Il processo ineludibile della sostenibilità, senza rimanerne schiacciati

La sostenibilità può coesistere un percorso di crescita ? la scelta di tassare la produzione della CO2, solo in 31 paesi, è vincente ? la spinta al miglioramento dell'impatto sulla carbon food print delle costruzioni fatta con il super bonus è corretta ? cosa si dovrebbe fare per rendere la lotta al cambiamento climatico una sfida condivisa ?

In questo approfondimento, l'editore di Ingenio, Ing. Andrea Dari, spiega passo dopo passo, perché oggi lo sviluppo sostenibile è un percorso inevitabile per tutti i settori dell'economia, compreso quello delle costruzioni e dell'edilizia. La strada giusta è quella che valorizza una nuova filosofia strategica, normativa e progettuale che tenga conto dei parametri di sostenibilità come lo si fa per la sicurezza strutturale e quella antincendio, della funzionalità e dell’estetica.

Il progresso e la crescita "felice" non ammettono alternative. Ecco perché.

Andrea Dari, editore di Ingenio 


La sostenibilità nel mondo delle costruzioni: il cambio di passo

Nelle ultime settimane vi sono state due nomine che, a mio parere, marcano l’avvio di un nuovo approccio alle costruzioni e alla sostenibilità.

Partiamo dalla più eclatante: la nomina di Enrico Giovannini al MIT. Conosciuto ai più soprattutto per essere stato Ministro del lavoro e delle politiche sociali del governo Letta e presidente dell'ISTAT (dal 24 luglio 2009 al 28 aprile 2013), il suo curriculum è però fortemente caratterizzato da una costante attività nel campo della sostenibilità, sia a livello nazionale sia internazionale. Peraltro, prima di questo incarico, insegnava Statistica e Analisi e Politiche per lo Sviluppo Sostenibile a Tor Vergata.

Come arrivato - circa due mesi fa - alla guida del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, gli ha cambiato nome in «MIMS», ossia Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili», quindi ha modificato la suddivisione dipartimentale del Ministero in:

  • Dipartimento per la programmazione, le infrastrutture di trasporto a rete e i sistemi informativi;
  • Dipartimento per i trasporti e la navigazione;
  • Dipartimento per le opere pubbliche, le risorse umane e strumentali.

Inoltre ha ridefinito la vision di approccio agli appalti:

“Insistere sulla progettazione che spetta alle stazioni appaltanti attualmente depauperati di competenze. Bisogna che per quanto riguarda le autorizzazioni, le fasi siano in parallelo e non come ora in sequenza. Ho istituito delle commissioni che in tempi rapidi, sei mesi, ci spieghino come il cambiamento climatico possa modificare le opere infrastrutturali, e quali siano gli strumenti migliori per finanziare le infrastrutture”. (Convegno Infrastrutture, Costruzioni e Intermodalità, organizzato dalla società Ernst & Young).

La seconda, di riflesso nazionale ovviamente molto più limitato, ma come novità forse ancora più inaspettata e da un punto di vista dei principi probabilmente anche più rivoluzionaria, è la recente nomina di Marco Mari come esperto a supporto del Commissario straordinario del Governo Giovanni Legnini, ai fini della ricostruzione nei territori delle Regioni di Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria colpiti dal sisma del 2016.

Il provvedimento prevede che Marco Mari coadiuverà il Commissario straordinario, per quanto di competenza, nell'elaborazione delle strategie e delle misure intese a definire protocolli energetico-ambientali e processi di certificazione dell'edilizia sostenibile, anche di edifici storici, in ambito privato e pubblico, criteri di rendicontazione in ambito pubblico e sistemi di reporting per l'edilizia, processi di economia circolare e relativi sistemi di tracciabilità e verifica della filiera di rifiuti e macerie. Mari potrà, inoltre, essere incaricato di altre attività funzionali alle misure di rilancio e sviluppo ecosostenibile nell'ambito della ricostruzione pubblica e privata delle aree del cratere, nella programmazione ed attuazione delle misure afferenti la sostenibilità. Va segnalato che non si tratta dell’inserimento di Marco Mari all’interno di uno dei diversi comitati tecnico scientifici in questi anni creati, ma di un vero e proprio incarico di consulenza. Assume quindi un’importanza di tipo diversa.

