Fabrizio Curcio: «Uniformare la ricostruzione post sisma e ampliare il monitoraggio sulla vulnerabilità sismica»

Costituire un modello unico per le ricostruzioni post-sisma che rispetti le particolarità dei territori, puntare a un database nazionale in cui registrare tutti gli interventi sugli edifici che hanno beneficiato degli incentivi fiscali come Ecobonus e Sisma Bonus ma, soprattutto, pianificare un reale percorso di miglioramento sismico dell'intero Paese.

Sono alcuni degli obiettivi su cui lavorerà Fabrizio Curcio, alla guida del Dipartimento Casa Italia dallo scorso ottobre. 

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La mission del Dipartimento Casa Italia

Ing. Curcio, cos’è il Dipartimento Casa Italia e quali sono i suoi compiti?

«Il Dipartimento è una struttura della Presidenza del Consiglio istituita in seguito agli eventi sismici del 2016 con l'obiettivo di creare un progetto nazionale sulla vulnerabilità sismica del Paese. Quando sono stato nominato capo del Dipartimento, otto mesi fa, abbiamo iniziato a lavorare a una serie di attività volte a identificare la mission precisa di questa struttura».

Qual è il primo obiettivo?

«Lo sforzo principale è volto a uniformare le ricostruzioni post-sisma del Paese affinché si arrivi a un vero e proprio modello replicabile. Un impegno che nasce anche dalla mia esperienza personale in Protezione Civile, dove sono stato Direttore generale dell’Ufficio gestione delle emergenze e Capo dipartimento. In quegli anni ho sempre sofferto il fatto che una volta che si restituisce alla comunità un territorio colpito da un sisma ci si trovi in una situazione che non è né emergenziale né ordinaria e le difficoltà non mancano: parlo delle attività a valle della chiusura dell’emergenza di Protezione Civile. Il problema riguarda la gestione degli interventi in esecuzione e non del tutto conclusi, in quanto si deve stabilire chi li gestisce e con quali strumenti. Si tratta di un nodo importante del nostro Paese perché se durante l’emergenza non ci sono dubbi sulla catena di comando e controllo, grazie anche alla visione dell’onorevole Giuseppe Zamberletti, poi però, finita questa fase, si entra nella variabilità dello stato contingente. Non a caso, dal 1992 in poi, tutte le emergenze sono state gestite in maniera diversa ma sempre all'interno di un contesto chiaro che è rappresentato dal sistema di Protezione Civile; invece, quando si parla di ripristino del territorio e di ricostruzione, ci troviamo difronte a quelli che in Italia vengono chiamati «i vari modelli». Così si parla del modello de L’Aquila, quello dell’Emilia-Romagna, dell’Umbria-Marche e dell’Italia centrale, che rispondono a normative e organizzazioni completamente diverse. Il nostro sforzo è proprio orientato a dare uniformità alle ricostruzioni, ciò non significa che siano tutte uguali, così come non lo sono le emergenze, tuttavia possono essere pianificate e organizzate in un modello esportabile».

Un modello replicabile per le ricostruzioni post-Sisma

Se l’Italia è riuscita a pianificare l'emergenza, perché non lo fa analogamente per la ricostruzione?

«Le faccio un esempio. Io sono anche responsabile della struttura di missione che si occupa della ricostruzione dei territori colpiti dal sisma del 2009 in Abruzzo. Ma per alcune decisioni è imprescindibile il confronto con Giovanni Legnini, commissario del Centro Italia, perché c’è una porzione di territorio abruzzese che è stato colpito sia dagli eventi del 2009 sia da quelli del 2017. Ora, sullo stesso territorio io e Legnini dobbiamo seguire regole diverse. A esempio, il cittadino colpito nel 2009 ha il contributo diretto sulla riparazione della propria abitazione ma non sulla seconda casa. Invece coloro che hanno subito i danni del sisma del 2016, non hanno il contributo diretto ma il credito d'imposta che include la seconda casa. E di questi esempi se ne possono fare sia sulla parte della ricostruzione pubblica sia sulla privata e sia sulle attività a favore dello sviluppo. Persino le piattaforme su cui i professionisti chiedono i contributi sono differenti. Detto questo, è evidente che occorre partire da chi da anni lavora sul campo e per questo sto puntando molto sugli Uffici Speciali della ricostruzione dove lavorano persone di spessore e di grande competenza. Non serve costruire nuove professionalità, chi meglio di loro può riferire cosa ha funzionato, quali sono i modelli replicabili e cosa invece occorre migliorare? Insieme al Commissario Legnini stiamo cercando di uniformare questi meccanismi ma è molto complicato perché nascono da norme primarie. Tuttavia dobbiamo consentire al cittadino di avere lo stesso trattamento, mirando all’obiettivo comune, non necessariamente allo stesso strumento perché le dinamiche sono diverse, ad esempio, Accumuli e Mirandola, avevano bisogni completamente differenti da soddisfare».

