Prestazioni, produzione e trasporto: osservazioni sul nuovo calcestruzzo (o quello vecchio?)

Andrea, che ringrazio, mi ha lanciato l’idea di stendere alcune note a conclusione delle ottime risposte date alle sue recenti interviste. E’ evidente che la scelta di Andrea non risponda ad alcuna graduatoria visto che la lista degli Intervistati, oltre che Operatori di prima linea, vanta Studiosi di chiara fama internazionale. Penso sia solo da ricondurre ai miei dati anagrafici, biologici e professionali, dopo che ho calcato ininterrottamente le assi del preconfezionato dal 1966.

Nel tracciare queste annotazioni, ovviamente soggettive, con doverosa deferenza cerco di non sovrappormi alle risposte di Figure come Collepardi, Coppola, Troli, Biasioli, … poiché quanto da loro affermato va solo … riletto per farne tesoro.


Prestazioni, produzione e trasporto: Osservazioni sul Calcestruzzo

Ciò premesso sei sono i punti che colgo tra quelli su cui si sono maggiormente soffermati gli Intervistati da Andrea:

  • residuali richieste di calcestruzzo a “dosaggio di cemento”;
  • aggiunte di acqua al calcestruzzo consegnato;
  • mescolatori fissi;
  • certificazione FPC;
  • trasportatori terzi di calcestruzzo;
  • “calcestruzzo depotenziato”. Che lascio in coda perché ha una certa consequenzialità rispetto i punti che precedono.

Residuali richieste di calcestruzzo a “dosaggio di cemento”

PIERO-GIOVANNI-ZANCO.jpgCome ben sappiamo risale alla promulgazione della Legge 1086 del 1971, quindi alle conseguenti prime Norme Tecniche del 1972, la obbligatorietà di fare riferimento alla prestazione meccanica del calcestruzzo e non più alla sua composizione (prima prevista da un Regio decreto del 1939). Nel breve progetti, capitolati tecnici, ordini e controlli avrebbero dovuto marcare un cambiamento radicale, … ma non successe. 

Ancora nel 1995 ai produttori di calcestruzzo giungevano ordini di calcestruzzo a prestazione per una percentuale ad una sola cifra. Fu Michele Valente, allora Direttore commerciale del maggiore produttore italiano di calcestruzzo, ad escludere il calcestruzzo a dosaggio dai propri listini, quindi a imporre l’acquisto di calcestruzzo a prestazione. Ne seguirono subito l’esempio gli altri maggiori produttori e, nel tempo, altri ancora.

Tuttavia, come giustamente sottolineato nelle interviste, il processo di adeguamento alle disposizioni di Legge e di Norma non è ancora completato. I progetti prevedono sicuramente la classe di resistenza. Ciononostante, forse per fraintesa sicurezza (?), o per un generico “non si sa mai!” o, per altra insondabile ragione, capita che alcuni capitolati dissipino la chiarezza prevedendo sia la classe (controllabile) che il dosaggio di cemento (incontrollabile). Resta il fatto che dopo mezzo secolo qualche richiesta suona ancora: “portami un tre quintali!”. Che è una farsa di prescrizione a composizione.

Va anzitutto dato atto al mondo del preconfezionato d’avere assunto l’unica, forte iniziativa atta ad applicare una Norma disattesa. Ha così svolto un ruolo positivo e trainante anche nei confronti degli altri Attori. 

Osservo poi che decenni di ritardi nella applicazione di una norma che incentiva (o avrebbe incentivato) ricerca e controlli, non solo ha finito con il castrare l’una e gli altri, impedendo la generale formazione di una maggiore cultura del calcestruzzo, ma ha dato pastura alla presunzione che si possa fare a meno di rispettare leggi e norme, spacciandole così per inutili, o fors’anche accusandole d’essere di costosa applicazione. L’accusa è palesemente infondata sul piano economico, più facilmente è legata all’impegno necessario per studiare, comprendere e applicare le norme. Né è purtroppo derivato un ampliamento del gap culturale che già ci differenziava da altri Paesi, come alcuni tratti delle interviste hanno rilevato. Anche all’interno del nostro Paese, mentre Studiosi e Ricercatori hanno implementato il loro grado di conoscenza ed eccellenza, molti Operatori non hanno saputo approfittare dei loro studi e indicazioni per adeguarvi scelte e comportamenti. Con conseguente ampiamento della forbice tra chi conosce e sa fare e gli altri.