Le due novità hanno in comune due aspetti: per la prima volta sono coinvolte figure con competenze che riguardano più la sostenibilità che gli appalti (o la progettazione strutturale per l’area del cratere). Di fatto questo implicherà che sia nella pianificazione e programmazione delle opere sia nella progettazione, le prestazioni che riguardano la sostenibilità dovranno essere considerate. La seconda è che entrambe le persone, pur avendo percorsi e curriculum completamente diversi, vengono da mondi in cui l’importanza della qualità dei dati e dei processi è primaria. Non quindi «verdi» di stampo politico, ma con un substrato profondamente tecnico che difficilmente non potrà non emergere ed avere dei riflessi nella prossima gestione dell’ambiente costruito del nostro Paese.

 

I 17 goal della sostenibilità - SDGs

 

I 17 obiettivi ONU per lo Sviluppo Sostenibile 

I 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS o Sustainable Development Goals, SDGs) e i 169 sotto-obiettivi ad essi associati, costituiscono il nucleo vitale dell’Agenda 2030. Essi dovranno concretizzarsi e diventare elementi sostanziali nelle scelte tecniche e strategiche con cui si gestiranno gli appalti pubblici così come quindi la ricostruzione.

Ora è importante ricordare che questi 17 SDGs tengono conto delle tre dimensioni dello sviluppo sostenibile - ossia economica, sociale ed ecologica - e proprio per questa loro ampiezza nella definizione delle modalità di azione, occorre tenere conto che vi saranno delle sovrapposizioni complesse che non sempre renderanno facile coniugare il miglioramento di un indice con quello di un altro.

Di questo problema ne parla Giovannini nelle ultime pagine del suo libro pubblicato nel 2018 «L’Utopia Sostenibile», e ci ritorna con Fabrizio Barca nel più recente «Quel mondo diverso».

Per esempio, se prendiamo l’obiettivo 8 «Promuovere una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, la piena occupazione e il lavoro dignitoso per tutti» e l’obiettivo 13 «Adottare misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici e le loro conseguenze» appare chiaro fin da subito quanto sia facile creare problemi al raggiungimento del primo investendo sul secondo, e viceversa.

Soprattutto se le politiche industriali e climatiche non sono universalmente condivise.

 

Prendiamo un caso, quello della CO2

Per ridurre l’impatto sul clima da parte dell’industria e del trasporto aereo, 31 Paesi hanno firmato un patto che limita le emissioni prodotte. Questo patto interessa circa il 45% delle emissioni di gas a effetto serra dell’UE e riguarda ovviamente anche il raggiungimento dell’obiettivo 13 (e ovviamente altri).

Cosa prevede questo patto?

In sostanza, dal 2005 l’Unione Europea ha istituito una specie di mercato delle emissioni di CO2, conosciuto anche come ETS (Emission Trading System), che è di fatto la principale politica comunitaria per contrastare i cambiamenti climatici e ridurre le emissioni di gas a effetto serra. L’ETS è il primo mercato al mondo di CO2 e si basa sul principio del “cap and trade” (“limita e scambia”).

Per ridurre le emissioni dei settori industriali, l’Unione ha fissato il totale di emissioni di gas serra (cap) dei diversi settori: le aziende hanno a disposizione un numero fisso di “quote”, che ufficialmente si chiamano European Emission Allowance (EUA), ognuna delle quali permette l’emissione di una tonnellata di CO2 in un anno solare.