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Il suo impegno in tal senso punta a ridurre queste diversità?

«L'obiettivo è far sì che una parte del Dipartimento Casa Italia possa occuparsi di questa omogeneizzazione, vorrei che diventasse il Dipartimento anche delle Ricostruzioni. Su questo fronte abbiamo lavorato e siamo a buon punto, non è un libro dei sogni, infatti nel decreto legge 123 del 2019 abbiamo integrato la mission del Dipartimento e, oggi, oltre ad occuparsi di valorizzazione del territorio e delle aree urbane, svolge funzioni di indirizzo e coordinamento dei soggetti istituzionali che si occupano delle attività di ripristino e ricostruzione dei territori a valle dell'evento emergenziale di Protezione civile».

Un proposito che affianca anche le altre funzioni di Casa Italia..

«Certo, il Dipartimento segue anche attività di prevenzione strutturale: abbiamo finanziato interventi per migliorare la vulnerabilità sismica delle scuole e le riqualificazioni di strutture strategiche per attività pubbliche. È un Dipartimento ancora in fieri nella sua definizione, ma oggi, in collaborazione e sotto l'indirizzo della Presidenza del Consiglio, sto cercando di rendere una serie di attività più chiare. È anche la prima volta che il Dipartimento è guidato da un ingegnere e vorrei pianificarne la mission in modo strutturato: non voglio accontentarmi del fatto che il Dipartimento programmi di anno in anno o in forma pluriennale, ma vorrei che fosse destinatario di una serie di fondi utili al miglioramento sismico degli edifici. Credo che il Dipartimento debba avere un ruolo di coordinamento più istituzionale e non solo d’intervento economico e che abbia alla base un percorso di miglioramento sismico del Paese, se poi questo passa attraverso il fondo assegnato al Dipartimento o al Sisma bonus, non importa, sono parti di una pianificazione più ampia».

Il portale unico per Ecobonus e Sisma Bonus

Questo lavoro di omogeneizzazione riguarderà anche l’istituzione di un portale unico in cui registrare tutti gli interventi sugli edifici che hanno approfittato degli incentivi fiscali come Ecobonus e Sisma Bonus?

«Sì, sarà una parte essenziale di questo grande piano per il miglioramento sismico del Paese. Roberto Marino che mi ha preceduto ha intuito, con grande intelligenza, che il miglioramento sismico attualmente viene visto solo come un monitoraggio di tipo economico-finanziario e dal nostro punto di vista è un errore clamoroso».

Perché un errore?

«Lo Stato finanzia il miglioramento sismico degli edifici e l'impatto economico va certamente monitorato, ma è importante che allo stesso tempo si abbia il quadro completo per capire di quanto effettivamente è diminuita la vulnerabilità del Paese. Un monitoraggio esclusivamente di tipo economico-finanziario, dal nostro punto di vista è un grande errore. Mentre per l'Ecobonus è prevista una registrazione puntuale degli interventi da parte dell'Enea, ciò non avviene per il Sisma Bonus e non ha senso che ci sia una banca dati che si occupa di energia e altre che riguardano la parte infrastrutturale. Una volta che si decide di intervenire occorre avere un quadro di ritorno, per questo, attraverso un Pon Europeo stiamo lavorando a un progetto pilota che prevede la costituzione di un portale unico dove chi accede, il professionista in particolare, trova sia le informazioni di natura energetica sia quelle di natura tecnica. Mi auguro che funga da apripista per poter poi immaginare un portale a livello nazionale».

L'importanza di misure strutturali per la casa

Ormai sappiamo quanto i costi della ricostruzione siano decisamente più alti di quelli che si potrebbero spendere in prevenzione. Tuttavia le misure messe a punto dal Governo molto spesso hanno scadenze a breve termine, come l'ultimo Superbonus la cui validità è estesa solo fino al dicembre del prossimo anno. Non si dovrebbe puntare a piani più strutturali?

