Le Dimensioni della Digitalizzazione nel Settore della Costruzione e dell’Immobiliare

Quello che avrei capito della digitalizzazione si riassume in due punti:

  • la dimensione numerica del dato è prevalente;
  • il business si farà sull’immaterialità.

Il primo assunto costringe a comprendere come produrre i dati e normalizzarne le strutture, a prescindere dalla fase del processo in cui ci si trovi e dal ruolo che si rivesta, sia l’oggetto principale.

Il secondo assunto impone di dare «tangibilità» a tale immaterialità.

A "Prescindere dal BIM"

a prescindere dal BIMLo sforzo che occorrerebbe compiere sembra, dunque, essere quello di «prescindere» dal «BIM», nel senso di evitare di anteporre questo acronimo a qualsiasi tematica, come se fosse il sinonimo, anziché un epifenomeno, della digitalizzazione.

Il fatto è che il BIM, per quello che significa, è uno dei principali modi con cui gli attori del settore della costruzione e dell’immobiliare possano tradurre le proprie azioni in dati strutturati e computazionali, alla stessa stregua delle modalità di calcolo strutturale o energetico: anzi, non sempre collo stesso rigore e colla medesima eleganza.

Di conseguenza, l’educazione degli operatori dovrebbe vertere sulla nozione di dato che dia vita a una informazione, che generi, a sua volta, assieme ad altre, conoscenza, e così via.

Questa è, perciò, in definitiva, l’autentica dimensione digitale, secondo cui occorra capitalizzare ogni fatto e qualunque esperienza, quasi che l’accadimento, a prescindere dalla sua qualità, possa, comunque, fornire un importante contributo analitico e previsionale.

Il dato, insomma, non si butta mai via, a condizione che sia (ri)utilizzabile.

Ovviamente, il percorso iniziatico degli operatori alla digitalizzazione sfocia, entro certi limiti, nella leggibilità dei propri pensieri e delle proprie azioni da parte della macchina, ma, al contempo, dovrebbe permettere agli stessi di agire secondo dialettiche e creatività inedite.

In che misura e con quali tempi possa verificarsi questo riduzionismo, questa reductio ad unum non è dato sapere, ma certo, prima, servirebbe capire, piuttosto, come articolare le categorie umane nell’età della macchina digitale.

Al proposito, un utile indizio può essere fornito dall’approssimarsi del BIM al PLM (Product Lifecycle Management), poiché ciò determina un’acquisizione di cultura industriale per quanto riguarda il comparto.

È il PLM, non già l’Off Site, a rivelare il passaggio al dominio industriale del settore, ma questa transizione, poco visibile, è lungi dal compiersi, ma, non casualmente, il Digital Twin nasce dal PLM.

La cultura del dato, tuttavia, non appartiene, in verità, al comparto e, di conseguenza, non è semplice veicolare il giusto messaggio nel momento in cui si proponga un qualunque dispositivo, dai software ai droni, dai wearable device ai sensori, dai laser scanner alle 3D printer, poiché l’attore vede in ciascuno di essi, e non nei flussi dei dati corrispondenti, l’oggetto dell’interesse, dell’operatività e della transazione.

È questo il principale rischio nel proporre tassonomicamente cataloghi di soluzioni, perché esse non sono altro che mezzi.

Insomma, così come è avvenuto per il «4.0», altra categoria affatto impalpabile, il macchinario 3.0 ha permesso di concretare gli immaginari altrimenti astratti dei metodi propri della Quarta Rivoluzione Industriale, con annesso incentivo fiscale.

Solo da quel momento, in effetti, Innovation Hub e Competence Centre hanno iniziato a illuminare il cammino della «sincronizzazione» delle catene di fornitura e dell’«autonomazione» dei processi decisionali.

Nei fatti, dunque, la centralità del dato si risolve nell’Intelligence che esso abilita,

cosicché il mercato del futuro sarà guidato dai dati nel senso che essi offriranno le chiavi di lettura per svolgere previsioni e predizioni.

Possedere il dato, controllare il dato, costituirà la chiave per orientare e per condizionare il mercato; di conseguenza, ciò che definiamo «piattaforme» non sono altro che «ecosistemi» digitali in cui lasciamo tracce nel solco di flussi di lavoro precostituiti.

Sono, pertanto, questi ultimi gli autentici «strumenti», instrumentum regni, della digitalizzazione, ma la loro forma di arcana impèrii è ancora precaria, è tuttora indistinta.

In ogni caso, attraverso questi flussi orientati si commissioneranno, si progetteranno, si realizzeranno, si gestiranno i cespiti.