Le norme sono chiarissime nel distinguere caratteristiche, prescrizioni e uso tra calcestruzzo a prestazione e calcestruzzo a composizione. Il ruolo di Progettisti e Direttori dei lavori è del tutto determinante per dare soluzione al problema attraverso prescrizioni corrette e controlli accurati per modalità e frequenza.

Aggiunte di acqua al calcestruzzo consegnato

Rapporto acqua/cemento e consistenza hanno aspetti affini, ma sono condizionati da parametri tra loro diversi, quindi le interazioni, tra loro, non sono univoche. 

Il rapporto a/c deve derivare da uno studio della miscela aggiornato, che preveda le corrette additivazioni. Lo si cerca poi di tenere sotto controllo impedendo la presenza di acqua residua in autobetoniera e con l’uso delle sonde per la sabbia (quale tipo di sonde? Posizionate bene? Male?). L’umidità degli aggregati grossi non può che essere stimata (ma non lasciata al caso). Per quanto ci si impegni il risultato ha margini di approssimazione ineliminabili, ma sicuramente riducibili intensificando i controlli.

La consistenza è condizionata dall’eventuale acqua residua in betoniera; dalla efficacia della mescolazione (usura delle pale dell’autobetoniera, presenza, o meno del mescolatore fisso, tipo di mescolatore, usure degli elementi mescolanti, tempo di mescolazione, …); dalle condizioni ambientali e dai tempi di trasporto.

Un ginepraio! Gli automatismi aiutano, anche molto, non risolvono. La soluzione non può che essere legata al rispetto di norme e Linee Guida quindi a controlli mirati ed efficaci su tutte le fasi.

Superati tutti i controlli rimane il collaudo finale, determinante, troppo spesso delegato all’addetto al getto, all’autista e al pompista che, lasciati liberi e in assoluta armonia tra loro, concluderanno con il ritenere che Prescrittore, Costruttore e Preconfezionatore siano tanto infarciti di teoria quanto lontani dalla realtà. La loro, ovviamente. 

Non condivido l’ipotesi di privare le autobetoniere di serbatoi d’acqua o di sigillarli. Una aggiunta d’acqua può rendersi indispensabile, ovviamente sotto il pieno controllo della Direzione dei lavori in primis, quindi di un responsabile del Produttore. L’acqua, poi, è del tutto indispensabile a fine scarico. Infine l’esperienza mi dice che controlli e formazione danno maggiori risultati della mera coercizione che, nel nostro Paese, non ha mai ricevuto calorosa accoglienza.

Resta il fatto che ad ogni aggiunta corrisponde un difetto nel complessivo sistema di controllo e che la soluzione del problema delle aggiunte deve partire dalla produzione ma non potrà mai essere disgiunta da una Direzione dei lavori assidua e forte. 

Mescolatori del calcestruzzo fissi

Il mescolatore fisso, se di opportuna concezione, è strumento essenziale ed insostituibile per massimizzare il rapporto tra prestazione (resistenza, omogeneità, riduzione dello scarto quadratico medio, …) e costi di produzione. Prova ne sia che nessun prefabbricatore si affida alle autobetoniere, particolarmente per i manufatti strutturali. Ma ne è prova altrettanto evidente quanto succede negli altri Paesi: nelle diverse decine nei quali ho avuto modo di intervenire la normalità è che il calcestruzzo strutturale provenga da impianti dotati di mescolatore. Non perché imposto dalle Norme, ma perché economico, quindi necessario. Un vecchio amico, calcestruzzaro della prima ora, osservava quanti credano di “mangiare pane e volpe ogni giorno”.

Escludo che il Genio della lampada abbia predisposto un menù a base di pane e volpe solo al di sotto dell’arco alpino e abbia così condannato tutti gli altri ad essere sciocchi dilapidatori di quattrini. Credo invece che l’arco alpino sia stato assunto quale incolpevole barriera alla penetrazione di valide esperienze e modus operandi propri di una popolazione molto più numerosa della nostra.

Il preconfezionato italiano è nato quasi sessant’anni fa e durante la sua crescita ha imperversato la richiesta di calcestruzzo a contenuto di cemento che, non valorizzando la prestazione, non ha promosso l’impiego del mescolatore. Il risultato è stato la formazione di una struttura produttiva oggettivamente povera.

Il mescolatore non è un accessorio che possa essere aggiunto all’impianto che ne è sprovvisto, l’impianto deve invece nascere attorno al mescolatore che ne è il motore vitale. La soluzione non può pertanto che passare attraverso l’intera ricostruzione del sito produttivo, con conseguente ingente investimento che spesso mal si conciliava con i margini economici  caratteristici del settore e che, ancor più, oggi deve ora fare i conti con l’attuale pesante congiuntura economica. Certo, come qualche intervistato ricorda, ben vengano le soluzioni intermedie che migliorano la situazione attuale e sono connotate da investimenti contenuti. Esse, tuttavia, nella mia convinzione, restano soluzioni … intermedie. 