«Sì, io per primo ho dichiarato che alcune misure debbano essere rese strutturali perché lo sforzo della messa in sicurezza di un Paese è determinante e non può passare attraverso una linea che non sia quella della continuità, serve la durata nel tempo. I motivi sono vari. In questo caso ad esempio, parliamo di procedure che non sono immediate: per una famiglia si tratta di investimenti importanti che necessitano di una programmazione più a lungo termine. Deve essere qualcosa che intercetta un’idea che già c’è, nel momento in cui si decide di ristrutturare casa il cittadino deve sapere di poter accedere sempre a tali misure. La programmazione familiare dipende da tanti fattori, magari si aspetta l'arrivo della liquidazione o che crescano i figli. Invece, sapere di poter costruire un percorso che in qualunque momento della vita consente di intervenire, agevola la programmazione nel tempo. C'è poi una seconda questione: non basta istituire il Sisma bonus per consentire agli ingegneri e i tecnici di accedere alle procedure o ai commercialisti di prendere confidenza con tali misure. C’è tutto un problema di rendicontazione e di recupero del credito d’imposta, collegato al finanziamento dei lavori di natura bancaria. Una misura strutturale invece consentirebbe di organizzarsi nel tempo per essere più efficaci e più efficienti».

Un "Piano di salute pubblica nazionale" per la vulnerabilità sismica degli edifici

Il nuovo Superbonus non prevede più il miglioramento delle due classi sismiche. Da ingegnere, come valuta questa scelta?

«L’ingegnere è abituato a lavorare per step e per livelli, il fatto che fosse previsto il miglioramento di due classi, nel famoso quadro di ritorno di vulnerabilità, aveva un senso. Soprattutto se il salto di classe è in qualche modo “certificato”. Quindi spero che questo requisito venga reintrodotto, altrimenti si perderebbe la capacità di misurare l’efficientamento sismico di un intervento. Però, il vero problema è la messa in sicurezza del Paese: ancora oggi, nel 2020, le analisi di vulnerabilità “presunta” del nostro territorio, sono del tutto statistiche e non ne abbiamo contezza reale. Al momento si prendono i dati ISTAT, si fa riferimento alla data di costruzione dell’edificio, al materiale con cui è stato realizzato, se muratura o cemento armato, si valuta la normativa in vigore a quel tempo e si ottiene una vulnerabilità che io chiamo presunta: non è detto che quelle strutture abbiano un comportamento omogeneo nella risposta a un evento sismico. Non si può andare per epoca, ma bisognerebbe testare ogni singola abitazione in una sorta di Piano di salute pubblica nazionale. Io credo che serva un percorso simile anche a lungo termine e bisogna iniziare a farlo senza indugi. Il meccanismo del Sisma bonus dovrebbe tendere non solo a un miglioramento «reale» dello stato di salute degli edifici, ma anche a fornire un quadro effettivo di quanto siamo «ammalati»».

Come formulare un database che raccolga le informazioni di tutti gli edifici?

«Credo che lo Stato di salute di un edificio, così come quello di una persona, passi per diverse componenti. Non è un caso che nel progetto per la creazione del Portale unico, siano stati coinvolti enti ed amministrazioni con responsabilità differenti. Bisognerebbe creare la «memoria storica» dell'immobile che riporti tutti gli interventi - ordinari e straordinari - svolti nel tempo, sia a tutela di chi ci abita sia per i professionisti che devono poi intervenire. Per esempio, a L’Aquila, gli edifici che sono stati migliorati o adeguati sismicamente, sono tutti elencati in un portale in cui si trovano le informazioni relative ai lavori svolti e ai finanziamenti ricevuti. Certo, si partiva da una situazione in cui si è ricostruito, quindi paradossalmente più facile, ma noi dobbiamo avviare questo database sennò continueremo a interrogarci sullo stato reale della vulnerabilità sismica degli edifici e a fare valutazioni statistiche. Tra l’altro, noi ci proponiamo di farlo ma non è una condizione assoluta. Anzi, supporteremmo volentieri altri enti che si proponessero».

La "cura" degli edifici: il capitolo assicurazioni

Sulla «cura» degli edifici, il presidente del CNI Armando Zambrano, ha detto che una volta che lo Stato ha dato gli incentivi, se poi arriva il terremoto e il cittadino non li ha usati, dovrebbe rimediare ai danni da solo, mentre il professor Michele Calvi ha detto che chi utilizza i soldi dello Stato dovrebbe poi assicurare l’intervento perché in caso di “incidente” sia l’Assicurazione a pagare e non lo Stato. Cosa ne pensa?

