Decreto Genova e urbanistica: quando una catastrofe potrebbe trasformarsi in una occasione di rigenerazione

Il decreto sul Ponte di Genova e l'urbanistica

Il decreto sul Ponte di Genova e l'urbanistica

Il decreto del governo Conte nomina un Commissario straordinario con ampi poteri per il ciclo edilizio che dovrebbe portare alla ricostruzione del Ponte Morandi a Genova. Per la “demolizione dell'esistente, la rimozione e lo smaltimento delle macerie, nonché per la progettazione, l’affidamento e la ricostruzione dell’infrastruttura e il ripristino del connesso sistema viario di collegamento, il Commissario straordinario opera in deroga ad ogni disposizione di legge, fatto salvo il rispetto dei vincoli non derogabili derivanti dall’appartenenza all’Unione europea.” Immediatezza ed efficacia di atti per le occupazioni di urgenza e per le espropriazioni delle aree occorrenti sono le altre prerogative del Commissario straordinario.

Il Decreto nulla prevede per derogare, sostituire o innovare procedure urbanistiche o atti connessi, come sempre succede nel post evento, si tratti di sisma, alluvioni o disastri di estensione o impatto territoriale. Trascurare questi aspetti ed accorgersi dopo che molti rallentamenti del processo di ricostruzione sono attribuibili alla giungla delle norme urbanistico-ambientali è un ricorrente errore dei nostri governanti. E' invece il caso di valutare azioni forti, come “leggi obiettivo” e procedure speciali, autorizzazioni preventive sostituite da verifiche o collaudi finali; non andare di deroga in deroga, lasciando il sottostante legislativo invariato per cambiare tutto per non cambiare niente.

L'area del Ponte

Qualunque intervento sul ponte interesserà necessariamente un'area più ampia generando problemi di scala urbana da risolvere con le regole dell'urbanistica. L'area del ponte è una parte complessa di una città complicata, l'approccio deve essere globale. Un progetto elaborato bene, condiviso con la cittadinanza e l’amministrazione locale dove velocità ed efficacia sono coniugate non può che essere di rigenerazione dell’intera area della Val Polcevera in un’ottica di rinnovamento infrastrutturale, ambientale, economico, tecnologico, sociale oltre che paeaggistico e quindi culturale.

Un approccio sperimentale fuori dalle regole può anche diventare un modello di riferimento per l’elaborazione di una esemplare rigenerazione dell’area. Rigenerare significa analizzare l'esistente, valutare e scegliere se ristrutturare o demolire e ricostruire; questo deve valere anche per l'area e forse anche per il Ponte Morandi.

L'occasione è inoltre perfetta per “investire sugli investimenti”. Ricercare un progetto d'area può attivare anche risorse private che si integrerebbero con altre attivabili dal progetto di rigenerazione urbana come avviene nelle esperienze avanzate più recenti.

Contesto

Le caratteristiche dell'area sono abbastanza particolari: un fiume cementificato, fasci di binari e numerosi edifici da superare in altezza; un tessuto urbano di fondo valle mal collegato in direzione est-ovest, diffuse destinazioni residenziali, sedi produttive di aziende importanti e luoghi commerciali della grande distribuzione cresciuti nel poco spazio rubato al fiume e alla ferrovia. Un viadotto che salti a piè pari tutto questo, ripristinerebbe i flussi di traffico ma sarebbe occasione persa se null'altro riuscirà a dare alla città.

Centralità del progetto

Quello che sembra oggi ancora fortemente sottovalutato è come progettare entro un approccio di rigenerazione urbana. Qui, anche il piano urbanistico può cambiare ruolo e può farlo in tempi brevissimi con i dovuti poteri commissariali. Invece si sta pensando molto al progetto del Ponte e forse ad una serie di progetti minori più o meno correlati e infine ad una variante di Piano regolatore che legittimi tutta l'operazione: vecchie pratiche, magari tutto definite “in house”, destinate a dare solo esiti conservativi.

Strumenti

Accanto al progetto vero e proprio del Ponte non si vede ancora partire un dibattito sulla città, non si parla ancora di piani urbanistici, non è stato costituito un team di lavoro specifico.  Le 250 previste dal decreto come nuove assunzioni, riguardano personale civile, polizia locale e supporto alle emergenze; nulla si dice del potenziamento del personale tecnico drammaticamente necessario per la gestione del progetto, della sua realizzazione e della gestione dell'area nel tempo.

Le strutture nord europee di pianificazione urbanistica, pubbliche, private o miste, sono formate da decine di professionisti tecnici, esperti legali, finanziari, in sintesi una squadra capace di affrontare in breve la complessità delle prime linee di progetto e dove troverebbero giusta collocazione figure professionali più innovative, developers, general contractors, facility managers, esperti immobiliari e gestori dei processi partecipativi dei residenti. E questo aprirebbe all'esterno il progetto nel quale sarebbe meglio vedere all'opera molte professionalità esterne indipendenti.

Catastrofi come fattori di rinnovamento

Il successo delle ricostruzioni virtuose è basato sul principio di “investire sull'investimento”. Il “driver” dell'intervento pubblico di ricostruzione viene moltiplicato da altre risorse che si affiancano, pubbliche ma spesso private (in Friuli il rapporto finale soldi pubblici/privati è stato di 1:1). Anche l'urbanistica moderna potrebbe beneficiare di queste occasioni per rinnovare il pardigma disciplinare, una specie di protocollo post-catastrofe.

Infatti si può
(i) individuare uno schema generale programmatico delle fasi e dei presumibili tempi del processo;
(ii) individuare un percorso metodologico che garantisca congruenza tra gli interventi più urgenti e quelli a tempi più lunghi ma anche tra gli interventi pubblici e quelli dei privati; 
(iii) utilizzare i Piani Attuativi di ultima generazione e un grande team di professionisti interni ed esterni per l'attuazione e la gestione pluriennale di tutto il progetto di rigenerazione urbana; 
(iv) procedure e strumenti semplici, come i modelli tedeschi delle varie IBA, in particolare Ruhr e Brandeburgo; documenti di poche pagine che hanno governato processi e progetti di miliardi di euro.