Intorno al Dato e alla Project Predictability: riflessioni sulle Politiche Pubbliche nell’Edilizia Residenziale

Nella recente assise del 21 Settembre 2018 che il governo federale tedesco ha tenuto con gli stati e colle municipalità, in vista del programma di edilizia residenziale pubblica (ma probabilmente supportato anche da investitori privati) da 1.5 milioni di alloggi, per 2.5 miliardi di Euro, che dovrebbe essere varato, per i prossimi anni, dal ministero degli interni, per l’edilizia e per la nazione (o patria), sono stati menzionati sia la digitalizzazione dei processi autorizzativi (XPlanung e XBau) sia la industrializzazione edilizia (i cosiddetti edifici seriali e modulari): nell’ottica di istituire centri di competenza digitale, come quello che a breve farà sorgere il ministero federale delle infrastrutture digitali e dei trasporti.
Il riferimento specifico è al protocollo uscito dalla Bauministerkonferenz del 5 Settembre 2018 e alle risultanze del Wohngipfel del 21 Settembre 2018 a cura del Bundeskanzleramt intorno alla Wohnraumoffensive.
Il dicastero di Invalidenstraße si era già posto, con Alexander Dobrindt, su questa linea, ora confermata da Andreas Scheuer, anche nel recente dibattito parlamentare (Bundeshaushalt) collo Stufenplan e con il programma di monitoraggio Infra4BIM, ma il ministero retto da Horst Seehofer appare pure interessato al tema, specie nelle parole di Marco Wanderwitz, nonostante l’allontanamento del segretario di stato Gunther Adler, che avrebbe dovuto illustrarne le strategie nel prossimo evento di buildingSmart Deutschland.
Ovviamente, i temi portanti riguardavano il regime dei suoli, la calmierazione degli affitti e le condizioni agevolate di acquisto.
Ciò avveniva in concomitanza della pubblicazione di un libello, da parte dell’associazione dei costruttori, rivolto a enfatizzare l’importanza dei contratti collaborativi e integrati.
Il tema del social housing è, in considerazione delle elezioni bavaresi e di quelle europee, evidentemente sensibile, all’interno della cruciale categoria della «sicurezza», che investe tanto i fenomeni migratori quanto la crisi dello stato assistenziale.
In particolare, misure specifiche sono rivolte ai nuclei familiari, anche monoparentali, e agli anziani.
Quello che qui interessa è il fatto che, anche in Germania, si stia consolidando una narrazione che, vertendo su processi snelli di efficientamento della produttività per un considerevole volume di realizzazioni (di nuova costruzione), vede nella prefabbricazione una soluzione ottimizzata, conseguibile attraverso l’integrazione, di origine manifatturiera, degli attori all’interno della catena di fornitura, al fine di migliorare la qualità del prodotto immobiliare, tradizionalmente inteso (non si accenna certo alla cognitive home), accelerandone l’esecuzione e abbattendone i costi.
Ciò che contraddistingue e distingue il fenomeno attuale dell’edilizia industrializzata da quello del passato è sostanzialmente il combinato disposto tra la digitalizzazione e l’ambientalismo (lo si chiami energia pulita, circolarità, resilienza o sostenibilità), vale a dire, la centralità del ciclo di vita.
Una trama, pressoché identica, è attualmente proposta esplicitamente dal governo britannico e, più indirettamente, da quello francese (il Paese, peraltro, che più, nel passato, ha investito sul tema): proposta, molto spesso, attraverso sistemi costruttivi in legno (più raramente in acciaio).
Anche in Italia il racconto è stato suggerito da varie iniziative, sovente associate alla quarta rivoluzione industriale, adoperando espressioni come off sitedesign for manufacturing and assemblymodern methods of constructionmodular construction.
Off site rimanda al fatto che la maggior parte delle lavorazioni avvenga al di fuori del cantiere di destinazione finale, enfatizzando il ruolo dell’assemblaggio (del montaggio e dell’installazione), supportato da una efficace logistica, sulla scorta di decisori fortemente unitari e omogenei. 
Il che contrappone esplicitamente questa ipotesi a quella tradizionale, che comporta un forte accentramento nel cantiere degli accadimenti produttivi e una conseguente concentrazione di entità societarie differenti e conflittuali, con supply chain allungate.