«Sono due persone che stimo. Credo che alcune affermazioni anche forti servano a porre questioni che condivido. La responsabilizzazione del cittadino nel processo di messa in sicurezza del patrimonio abitativo è essenziale. È ovvio che lo Stato abbia la necessità di assicurare la cura e la salvaguardia del proprio patrimonio e dei cittadini, però mi sembra corretto che si ponga la questione, anche con questi toni, perché comunque lo Stato offre la possibilità di recuperare i soldi spesi fino addirittura al 110 per cento. Una responsabilità in questo processo, il cittadino la deve avere. Poi c’è il duplice tema delle assicurazioni. Quando ero Capo della Protezione Civile e dopo un sisma venivano Capi di Stato stranieri, soprattutto quelli con una mentalità anglosassone, la prima domanda era come e quanto le assicurazioni avrebbero risarcito perché lo davano per scontato. Non sapevano che questo meccanismo in Italia non esiste. È un tema importante, non solo dal punto di vista economico finanziario, perché la base dell’assicurazione è la conoscenza dello stato di salute. Ora, se le aziende assicuratrici non conoscono il rischio, non possono valutarlo. Inoltre si tratta di un settore molto vivo che propone strumenti finanziari e assicurativi differenti. Anche i modelli assicurativi del Giappone, della Francia e del Messico sono diversi. L’Italia dovrebbe studiare lo strumento migliore in base alle caratteristiche e alle disponibilità del nostro Paese».

Miglioramento sismico degli edifici: lo stato della ricerca

Lei ha vissuto tutte le fase della tragedia de L’Aquila. Gli edifici su cui si era intervenuto con un miglioramento sismico si sono comportati realmente meglio o è importante andare a verificare quale sia l'intervento che consente di avere risultati accettabili?

«Gli edifici che nel tempo avevano avuto interventi di miglioramento sismico, mediamente, si sono comportati come da previsioni. Però negli anni i materiali cambiano, gli studi sono diversi, la ricerca fa progressi perché l’ingegneria e le tecniche costruttive sono  in continua evoluzione ed è ovvio che, per esempio, se alcuni bonus per la casa si rendessero strutturali si aiuterebbe anche la crescita e lo sviluppo di nuove soluzioni. A differenza del passato, oggi si punta tantissimo sull’intervento dall’esterno, proprio per evitare il problema di dover lasciare l’abitazione vuota durante i lavori. Nelle Università e nei Centri di ricerca il confronto è acceso, credo che anche l’azione tecnica di come il miglioramento sismico intervenga realmente sulla struttura è una materia che andrebbe monitorata e sostenuta. Nel caso del terremoto che ha colpito Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia nel 2012, molti dei danni agli edifici industriali erano dovuti al fatto che trave e pilastro dei capannoni non erano legati ed è evidente che qualunque azione di miglioramento classico possa dare ottimi benefici».

Il Sisma bonus non ha avuto lo stesso successo dell’Ecobonus e molte volte a frenare questo tipo di interventi è proprio l’invasività degli stessi che obbliga in tanti casi ad uscire di casa con la conseguenza di un aumento dei costi, per esempio per un’abitazione sostitutiva momentanea o per via del disagio. Non si potrebbe pensare a un ulteriore sostegno economico per far fronte alle spese aggiuntive?

«Credo che la sicurezza in generale debba passare per un interessamento personale e diretto, non possiamo pensare che sia sempre lo Stato a finanziare in toto. Bisognerebbe ricollegare questa tipologia di finanziamento anche alla disponibilità economica delle singole famiglie, perché se ad aver bisogno fosse la famiglia di persone anziane che abita nel centro Italia, allora concorderei sul fatto che debba essere aiutata a mettere in sicurezza l’abitazione e se questo significa uscire di casa per l’intera durata dei lavori, è giusto che lo Stato se ne faccia carico. Se al contrario, si trattasse di una famiglia che ha una certa possibilità economica, credo sia giusto debba spendere per la propria sicurezza, a maggior ragione se si rendesse strutturale il sostegno economico dello Stato. Parlo a titolo personale ed è chiaro che è una valutazione del tutto politica che deve decidere quanto e come vuole assistere il cittadino in questo percorso. È però un tema importante perché solleva altri quesiti: è giusto estendere il Sisma bonus a tutta l'Italia indipendentemente dalla zona di pericolosità o bisogna partire dalle aree più a rischio? Oppure, occorre mettere in sicurezza prima le scuole o altri edifici strategici di uso collettivo? Sono decisioni importanti, perché se devo dare tutto a tutti ho una certa disponibilità, se miro differenziando, posso scegliere chi assistere e in che modo. Ma sono valutazioni prettamente politiche, nel senso più nobile del termine. L’importante è però che la politica abbia anche una base tecnica per fare le proprie valutazioni e su questo il Dipartimento Casa Italia può e deve fare la propria parte».