Il disporre di una struttura produttiva priva di mescolatore impone ancora maggiora cura ed attenzione a cominciare, ad esempio, dal sostituire le pale usurate delle autobetoniere, dallo stabilire una corretta procedura di carico in betoniera delle materie prime (senza lasciare questa delicata fase alla fantasia dell’operatore), dal rispettare i tempi minimi di mescolazione, …, ma impone anche di non perdere di vista quale sia la futura via da perseguire.

Certificazione FPC del calcestruzzo

Trovo utile una breve memoria storica. 

A partire dagli anni ’90 vi è stata una forte produzione di norme europee nate dalla volontà dei Paesi del centro e nord Europa di ottenere prescrizioni più complete e puntuali rispetto le precedenti, da loro già applicate e ormai ritenute superate. Sulla base degli accordi relativi al Mercato Comune, tali norme sono state (vengono) recepite dallo Stato italiano e diventano cogenti.

Tuttavia la nostra normale cultura tecnica e la nostra scarsa confidenza nei confronti delle norme, non era al passo con quella propria della maggior parte dei Paesi della Comunità. In quegli stessi anni, come sopra rammentavo, perdurava la nostra fatica a svincolarci da più che superate prescrizioni del 1939. Molti Operatori si trovarono così privi degli strumenti necessari a recepire e applicare le nuove norme europee. Stato e Ministero hanno limitato il proprio intervento alle mere prescrizioni. Gli Organi professionali hanno svolto un ruolo di informazione. La Associazione dei Produttori di calcestruzzo ha sviluppato diverse attività di formazione al proprio interno. Ha anche avviato una costosa iniziativa di sensibilizzazione di Committenti e Professionisti che, tuttavia, non ha dato risultati coerenti al forte impegno profuso. 

In questo contesto difficile, poco accogliente e non strutturato, s’è calata anche la Certificazione del Processo Produttivo, o FPC. Per le necessarie verifiche e il rilascio di tale certificazione (analoga alla Marcatura CE pretesa per gli altri prodotti), il Ministero si è affidato ad Organismi terzi posti sotto il proprio controllo che, tuttavia, ha sempre avuto croniche ed enormi difficoltà ad esercitare per mancanza di risorse. Mancanza che ha chiara genitura politica e che evidenzia la priorità data alla propria salvaguardia e non all’effettivo raggiungimento degli obbiettivi. Poiché anche Organismi e Ispettori erano e sono parte della stessa cultura, la certificazione FPC che ne è derivata ne è l’inevitabile frutto, spesso non maturo, aspro e spesso deglutito controvoglia solo perché imposto dalla dieta. A ma rimane la convinzione, confortata da esperienze, che un Sistema di Qualità ben conformato ed applicato sia strumento di efficienza e ottimizzazione dei costi. Al pari di un buon mescolatore.

Nel ribadire quanto ho asserito nelle mie risposte ad Andrea, attiro ancora l’attenzione sulla condizione essenziale voluta dalle Norme ai fini della Certificazione FPC, ovvero l’esistenza di un buon autocontrollo dell’intero ciclo di produzione che si concluda con un efficace sistema di analisi statistica dei risultati utile ad aggiornare costantemente le “ricette” del calcestruzzo (le cui prestazioni, ricordo, hanno andamento stagionale). Nella realtà quotidiana i livelli di controllo sono troppo spesso del tutto insufficienti e le conoscenze dei metodi di analisi statistica sono limitate a pochi soggetti. Ispettori inclusi. L’ampia area di assenza di tale condizione essenziale dà la misura della dissonanza tra le prescrizioni di Norma e la diffusione della certificazione FPC.

Ciò appiattisce verso il basso l’immagine di Produttori e Organismi di certificazione ed impedisce ai più validi e capaci, tra gli uni e gli altri, di far emergere la loro maggiore qualifica. Per i migliori, dei due campi, è e resta una grande opportunità persa.

I trasportatori terzi di calcestruzzo

Ho apprezzato la fine provocazione con cui Silvio Cocco pone in evidenza la anomalia della “fabbrica” del calcestruzzo che si conclude con un processo, quale il trasporto, esterno alla fabbrica stessa. Egli, argutamente, mette il dito sulla piaga (… una delle piaghe), pur sapendo che è cosa con la quale si deve fare i conti, visto che non vi è alcun modo per eluderla. Ce la rammenta ma … come affrontarla? Nell’unico modo possibile! Con pianificazione e controllo … semplicemente. Per quanto non semplice possa apparire.