L’incognita consiste nel comprendere quali configurazioni tali «ambienti», che sono olistici nella misura in cui facciano sintesi e traduzione degli scambi, potranno assumere e, soprattutto, quale sarà l’identità, ibrida (?), i famigerati Unicorn, di coloro che li gestiranno.

Ovviamente, vi sono molteplici tentativi, da parte dei maggiori ICT Player e delle Start Up, di offrire sul mercato piattaforme di questo genere per «ospitare» l’operatività dei mercati.

La questione sta, tuttavia, nell’intersezione che potrebbe verificarsi tra questi micro sistemi e I macro sistemi digitali proposti orizzontalmente dalle Technology Company, che oggi assumono diverse vesti, di cui si è a lungo parlato in queste note, nelle versioni precedenti.

La caratteristica principale di questi ecosistemi abilitanti è, peraltro, quella di andare a vertere sul vissuto degli individui, a partire dai social media, dalle reti di socialità digitale universali che essi hanno stabilito.

Secondo, però, un décalage lento, ma costante, le indicazioni sulle preferenze e sulle attitudini degli individui che le Giant Data Analytics consentono, si spostano verso il focolaio domestico (la Smart Home e l’Home Speaker) per giungere sino alla città e al territorio che, come dimostra la Urban Computing Foundation, rappresenteranno, sotto le vesti della mobilità e della sostenibilità, i luoghi della convergenza e della competizione globale.

Non credo che possa reggere a lungo la tesi per cui Airbnb, Netflix o Uber siano ciò che non sono, vale a dire siano il maggior esponente di un settore senza possederne i caratteri tradizionali.

È, piuttosto, che Airbnb, Amazon, Apple, Bosch, Facebook, Google, IBM, Microsoft, Oracle, Siemens, Uber, e molti altri stanno convergendo verso il mercato per eccellenza, quello della User Experience, dei comportamenti e delle relazioni degli e tra gli esseri umani.

Sotto questo profilo credo che le piattaforme di settore non possano che essere soggette al paradigma di assorbimento da parte degli ecosistemi di livello superiore, poiché questi ultimi sono le vere e proprie infrastrutture, intese non a sostituire, bensì, appunto, a inglobare.

Data for the Public Good

Ciò ingenera la questione della natura dei Data for the Public Good, sollevata dal governo britannico in merito all’ambiente costruito, ma ben presente alla Unione Europea per altri ambiti, cui, ad esempio, si cerca di dare risposta esplicita attraverso il Digital Framework e il National Digital Twin.

Un simile ragionamento varrà anche per l’Unione Europea?

La stessa nozione di ambiente costruito rimanda, invero, alla città e al territorio, nell’accezione dei luoghi della connessione in cui si possano erogare servizi iperpersonalizzati agli individui in tempo reale, come intende fare, appunto, la Urban Computing Foundation.

In questa sede, il dato si incontra con l’immaterialità, poiché la interconnessione tra gli individui e le comunità non è altro che il mondo delle relazioni che possono essere, anzitutto in termini di «produttività», incentrate sulle persone, sui cittadini.

In questa ottica, possiamo accettare una idea di «dematerializzazione», as a Service, dei beni immobiliari e infrastrutturali che non riveste alcun significato letterale, naturalmente, ma che vede la traslazione dei valori aggiunti dal tangibile all’immateriale.

Per questa ragione, l’attenzione che si ripone sui dispositivi digitali, a iniziare dagli applicativi, non è infondata, ma rischia di deformare i punti di vista, perché enfatizza un carattere disciplinare, del buon commissionare, del buon progettare, del buon costruire, del buon manutenere, mentre la sfida ultima pare giocarsi altrove.

I soggetti che utilizzino simili strumenti, pensando di efficientare il proprio modus operandi (come spesso effettivamente avviene) non si accorgono, però, di divenire oggetti di un intento superiore, legato alla intelligenza dei fenomeni.

Se, perciò, l’obiettivo finale consiste nel supportare il settore ad acquisire una maturità digitale, ovvero sia una cultura del dato, è necessario che tale consapevolezza sia critica, che, cioè, del dato si conoscano le insidie e le protezioni.

Al contempo, non è ancora chiaro come questa nuova «industria delle relazioni, delle percezioni e delle esistenze» possa innescare business model e quali value proposition siano a essa sottese.

Mi sembra di condividere, però, le parole di Daniel Davis, si no a poco tempo fa director of research a WeWork: in the future, the new agents of change may be consigned to nameless venture capitalists and indomitable tech giants.