Negli anni il tetto massimo è stato progressivamente abbassato, in modo da ridurre anche le emissioni di gas serra nell’atmosfera, e calerà progressivamente, costringendo tutte le aziende a inquinare di meno. Le quote assegnate ogni anno sono però cedibili: le aziende possono ricevere o acquistare all’asta le quote da altre aziende o, nel caso in cui riescano a ridurre le emissioni dei propri impianti, possono rivendere le loro quote ad aziende che rilasciano emissioni clima alteranti (trade). L’importante è che il tetto massimo di emissioni a livello europeo non venga sforato, in quel caso è prevista una multa per le aziende che hanno emissioni clima alteranti superiori a quanto permesso dalle quote verdi in loro possesso (che più o meno si aggira intorno ai 100 euro per tonnellata di CO2).

Dal 2013 al 2020, il tetto massimo di emissioni concesse alle centrali elettriche e alle industrie ad alta intensità energetica (cioè quelle che producono ferro, alluminio, cemento, vetro, cartone o acidi) è stata diminuita dell’1,74 per cento ogni anno. Da quest’anno, il 2021, fino al 2030 la riduzione sarà del 2,2 per cento annuo. Il primo obiettivo era quello di arrivare a un calo complessivo per questi settori del 21 per cento nel 2020 rispetto ai livelli del 2005 (quando venne istituito l’ETS) e di almeno il 43 per cento entro il 2030.

Questa riduzione ha spinto i prezzi del carbonio in Europa a raggiungere il massimo storico di quasi 40 euro per tonnellata di CO2 equivalente. Ma non è solo un problema di «domanda industriale»: l’anno scorso il valore dei mercati globali del carbonio ha raggiunto il record di 229 miliardi di euro, un aumento di cinque volte rispetto al 2017. Il sistema di scambio delle emissioni (ETS) dell’UE rappresenta quasi nove decimi di quel valore e di quella crescita (quello della Cina è appena iniziato). Nel 2020 circa un miliardo di euro di permessi di emissione è passato di mano al giorno, così come un sacco di opzioni e contratti futures. Il mercato sta entrando nel mainstream finanziario, con centinaia di società di investimento che vi operano. Il rischio è quindi che il costo di questa «nuova materia prima» sia oggetto di speculazioni finanziare, che possono avere ricadute terribili sulle strategie industriali internazionali. 

Per comprenderlo basta vedere che nel 2020 erano circa 230 i fondi d’investimento che detenevano futures legati alle quote, contro i 140 del 2019. Rappresentano solo il 5% circa del mercato dei futures, ma è una quota crescente e rialzista. Le posizioni lunghe, o le scommesse che il prezzo salirà, sono raddoppiate da novembre. Molti analisti si aspettano che l’obiettivo del 55% dell’UE richiederà un calo del numero di quote e un aumento dei prezzi, forse verso gli 80 euro a tonnellata. 

 

sostenibilita_dari_02.jpgDistribuzione delle emissioni climalteranti 2017

 

La fine dell’industria europea?

Pensiamo ora all’Italia e prendiamo il caso «Cemento». Il Cemento è un prodotto insostituibile. Non si può realizzare una fondazione, l'involucro di una galleria, le pile di un pinte, le traversine di una rete ferroviaria, le banchine di un porto, una pavimentazione industriale ... con altri materiali. E la maggiorparte delle opere di costruzione sono realizzate con materiali cementizi. Dopo l'Acqua il Calcestruzzo è il componenti più utilizzato al mondo. L'industria del cemento è quindi strategica per un Paese, dipendere dalla fornitura esterna vuol dire dare a terzi le chivi degli investimenti in infrastrutture, in gestione dell'ambiente costruito, ....

L'industria del Cemento produce però CO2 e quindi le aziende devono acquisire quote di CO2 per produrre cemento. A 40€ la tonnellata, la CO2 già incide per il 50% dei costi di produzione del cemento. A 80 euro la tonnellata cosa succederà?

