Il Dizionario della Digitalizzazione: I come IFC

Simone Garagnani - Ingegnere Ph.D. - Università di Bologna - Coordinatore scientifico di BIM Foundation 14/05/2018 1077

INGENIO  lancia la rubrica "Il Dizionario della Digitalizzazione" a cura di Simone Garagnani, si tratta di brevi articoli con l’obiettivo di riflettere o di approfondire o ancora di guardare da un punto di vista diverso  termini ormai entrati nel linguaggio corrente e che a volte si utilizzano senza valutarne il reale significato.

I come IFC

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La lettera “I” di questo breve dizionario presenta IFC, Industry Foundation Classes, ma potrebbe definire anche la “I” di “incomprensione” dacché IFC è stato per molto tempo, e per certi versi lo è ancora, il formato di interscambio più incompreso nel variegato dominio della digitalizzazione del processo edilizio.

Originariamente immaginato come una struttura convenzionale di condivisione delle informazioni per l’industria delle costruzioni, è un formato dati platform neutral, vale a dire che non appartiene a nessun software specifico di modellazione informativa BIM. E’ stato proposto a partire dal 1994 ed è tuttora sviluppato da buildingSMART, consorzio noto inizialmente come IAI - International Alliance for Interoperability e costituito con la finalità di agevolare ricerca e sviluppo di soluzioni interoperabili nel settore edilizio.

IFC è un patrimonio comune, uno sforzo orientato a superare le difficoltà connaturate all’utilizzo di piattaforme software differenti nel tentativo di rendere intellegibili i contenuti che accompagnano la rappresentazione digitale di un edificio, durante tutto il suo ciclo di vita.

Il modello di dati di IFC è costituito da una struttura ad oggetti complessa, imperniata attorno ad un nucleo centrale che gestisce le relazioni semantiche dei componenti edilizi e dei loro attributi collegati. Le specifiche tecniche sono aperte e liberamente distribuite, oltre ad essere state ufficialmente registrate nello Standard Internazionale ISO 16739:2013.

Tali caratteristiche di indipendenza e di completezza ne hanno fatto uno dei formati più utilizzati in ambito normativo e progettuale, a livello internazionale. Per questo IFC è al momento la scelta primaria delle stazioni appaltanti in Italia, soprattutto d’opera pubblica, che iniziano a richiedere documentazione di natura BIM per le offerte, rispondendo al nuovo decreto 560/17. Tuttavia, non è raro constatare che la richiesta sia spesso accompagnata dalla domanda anche del formato proprietario, generato dai software commerciali secondo schemi in essi nativi. Tale duplice richiesta è al momento necessaria e auspicabile, ma porta sconcerto nei professionisti che non ne colgono le motivazioni.

Queste risiedono infatti nella natura incompresa di IFC, che nel mondo della digitalizzazione è ancora spesso scambiato come un formato dati che consente il salto da una piattaforma all’altra per le continue modifiche al progetto, con la pretesa che gli oggetti modellati in un ambiente siano perfettamente modificabili in un altro, magari concorrente. Le inevitabili difficoltà che sorgono contribuiscono a diffondere l’idea che IFC non sia maturo o, peggio ancora, inutile. A questo si deve aggiungere che, comprensibilmente, le maggiori case produttrici di software non hanno interesse a rendere aperte le proprie librerie di interfaccia così i produttori terzi, importantissimi nello sviluppo di soluzioni contestualizzate nelle realtà nazionali, sono costretti ad impostare pipeline di lavoro sull’unico formato “uscente” dai pacchetti più blasonati, ricorrendo talora a soluzioni creative per interpretare e aggiornare i dati.

IFC, in realtà, è una sorta di istantanea della conoscenza. Una rappresentazione digitale di quanto è conosciuto di un edificio al momento esatto della generazione di quel modello di dati. Costituisce quindi una sintesi in un preciso istante degli attributi informativi collegati ad una rappresentazione geometrica, ma non esprime gli oggetti secondo convenzioni proprietarie come invece fanno i software commerciali per agevolarne modifiche e integrazioni al loro interno. Come tale, IFC va interpretato alla stregua di uno strumento di controllo, di validazione e di documentazione.

IFC, come evidenziato da molti studi in letteratura (in particolare quelli dell’Università di Padova), è una risorsa importantissima, che va valorizzata ma prima di tutto compresa, per poterne trarre i maggiori benefici e auspicarne uno sviluppo continuo.