Digitale & Costruzione: dalla Computational Law alla Autonomization

Il rapporto che il settore della costruzione e dell'immobiliare intrattiene con l'informazione è di lunga data, datando dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, benché si sia sempre sinora risolto in maniera poco soddisfacente, almeno nell'era analogica.

Di fatto, sia all'epoca della industrializzazione basata sulla mass production sia ai tempi attuali, fondati sulla mass customization, la qualità dell'informazione è sempre risultata come cruciale per la bontà della decisione e per l'efficacia dell'esito.

Da un decennio a questa parte, tale relazione si è intensificata, ancorché la transizione digitale appaia restare ancora lenta e articolata.

Ciò che, tuttavia, promette di generare una netta discontinuità è che il dato stia entrando senza mediazioni nel processo decisionale, sulla scorta di una sempre crescente sua computazionalità: questa è la tesi proposta dalle seguenti riflessioni, rispecchiata, ovviamente, pure nel titolo.


 

La digitalizzazione dei procedimenti tecnico-amministrativi

É per questa ragione che, tra le altre cose, si ragiona sempre più insistentemente di digitalizzazione dei procedimenti tecnico-amministrativi e, in particolare, di quelli attinenti agli appalti pubblici, benché ciò spesso sia inteso maggiormente sul versante della dematerializzazione dei documenti che non della datafication vera e propria.

La natura di questo passaggio, i suoi tempi e, ovviamente, i relativi esiti sono sicuramente incerti e, almeno in parte, controversi.

Per quanto concerne il Nostro Paese, tale transizione, che si accoppia a quella ecologica, avviene in un contesto post pandemico, nel quale una serie di misure, nazionali e comunitarie, in buona misura basate su loan, su prestiti, anziché su grant, su sussidi, promettono di ridisegnare essenzialmente il funzionamento dell'Italia, dedicando molte risorse al settore in questione.

Come si constaterà nel prosieguo, quest'ultimo ha la necessità di rispondere agli investimenti in attuazione dimostrando di poter recepire al meglio quella che potremmo definire una discontinuità epistemologica, un autentico cambio di paradigma, legato alla evoluzione, che potrebbe rivelarsi piuttosto radicale, dei prodotti e dei servizi che esso è chiamato a proporre e ad erogare.

In definitiva, il modello di sviluppo sostenibile, professato anche dal Green New Deal e da Next Generation EU, comunitari, presenta, in relazione alla Agenda 2030, molteplici implicazioni  sociali ed economiche, ma si basa sulla aspettativa che esso sia sostenuto da criteri di finanza sostenibile e responsabile.

Sotto questo profilo, il settore della costruzione e dell'immobiliare, ovvero dell'ambiente costruito, a partire proprio dalle misure legate al Super Bonus 110%, in cui figurano anche i Criteri Ambientali Minimi (CAM), potrebbe bene, col supporto della digitalizzazione, intraprendere una più stretta collaborazione col settore finanziario, a partire dai Social Impact Bond.

Del resto, un tema prettamente settoriale, quale quello della efficienza energetica (e dell'energia pulita), è strettamente connesso a quello, di carattere sociale, della povertà energetica e, di conseguenza, ai temi della ineguaglianza e della inclusione.

Nonostante che, in effetti, si ritenga che il punto di svolta o di rottura risieda nei processi, vale a dire nelle riforme che coinvolgono il settore, da quella della Pubblica Amministrazione a quella della Giustizia o a quella del Fisco, è proprio sulla natura dei prodotti e dei servizi che potrebbe giocarsi la partita identitaria, colle inevitabili conseguenza sulle catene del valore.

 

Angelo Ciribini, dalla Computational Law alla Autonomization

 

Dal Super Bonus 110% alle piattaforme digitali

D'altra parte, se si osserva l'evoluzione delle misure legate al cosiddetto Super Bonus 110%, certo non estraneo alla Renovation Wave Strategy e ben presente nel Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza (PNRR) e nel Piano Nazionale degli Investimenti Complementari (PNC), anche con riferimento al Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC), a una per il momento modesta digitalizzazione nelle prassi che riguardano professionisti e imprenditori del settore sta facendo da contraltare la presenza di piattaforme digitali inerenti ai passaggi istituzionali, al compliance assessment e al mercato secondario dei crediti fiscali ceduti.

A titolo anticipatorio, è significativo che in alcuni piani nazionali di ripresa e di resilienza, la riqualificazione energetica degli edifici non sia dichiarata presentare implicazioni digitali, laddove le research call della Commissione Europea in Horizon 2020 avevano accostato il Building Information Modeling al Building Energy Modeling, senza contare le recenti evoluzioni di Horizon Europe e i contenuti della Renovation Wave Strategy.

La stessa bozza del Testo Unico dell'Edilizia prevede, peraltro, un fascicolo digitale dell'edificio.

É palese, infatti, che il discorso sulla digitalizzazione sin qui condotto sia stato prevalentemente autoreferenziale, mentre la sua implementazione passi ora attraverso le categorie dello sviluppo sostenibile, rappresentate dai goal previsti per il 2030, ma anche tramite i dispositivi legislativi, nazionali e regionali in materia di Rigenerazione Urbana, laddove, ad esempio, l'ipotesi del Piano Comunale di Rigenerazione Urbana ha suscitato notevoli opposizioni.