È vero che una parte di CO2 viene data «in omaggio» da ogni Paese per contrastare lo squilibrio commerciale internazionale, ma come abbiamo già visto sono oltre tre anni che questa quota è insufficiente per coprire il problema. A distanze ravvicinate, affacciati sul mare mediterraneo ci sono Paesi che non hanno firmato il protocollo di Parigi, che non hanno stabilito limiti per la CO2. Stando ai dati aggiornati a settembre 2018, sono 53 le iniziative globali che prevedono uno schema di “carbon pricing”. Nel 2018 queste misure hanno coperto soltanto il 19,8% delle emissioni annue di CO2 in tutto il mondo.

Detto in altri termini, circa l’80% delle emissioni di CO2 globali non prevede alcun tipo di regolamentazione

Diventeranno i nuovi Paesi industrializzati degli anni 2030?

È chiaro quindi che le scelte che si devono compiere per migliorare l'obiettivo 13 devono tenere conto della necessità di non calpestare gli aspetti inerenti l’obiettivo 8, ovvero, come ho già scritto, promuovere una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, la piena occupazione e il lavoro dignitoso per tutti.

Come farlo?

Chicco Testa nel libro «Elogio della crescita felice» affronta questi temi con cinica lucidità. Tra gli altri analizza il tema dell’energia, ed evidenzia come oggi l’energia più «pulita» che abbiamo a disposizione è quella nucleare. Ed è anche la più economica. La Francia ha quindi un doppio valore competitivo rispetto all’Italia: produce un’energia che costa meno e consuma meno CO2. Ma è una scelta politicamente difficile. Da noi abbiamo scelto in modo diverso.

 

Soluzioni: i “dazi climatici”?

Guardando a quali Paesi hanno preso impegni forti sul tema della sostenibilità - sulla falsa riga di quanto hanno fatto quelli europei -  ci si accorge che si sono di fatto defilati Cina, Stati Uniti, Australia, India, Brasile, Sud Africa, i paesi del Maghreb …

Cinicamente possiamo osservare che tutti questi Paesi stiano godendo degli sforzi fatti dagli Stati più virtuosi, producendo e disinteressandosi delle emissioni e così, almeno per alcuni anni, le loro merci costeranno meno. È un dumping intollerabile e ingiusto.

Su questo fronte la soluzione più semplice o semplicistica da applicare, è quella di introdurre una sorta di “carbon tax” o “dazio climatico”, ovvero che i Paesi “climaticamente virtuosi” facciano pagare a quelli che irresponsabilmente non assumono impegni concreti, i benefici di cui comunque usufruiranno per lo sforzo altrui. Quindi un sistema di tassazione degli scambi commerciali internazionali che, al costo di qualsiasi merce, aggiunga un costo ecologico calcolato in base ai gas serra emessi per la sua produzione.

Una scelta facile ma difficile da applicare e forse da sostenere. Innanzitutto perchè poi il "Paese inquinatore» potrebbe introdurre dei controdazi, come già accaduto nello scontro USA-CINA. Ma anche perchè, essendo l’Europa un Continente che produce sempre meno una tassazione di questo tipo, finirebbe per creare un diffuso aumento dei costi delle materie prime e di conseguenza dei prezzi di mercato, finendo per pesare sulle tasche del cittadino.

E alla lunga non ci si potrà che rendere conto che anche la tassazione esclusivamente intra mercato diventerà talmente insostenibile da dover trovare altre soluzioni incentivanti.

Purtroppo le scorciatoie su problemi così complessi come quelli della regolazione dei mercati internazionali non funzionano.

 

Non c’è che una soluzione: diventare più virtuosi

Da questa breve analisi ci si accorge che quindi non vi sia che una soluzione se vogliamo andare nella direzione di un Paese e un Mondo più sostenibile.

Quello del diventare complessivamente più virtuosi con scelte talmente impattanti che consentano di perseguire sia gli Obiettivi 8 e 13. Scelte condivise o portate avanti da ogni cittadino come se la sostenibilità diventasse un tema ineludibile per ognuno di noi.

