Digitalizzazione della amministrazione pubblica e le misure previste dal Recovery and Resilience Facility

La digitalizzazione della amministrazione pubblica è un tema fondamentale della Recovery and Resilience Facility e, a iniziare dal rapporto di essa col cittadino, è a capo di ogni riflessione dedicata al tema delle riforma strutturali nel nostro Paese.

Sarebbe, peraltro, ovviamente necessario cercare di definire che cosa si intenda per digitalizzazione e di elencare tutte le possibili applicazioni di questo dominio.

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Resta, comunque, il fatto che premettere la digitalizzazione a ogni tematica sembra essere una condizione obbligata, anche se, poi, spesso non si è in grado di specificarne la natura e, soprattutto, le conseguenze, poiché essa, potenzialmente, presenta caratteri profondamente trasformativi che si riversano sulla catena del valore e sulle catene della fornitura.

Di conseguenza, la digitalizzazione della amministrazione pubblica, tanto più nel nostro settore, è esercizio sensibile, i cui esiti sono tutti da verificare.

Digitalizzazione della PA: le criticità di un passaggio obbligato

Bisogna, però, anzitutto, premettere che le realtà tipiche delle amministrazioni pubbliche italiane siano quanto mai eterogenee, sotto molti punti di vista, che la età anagrafica di dirigenti apicali e di quadri intermedi sia piuttosto avanzata, che la frammentazione organizzativa e procedurale sia assai elevata.

Solo questi brevi cenni potrebbero spiegare in che termini la digitalizzazione, nelle varie forme contemplabili per l’ambiente costruito, segnatamente per i contratti pubblici e per l’edilizia privata, appaia, di là della retorica, problematica.

Non si tratta di una osservazione di poco conto, giacché mette in luce tutte le criticità che un simile passaggio inevitabile, ma non scontato, può comportare.

A livello internazionale, alcuni studi recenti mettono, infatti, in luce l’immaturità culturale del comparto nei confronti della digitalizzazione (digitilization, non digitization) e il fenomeno del decoupling tra attese ed esiti nelle politiche industriali.

A dire il vero, essi, anzitutto, evidenziano una difficoltà intrinseca a rinvenire una definizione condivida di maturità digitale, nozione che, peraltro, si dispiega o si articoli su piani culturali, metodologici, processuali, giuridici, strumentali.

In altre parole, è difficile trovare una sintesi tra ambiti così variegati, soggetti a vincoli così estesi.

È, però, soprattutto, lo sdoppiamento tra narrazione, contenuta nelle politiche industriali, e realtà, riscontrabili sul campo a spiegare perché gli innegabili progressi conseguiti negli ultimi dieci anni nel settore non appaiano, in definitiva, decisivi o, per lo meno, perché le migliori pratiche raramente si possano definire sufficientemente conchiuse e sistemiche.

Dal documento al dato: 

Occorre, peraltro, anzitutto, ricordare che la autentica svolta digitale passi attraverso la transizione dal documento al dato, mentre la cultura digitale nelle amministrazioni pubbliche è giunta, quasi sempre, nei casi migliori, alla dematerializzazione documentale, non giungendo, perciò, a luogo in cui la digitalizzazione possa effettivamente condizionare precocemente i processi decisionali.

A ciò si aggiunga che, più in generale, la pancia profonda del tessuto committente, professionale e imprenditoriale, nel nostro settore stenta a comprendere il significato ultimo della digitalizzazione (che, nel frattempo, ha maturato un ampio corpo di conoscenze scientifiche e operative, sempre meno comprensibili a coloro che le «ignorano») e lamenta una incapacità di spesa per affrontarne i risvolti metodologici, formativi e strumentali.

Detto altrimenti, si riscontra allo stato attuale una certa coscienza, nel versante dell’Offerta, sulla necessità di integrare digitalmente ragioni, responsabilità, prassi, convenienze, ma, al contempo, il versante della Domanda, non solo Pubblica, sembra ben lungi, al netto di particolari eccezioni, dal divenire il driver dei processi di committenza.

Digitalizzazione post-pandemica: le misure connesse al Recovery and Resilience Facility

Poiché, in definitiva, la pandemìa e il conseguente lockdown, imponendo una strana digitalizzazione forzata, hanno letteralmente ucciso il grande racconto basato sulle aspettative, sulle promesse e sui miracoli, serve, ora, riprendere pazientemente le fila del discorso, per proporre, su tempi di medio periodo, una trama narrativa forse più credibile, a proposito della Domanda Pubblica e della Permessualistica Digitale, che agisca sulle condizioni al contorno: dagli aspetti propri al procedimento tecnico-amministrativo al Project Management.

Non è impresa semplice, anche in virtù di una notevole articolazione del sapere in oggetto formatosi a livello scientifico, normativo e operativo, che ha codificato con cura i processi e i ruoli, che ha formalizzato acronimi e terminologie, chiari agli addetti ai lavori , ma oscuri alla gran parte degli attori del mercato, publico e privato.

Svolgere una traduzione divulgativa di questo apparato è sicuramente necessario, ma lo sforzo di rendere almeno parzialmente comprensibile i contenuti inerenti alla massa degli operatori analogici si è risolto sinora in indebite semplificazioni che, colla pretesa di rendere attuative le teoria, si dono risolte in banalizzazioni che hanno, paradossalmente, illuminato i limiti della digitalizzazione, una volta diradatisi i racconti.

Le misure connesse alla Recovery and Resilience Facility offrono, naturalmente, una preziosa occasione per raggiungere l’auspicato obiettivo, ma è indispensabile definire una strategia di agenzia che consenta di raggiungere, in termini sistemici, le tante solitudini di amministrativi e di tecnici diffuse, ad esempio, negli enti locali e di agire, prima di tutto, sulle condizioni al contorno.

Recovery and Resilience Facility: cos'è?

Il Recovery and Resilience Facility è il principale strumento di ripresa previsto dal piano NextGenerationEU. Lo strumento fornirà un sostegno finanziario anticipato, sottoforma di prestiti e sovvenzioni per un importo complessivo di 672,5 miliardi di euro, per aiutare i Paesi UE nella ripresa post-pandemica. Per poterne beneficiare, gli Stati membri UE dovranno presentare piani di ripresa e resilienza concentrati sia sulle riforme che sugli investimenti a sostegno della transizione climatica e digitale.

Calare, infatti, questo innovativo argomento entro tradizionali ambiti richiede, allo stesso tempo, di spiegare come, di là della gestione dei singoli procedimenti e dei piani pluriennali di investimento, la sfida ultima giaccia nella gestione patrimoniale, colle relazioni sia con l’utilità sociale dei servizi che le amministrazioni pubbliche erogano attraverso gli edifici e le infrastrutture indisponibili sia con le politiche di valorizzazione e di alienazione dei cespiti disponibili.

In caso contrario, discorrere di intelligenza artificiale, di blockchain o di IoT suonerebbe beffardo o velleitario, per quanto applicazioni credibili non manchino.

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