Design for manufacturing and assembly evoca la capacità, da parte dei progettisti, di concepire le soluzioni a partire dalle esigenze della produzione e dell’assemblaggio, esplicitando la propria creatività entro un sistema di vincoli predeterminati, in antitesi a un paradigma distintivo che valorizza, invece, la separazione delle logiche nonché delle responsabilità.
Modern methods of construction sottolinea la natura modernizzatrice e innovativa della industrializzazione, in contrapposizione alla convenzionalità delle strutture tradizionali.
Modular construction significa rammentare il primato della standardizzazione, che, grazie alla digitalizzazione, abbandonerebbe la uniformità conservandone la economicità (mass customization). In questo senso, si annovera anche l’aggettivazione «volumica» o «volumetrica» che starebbe a indicare la stratificazione dei componenti in una unica soluzione, ma che evoca la «tridimensionalità» della cosiddetta prefabbricazione pesante e chiusa di un tempo.
Se, nel contesto domestico, si aggiunge la mitigazione (e prevenzione) legata al rischio strutturale meccanico dovuto a eventi di natura sismica, la digitalizzazione agirebbe da baricentro tra istanze ambientali e sfide sociali, curiosamente i due estremi negativi della saga degli Anni Sessanta e Settanta.
Per prima cosa occorre, perciò, soffermarsi sui tratti oggetto della negazione del modello consolidato e prevalente, vale a dire, su un modello organizzativo «improduttivo», «inefficiente», caratterizzato da una estrema polverizzazione degli attori, da una frammentazione decisionale frutto di un insostenibile grado di complessità, da fortissime asimmetrie informative, da ritardi significativi nel completamento delle opere, da estracosti inaccettabili, da grande conflittualità, e così via.
Al contempo, però, le «antiche metodologie della costruzione», che, almeno in Italia, lamentano gli effetti della maggiore crisi (congiunturale o strutturale?) della propria storia, si devono confrontare con la difficile permeabilità del concetto di «sostituzione» e addossano responsabilità della troppo timida ripresa del mercato e cause principalmente imputabili alla complicazione amministrativa: come se a una interpretazione che intravede nelle disfunzioni strutturali degli operatori la causa principale della crisi se ne opponesse un’altra che allocherebbe le responsabilità a fattori esogeni, individuati, dapprima, nelle istituzioni finanziarie, colla restrizione al credito, e, successivamente, nella pubblica amministrazione, invalidata dal codice dei contratti pubblici e da quello dell'edilizia privata.
Attorno a interpretazioni radicalmente differenti, che, comunque, sono accomunate da un intento di rilancio del settore, si muove, appunto, il «dato».
Ora, è chiaro che la razionalità che soggiace alla digitalizzazione sia del tutto impregnata della possibilità, o per meglio dire, della necessità che gli accadimenti (dalla produzione al benessere, dalla concezione alla fruizione) relativi all’edilizia, (residenziale) in questo caso, siano riconducibili a «numero», «leggibile» dalla «macchina».
Sotto questo profilo, on site od off site, che dir si voglia, era chiaro sin da subito che «industrializzazione» e «serialità», ancorché creative, qualitative e singolari (ma, appunto, i tedeschi ricorrono ancora all’attributo «seriale» e a quello «modulare», oltre che all’economicità delle soluzioni accessibili), si riferissero, anzitutto, ai modelli organizzativi e ai processi ideativi, ancor prima che ai procedimenti costruttivi, già, in passato, peraltro, oggetto di un pericolo fraintendimento sull’equivalenza tra industrialesimo e prefabbricazione.
Per questa ragione, l’accezione classica di industrializzazione edilizia, sostanzialmente riproposta colle dovute declinazioni aggiornate, potrebbe contenere lo stesso «tragico» equivoco, reso più grave dal fatto che il «4.0» reifica relativamente poco, nel senso che, partendo dall’automazione del «3.0», agisce soprattutto sugli «algoritmi» che sincronizzano macchinari e consumatori.