A cominciare dalla formazione: per esempio già nelle scuole elementari e medie dovrebbe essere introdotta una parte di formazione dedicata al «comportamento sostenibile» all’interno delle lezioni di educazione civica. Il tema relativo alla sostenibilità dovrebbe essere argomento dei corsi di laurea, non solo tecnici. Per le professioni così come è stato fatto per l’Etica, ci dovrebbero essere un numero di crediti obbligatori collegati al tema della sostenibilità.

Nel libro di Pietro Mezzi «Fare resilienza», troviamo che in ogni progetto di miglioramento della resilienza territoriale realizzato all’estero, il finanziamento principale riguardava la parte di coinvolgimento sociale, perchè fosse lo stesso cittadino a comprenderne e sostenerne la realizzazione. Poi nelle scelte di pianificazione industriale ed energetica.

Ma non basta la formazione. La politica deve intervenire sulle norme che regolano il territorio e sulla distribuzione dei ruoli di gestione. Per esempio, mettendo fine agli ostacoli populisti e con una normativa più centrale, e avviando un piano strategico per il riuso dei rifiuti solidi urbani nella produzione dell’energia sia nei termovalorizzatori sia nelle industrie energivore, per portarci almeno ai valori del resto dell’europa. Oggi la scelta strategica non è gestibile: basta un comitato di quartiere, oltre a un ministro idiota (a questo ovviamente è difficile mettere un freno) per bloccare la realizzazione di un impianto di produzione di energia dai rifiuti. 

Ma sono tanti gli ambiti in cui si può intervenire. Per esempio nelle scelte di trasporto e logistica

È recentissima la notizia che i parlamentari francesi hanno votato una proposta di legge che punta a ridurre le emissioni del 40% nel 2030 (rispetto ai livelli del 1990), e tra le misure spicca l’abolizione dei voli domestici sulle rotte che possono essere coperte dal treno in meno di due ore e mezza. Riprendendo una proposta dei Verdi tedeschi del 2019, che hanno scritto nel loro programma l’obiettivo di abolire del tutto i voli domestici a partire dal 2035. Contemporaneamente in Italia si formano comitati di cittadini - sostenuti da politici pseudo ambientalisti - contro l’estensione dell’Alta Velocità e si cerca, per l’ennesima volta, di salvare la compagnia di bandiera con l’idea di rafforzare il traffico domestico. Rischiamo peraltro di perdere importanti finanziamenti comunitari per completare vie già avviate, vedi la Torino Lione. 

 

sostenibilita_dari_03.jpg

 

Comportamenti più virtuosi anche nelle costruzioni

Torno quindi alla prima parte di questo editoriale: le due nuove nomine di Enrico Giovannini e Marco Mari.

Se vogliamo sviluppare un percorso sostenibile, le costruzioni non possono restarne fuori, ma la strada a mio parere non può essere quella della deindustrializzazione del nostro Paese introducendo norme che ne penalizzano il tessuto produttivo.

La strada deve essere quella di valorizzare una nuova filosofia progettuale che tenga conto dei parametri di sostenibilità come lo si fa per la sicurezza strutturale e quella antincendio, della funzionalità e dell’estetica. La nomina di Marco Mari come esperto per la ricostruzione, che ricordiamo è presidente di GBC Italia, va in questo senso: introdurre la sostenibilità come elemento dei processi di progettazione degli interventi di ricostruzione di una parte bellissima del nostro Paese. Ricordiamo che GBC Italia è stato il Chapter che ha predisposto le linee guida per l’applicazione dei protocolli Leed agli edifici storici, che poi sono diventate un riferimento internazionale.

La nomina di Enrico Giovannini ci porta a sperare che nelle scelte strategiche del MIT, anzi del MIMS, i parametri della sostenibilità diventino elementi fondamentali per la programmazione infrastrutturale ed edilizia del Paese.

 

E su questo vorrei sollevare un «alert» per il Ministro.

Attenzione per i provvedimenti di facciata e alle commissioni formate da 100mila esperti. Ereditiamo dai precedenti governi strutture di missione, commissioni, uffici speciali che sono serviti solo a creare poltrone con pochissimi vantaggi concreti. 