Vero è che questo reparto esterno della “fabbrica” di calcestruzzo viene sempre più affidato a trasportatori terzi che vanno sicuramente indirizzati e sottoposti a sorveglianza. Ma il problema non è esclusivo del nostro settore. Penso, ad esempio, ad una fabbrica di alimenti surgelati e sono certo ch’essa si ponga il problema di darsi forme di controllo affinché i propri cibi viaggino alla corretta temperatura ed arrivino a destinazione conformi all’ordine, anche quando il trasportatore è terzo. Anche Amazon riconosce la propria responsabilità di fronte al corriere che consegna oggetti fragili. Ai Produttori, di calcestruzzo, surgelati, o altro, sono comunque, e giustamente, richiesti prima i controlli, quindi le certificazioni pretese dai rispettivi contesti normativi. Ancora una volta è il controllo il perno su cui ruota il sistema.

Vanno anche rammentate le ragioni che sono alla base dell’affidamento del trasporto a terzi. Nelle risposte alle interviste di Andrea sono emersi diversi riferimenti a costi e prezzi di vendita del calcestruzzo. Storicamente, nel nostro Paese, il margine di contribuzione (differenza tra ricavo e  costo delle materie prime) del calcestruzzo è a fondo classifica dell’intera Europa. Il vecchio e saggio adagio secondo cui “chi più spende meno spende” nelle transazioni del calcestruzzo è da noi generalmente sostituito da un non altrettanto saggio “chi meno spende più furbo si crede”. 

La produzione del calcestruzzo deve porre, da sempre, estrema attenzione alla analisi dei propri costi. I “padroncini” hanno consentito di trasformare il trasporto da un costo fisso, che tale è se fatto in proprio, in un costo proporzionale. Per i maggiori produttori tale aspetto è vitale, quindi irrinunciabile. Solo nel momento in cui i margini dovessero salire apprezzabilmente (allo stato è utopico) potrà trovare nuova valutazione e accoglienza il trasporto sociale. Per ora credo che si debba prendere pragmaticamente atto della forte presenza del trasporto terzo, quindi lo si debba gestire e controllare. Peraltro il demonizzarlo finisce con l’ammettere la nostra incapacità di tenerlo sotto controllo.

“calcestruzzo depotenziato”

Tutti gli Intervistati convengono che in tale accezione non v’è nulla che abbia fondamento tecnologico. Ma è un termine che “ha preso” e di cui dobbiamo tener conto. Piaccia, o no, è una immagine negativa che è stata appioppata al settore e che va combattuta, con decisione, ad evitare che si radichi ulteriormente e diventi sempre più arduo svincolarsene.

Come è stato precisato nelle interviste, le ragioni dell’aggettivo “depotenziato” stanno frequentemente altrove, non nel calcestruzzo. A volte nel progetto, a volte nella prescrizione incompleta, a volte nella messa in opera, spesso nel processo di campionamento e stagionatura difforme dalle prescrizioni, a volte anche nella stessa esecuzione della prova, … certo! Considerazioni giuste ma che non arrivano ai media e, ai prossimi insuccessi, sarà ancora e sempre più il calcestruzzo a venire additato quale “depotenziato”.

Così come per la soluzione di qualsiasi problema, credo si debba partire da sé stessi. Lascio così a Committenti e Professionisti ogni verifica “a casa loro” … (ce n’è per tutti!) e nei miei panni, ormai consunti, di calcestruzzaro penso alle ragioni di potenziale “depontenziamento” (il bisticcio ci sta!) del calcestruzzo che sono annidate nel nostro processo. Qualità e costanza delle materie prime, funzionalità dell’impianto, efficienza dei suoi componenti, trasporto, approccio ad autocontrollo e Sistema Qualità, … interrompo l’elenco di cose che ognuno di noi conosce perfettamente, ciò nondimeno sottolineo che, ad ogni voce dell’elenco corrispondono due sole parole: norma e controllo. Ovvero necessità di rispettare la Norma (finalmente vista come strumento di ausilio e non di sevizie) e necessità di esercitare un efficace controllo. Ciò mi porta ad aggiungere un settimo punto.