Il «dato», in realtà, come suggeriscono le sempre più frequenti citazioni dell’intelligenza artificiale nel comparto, più che alla robotica capace di fabbricare digitalmente senza particolari costi marginali e in assenza di sfridi, oggetti particolarmente complessi (si pensi a forme irregolari che si evolvano nel tempo: la produzione additiva di manufatti 4D), allude ad «automatismi» che, capitalizzando le esperienze, ridotte a una dimensione computazionale, creano un sapere «sostitutivo».
Se, per i Costruttori e i Prefabbricatori autoctoni la «sostituzione edilizia» risulta cruciale (gli interventi sul costruito generano minori margini di redditività e si confrontano con una estrema variabilità), il «rimpiazzo intellettuale» non lo sarebbe da meno.
Certo, possiamo immaginare uno schema antagonistico tra Off Site e On Site, in cui il primo, anche eventualmente applicandosi agli interventi sul costruito, cerchi di contrastare la separazione tra concezione, edificazione e manutenzione, cerchi di ridurre la parcellizzazione delle procedure legate all'approvvigionamento, cerchi di ridurre l'intensità delle lavorazioni in opera e la sua irregolarità contributiva e contrattuale (e, comunque, sia meno labour intensive), cerchi, infine, di sostituire il lavoro umano con sistemi robotizzati per ovviare a carenze di personale qualificato e per accrescere il livello di precisione e di produttività nella produzione.
Tra l'altro, la semplificazione delle procedure amministrative, che si accompagna alla semi automazione dei processi autorizzativi, mette fuori gioco una consistente porzione dei servizi professionali, la digitalizzazione delle transazioni commerciali tramite marketplace digitali riduce l'influenza dei distributori commerciali.
Lo schema Prefabbricatori vs Costruttori è affascinante, potrebbe apparire verosimile, ma il «dato» suggerisce un'altra contrapposizione, relativa alla digitalizzazione Data-Driven vs Document-Driven.
Ora, affermare che l'Information Modeling preceda e non segua il Data Modeling è senz'altro curioso, dato che la piramide classica prevede la successione DatumInformationKnowledgeWisdom.
Epperò la sensazione che il «BIM» sia una metodica «analogica» e «documentale» è irrinunciabile.
Tutto sommato, la stessa idea di «piattaforma», come «catalogo» o come «scaffale», è pienamente coerente con questa impostazione che ha il documento (la scheda tecnica) come centralità.
L'immaginario ricorrente è, infatti, quello di un committente che poco esplicita le proprie richieste sia pure in termini formalmente digitali, di progettisti che, in qualche modo, si coordinano (per produrre documenti relativamente coerenti) restando distinti dagli altri soggetti, da costruttori che tentano di supplire meglio che in passato alle carenze progettuali, rifacendo i modelli informativi, da manutentori che provano a disporre di una documentazione, appunto, più esaustiva e affidabile, per quanto non configurata e strutturata secondo le loro esigenze.
È lo scenario di una digitalizzazione moderata, temperata, che efficienta (forse) senza sconvolgere (sicuramente), evitandone accuratamente il potenziale trasformativo: una considerazione che tengono certo bene a mente coloro che offrono applicativi a una vasta platea di operatori che tutto desiderano fuorché di essere chiamati in causa ed eventualmente e di essere messi fuori gioco.
Il discrimine, perciò, si situa tra il mercato attuale dell'edilizia, che gestisce digitalmente il documento, e quello futuro, che rinuncerà a esso.
Quale versione della digitalizzazione sarà supportata dalle politiche pubbliche è facilmente immaginabile, ma l'interrogativo principale riguarda il momento in cui una parte, più consapevole, del mercato deciderà di passare oltre, di valicare la frontiera che separa il dato dal documento, in virtù del fatto che la focalizzazione sul documento potrebbe risultare diseconomica (nel senso del dispiegamento di forze), se non altro perché produce grandi moli di dati computazionali di fatto inutilizzati e ostativi a una prassi consueta.
In definitiva, possiamo ipotizzare che nel medio periodo si creeranno due diversi mercati digitalizzati della costruzione e dell'immobiliare, l'uno rivolto a documenti e beni tangibili, l'altro incentrato sui dati e sui servizi immateriali, l’uno teso a rimediare alla aleatorietà dei processi, l’altro rivolto alla loro prevedibilità, su cui calibrare, per soggetti formativi e consulenziali, offerte differenziate.