Colleghiamo, invece, ad ogni provvedimento, non una "commissione istituzionale a zero costo per il Paese» come si usa fare, ma alcuni provvedimenti concreti, anche copiando dall’estero. Prendiamo l’annuncio dato dal Ministro di collegare ogni Stazione ferroviaria con le sedi Universitarie tramite vie ciclabili. Bellissimo. Peccato che ad oggi manchino normative tecniche moderne sulla realizzazione delle ciclabili e l’attuale codice della strada disincentiva l’uso della bicicletta.

Se io creo una ciclabile dipingendo due corsie su una strada in porfido, se non regolamento come deve essere l’attraversamento delle strade secondarie di incrocio, se non cambio le precedenze sugli incroci ciclabili-pedonali, se non regolamento l’uso delle ciclabili da parte dei velocissimi e pericolosissimi monopattini elettrici, ho solo creato il presupposto per aumentare la quota di incidenti stradali urbani.

Se non introduco una norma che prevede che i materiali per il manto delle ciclabili debbano essere drenanti finirò per impermeabilizzare ulteriormente le aree verdi in cui queste passano. Se invece il Ministro darà sostanza - è questo che gli chiediamo come cambio di passo, meno annunci e più sostanza - a una norma innovativa che, basandosi sull’esperienza di quanto per esempio fatto in Olanda e Danimarca su questo tema, prevederà requisiti tecnici seri, questo valorizzerà anche le imprese realizzatrici, i fornitori qualificati e i professionisti preparati, alzerà il livello della competizione, spingerà il settore a migliorare e, migliorando, a diventare più produttivo e più competitivo anche all’esterno: in questo modo avrà creato le basi per migliorare gli indicatori per gli obiettivi 8 e 13.

 

Ma servono anche persone competenti.

Anche se, su questo tasto, mi sembra che il governo non sia partito proprio con il piede giusto. La Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento della Funzione Pubblica hanno lanciato un Concorso pubblico per il reclutamento a tempo determinato di 2800 unita' di personale non dirigenziale di Area III - F1 o categorie equiparate nelle amministrazioni pubbliche con ruolo di coordinamento nazionale nell'ambito degli interventi previsti dalla politica di coesione dell'Unione europea e nazionale per i cicli di programmazione 2014-2020 e 2021-2027, nelle autorita' di gestione, negli organismi intermedi e nei soggetti beneficiari delle Regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Bene, nel bando in oggetto per la figura di “Funzionario esperto tecnico” non c'è sia alcun riferimento alle competenze digitali (BIM, blockchain, ecc.). Da un lato creiamo il Ministero della Transizione Digitale, dall'altro assumiamo persone senza competenze digitali. No, non è una bella partenza.

 

Occorre alzare il livello tecnico della competizione  

La competizione internazionale, la necessità di salvaguardare il nostro Paese, l’ineludibilità della sostenibilità richiedono scelte che non possono basarsi sulla tassazione del nostro tessuto industriale, ma sulla valorizzazione concreta, tecnica e normativa, delle competenze e delle qualità.

Dobbiamo alzare il tiro, fermare i provvedimenti come il Super Ecobonus che distribuiscono a pioggia i finanziamenti dello Stato per arrivare a un patrimonio edilizio ancora più vecchio pieno di toppeinefficienti e soprattutto stanno distruggendo il tessuto imprenditoriale delle costruzioni portandolo a un mercato fatto di furgoni, di cellulari e imprese mono dipendenti, per rimettere gli stessi soldi in progetti di demolizione ricostruzione che rinnovino non solo le serrande e il colore dei nostri palazzi ma i quartieri e le città. Avremo città più sostenibili, le imprese che ci avranno lavorato  avranno maturato quell’esperienza e dimensione per investire in risorse e ricerca, per competere a livello internazionale, avremo sostenuto i fornitori che hanno compiuto scelte innovative e sostenibili, creando un settore specializzato con la forza di emergere poi anche all’estero … insomma saremo in piena corsa per un «crescita felice»