiore ritardo di cui si soffre in Italia non riguarda certo le prassi reali della digitalizzazione (come se sul BIM si fosse ai primordi in Italia, mentre davvero altrove, a cominciare dall'Europa, tutti vi si fossero convertiti da lunga pezza), ma le fascinazioni, che vi giungono più lentamente.
A prescindere dalla robotica, l'intelligenza artificiale, nei racconti dei «visionari» (nel senso letterale di coloro che hanno una visione), grazie ai primi prototipi già sottende risultati che si pretendono quali acquisiti.

Che cosa ci insegnano, però, gli studi professionali spopolati di BIM Modeler, sostituiti da algoritmi e i cantieri de-umanizzati in cui gli stessi dispositivi governano automi, macchinari e apprestamenti sensorizzati e interconnessi?
Prima di tutto, lo «spreco» che è insito nei processi correnti, improduttivi, spesso cela una elevata complessità o almeno una strategia resistenziale nei confronti della computazionalità.
Al contempo, tuttavia, non dobbiamo scordare che è quest'ultima a legittimare gli sforzi ingenti che si compiono nei confronti della digitalizzazione.
La maggiore insidia che si corre ragionando di questa è, in effetti, tutta legata alla parametrizzazione e alla multi-dimensionalità, al computo metrico esatto e all'assenza di conflitti tra gli oggetti.
In realtà, la razionalità che presiede a tutto ciò concerne, appunto, la trasposizione di ogni nostro pensare e agire entro un eco-sistema numerico in cui le entità siano interconnesse e le decisioni semi-autonome.
Non è questo scenario certamente attuale, non possiamo considerare concreti alcuni prototipi e alcune pre-visioni, ma non dobbiamo neppure trascurare che, nel migliore dei casi, questi «supporti» alla nostra creatività e al nostro fare preludano a forti cali occupazionali né credere che i nuovi saperi siano già dispensati nella formazione superiore.