Controllo

Quando se ne parla scatta in automatico l’osservazione “ma costa!”. Vero, tutti i controlli costano ma non ha senso parlare di costi se non per raffrontarli ai ricavi. Banalmente: medico e medicine costano, ma la malattia non controllata ha costi ben maggiori. Anche il pieno di carburante costa ma un’auto funzionante produce un reddito che, come noi stessi dimostriamo andando al distributore, ne giustifica il costo.

I controlli non sono, non devono essere, un’etichetta, un blasone fine a se stesso, sarebbero così una voce di costo che lì si esaurisce. Devono essere funzionali alla formazione di un reddito tale da compensarne il costo, quindi produrre un utile. Tutte le industrie investono (spendono) fior di quattrini per i loro controlli interni e dosano le risorse impegnate in relazione agli utili che ne ricavano (minori scarti, minori difetti e contestazioni, maggiore valore aggiunto, migliore immagine, maggior prezzo di vendita, …). Non v’è ragione alcuna perché la regola generale non valga anche per l’attività di produrre calcestruzzo. Poi certo, male non farebbe se anche chi acquista calcestruzzo volesse prendere atto che dal prezzo più basso difficilmente sbocciano i migliori risultati.

Per il raggiungimento dell’utile sono necessari due presupposti: un controllore valido e il giusto equilibrio tra volume del controllo e utile. Pochi risultati (= controlli) non forniscono dati attendibili, quindi non consentono il recupero dei relativi costi. I controlli vano aumentati fino a che non si ottengano risultati che, per numero e rappresentatività, portino ad ottimizzare i costi di produzione fino a compensare, superandoli per importo, i costi del controllo. Un ulteriore aumento dei controlli condurrebbe a modesti incrementi di efficienza che, tuttavia, non giustificherebbero i maggiori costi affrontati. Quale è allora il giusto equilibrio?

Nel Gruppo di lavoro che ha redatto le Linee Guida da cui deriva la Certificazione FPC, al pari che in sede CEN per la redazione della UNI EN 206, convenimmo che le prove e le relative frequenze in esse indicate corrispondessero al livello minimo utile ad ottenere un autocontrollo efficiente ed economicamente premiante. Ad esse, a maggior ragione, è così bene fare riferimento.

Chiosa finale

Ribadisco che nel nostro settore vi sono anche delle eccellenze la cui emersione, tuttavia, non è favorita da fattori quali la ridotta puntualità e ricchezza delle prescrizioni, la ridotta severità e frequenza dei controlli, la larga diffusione delle certificazioni FPC, … Ulteriore conseguenza è il mancato riconoscimento, ai migliori, del maggior valore aggiunto annesso al prodotto o servizio che forniscono. Mentre meriterebbero maggiore visibilità ed apprezzamento il mancato riconoscimento diventa ulteriore freno al miglioramento continuo. 

Con riferimento alle attività, il concetto di selezione ha una connotazione positiva: porta a premiare i meritevoli e stimolare alla crescita chi non sta dando il meglio di sé. Ad ora ben poco (ma la valutazione è ottimistica) è stato fatto sia da parte delle Organizzazioni dei Produttori e/o da parte dei destinatari del calcestruzzo. Anche la Certificazione FPC ha finito per non sortire alcun effetto al proposito. Credo che la mancata selezione rappresenti un gravame e peso i cui costi e prospettive ricadono su tutti.

Stante il quadro, l’auspicio è che si applichino quantomeno i più semplici e quotidiani strumenti di selezione. A mero titolo di esempio, poiché prescrizioni e controlli sono un primo, elementare strumento di selezione, a Progettisti e Direttori dei lavori, ma anche a Committenti e Costruttori rammento due semplici elementi, tra i tanti, il cui controllo fornisce un quadro sintetico, ma significativo, del calcestruzzo che riceveranno.

Il primo è costituito dalla Relazione di qualifica delle miscele. Temo che sia generalmente accettata e archiviata senza darvi opportuno esame. Peccato. È uno strumento in cui stesura e dettagli dicono molto del grado di preparazione e cura, o di inconsapevolezza, con cui vengono affrontate le forniture di calcestruzzo.

Il secondo, ancor più semplice ed elementare, è la verifica della data di redazione delle ricette di produzione in uso presso l’impianto. Come ho sopra rammentato le resistenze del calcestruzzo hanno andamento stagionale, che mal si adatta a ricette datate. Peraltro la loro anzianità è del tutto stridente con la naturale ed inevitabile variabilità delle materie prime, aggregati in testa.

La scorsa delle Linee Guida e una visita all’impianto di produzione, offrono sicuramente molti altri spunti sia di riflessione che di giudizio.

Buon lavoro e buona vita!


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