A modo esemplificativo, è chiaro che soluzioni progettuali innovative legate alla stratigrafia dell’involucro o alla caratterizzazione di una unità funzionale possano contribuire a conseguire i ben noti principali obiettivi legati alla neutralità climatica, all’efficienza e alla povertà (nel senso del contrasto) energetica, alla qualità dell’aria interna, persino, indirettamente, attraverso l’abbattimento dei costi, alla inclusione sociale (per l’edilizia residenziale).
In altre parole, la progettazione, unitamente alla concezione di nuovi materiali (e, al limite, di inedite modalità di esecuzione e di manutenzione), appaiono risultare fattori determinanti, in termini contenutistici, mentre l’adozione della digitalizzazione per tali processi è spesso percepita come strumentale, con un significato rafforzativo.

Per quanto non vi abbia dubbio che lo sviluppo sostenibile e responsabile veda la digitalizzazione, il dato, l’informazione e la conoscenza, come fattori abilitanti le finalità prime del cambiamento nel settore dell’ambiente costruito, è, tuttavia, chiaro come, in materia di attori, di processi e di prodotti, occorrerebbe compiere un ulteriore sforzo per far comprendere il fenomeno sotto una luce maggiormente, a sua volta, contenutistica.

La digitalizzazione, infatti, modifica l’essenza del settore con una forza non inferiore a quella degli altri elementi poc’anzi menzionati, quanto a sostenibilità e a resilienza.

E lo fa, certo, anzitutto, agendo sui beni fisici, non a caso dotati di un loro doppio, ma, soprattutto, essa agisce sulla natura degli operatori, richiedendo talora di ibridare le proprie identità (tipica la integrazione tra culture professionali e imprenditoriali), e, particolarmente, dei prodotti (che, nell’ottica della evoluzione anche anagrafica delle esigenze degli utenti, divengono servizi: la natura della residenza).

Le diverse iniziative che, sia nell'ambito della Commissione Europea (CE) e del Parlamento Europeo, sia in quello del Comitato Normativo Europeo (CEN), si sono recentemente intraprese a proposito della digitalizzazione nel settore della costruzione e dell'immobiliare, vale a dire della AECO Industry e della RE Industry, dimostrano come si stia fortemente attenuando il divario digitale, nei confronti di altri settori economici, ritardo evidenziato, tempo addietro, in un celeberrimo rapporto di Mc Kinsey che aveva, successivamente innescato analoghi documenti redatti da altre consultancy, all'insegna della rivisitazione e del ripensamento del comparto, che avrebbe sofferto, negli ultimi decenni un calo di produttività e un difetto di reputazione.

Si noti, peraltro, che il settore stesso abbia ormai preso la denominazione di settore dell'ambiente costruito, estendendo ulteriormente il proprio campo di applicazione alle reti materiali e alle corrispondenti Multi Utility, impegnate alla scala urbana e territoriale della Smart City e della Agile Land, ma pure degli Smart District e degli interventi puntuali legati al Super Bonus 110%.

 

La digitalizzazione applicata alla scala urbana: Smart city, Agile Land e Smart District

Sotto questo profilo, guardando pure alla Rigenerazione Urbana, da declinare anche sotto la veste della Smart City, come nel recente bando del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibile (MIMS) sulla qualità dell'abitare, questa accezione di digitalizzazione costringe a dilatare anche la nozione di infrastruttura, poiché mette in connessione entità fisiche eterogenee grazie alle tecnologie della informazione e della comunicazione.

Si ricordano, in particolare, gli studi condotti all'interno dello European Construction Sector Observatory (con PwC) e dello EU BIM Task Group (con RINA), l'attività del Technical Committee 442 del CEN, la costituzione degli European Digital Innovation Hub (EDIH), con tutta la costellazione di acceleratori e di altri dispositivi promossi dalla Commissione Europea, la definizione del Reference Architecture Framework (RAF) messo a punto da DigiPLACE, senza contare, al di fuori del perimetro comunitario, le attività del Centre for Digital Built Britain (CDBB) nel Regno Unito.

Il che, peraltro, fa sì che il settore entri a pieno titolo nel contesto delle implicazioni etiche e costituzionali di cui la Unione Europea, attraverso i propri organi, si sta sempre più intensamente occupando, all'interno del vasto dibattito sulla sovranità digitale comunitaria o continentale (si pensi solo ai temi della Edge Cloud Infrastructure e della Artificial Intelligence), oltreché dell'Industrial Data Space, per non parlare degli Important Project of Common European Interest (IPCEI).

Al contempo, il confronto tra le incidenze degli investimenti in cespiti immobiliari e infrastrutturali previsti dai diversi piani nazionali di ripresa e di resilienza, in cui la digitalizzazione è un fattore obbligato, vede quello italiano prevalere nettamente su quelli francese, spagnolo e tedesco, per un ammontare di 29.55 miliardi per l'efficienza energetica e la riqualificazione degli edifici e di 28.30 miliardi per l'alta velocità di rete e la manutenzione stradale 4.0, oltre ad altri investimenti disseminati in altre missioni e componenti per un valore complessivo di ben 107 miliardi rispetto ai 222 totali.

Si tratta, peraltro, di Piani Nazionali che prevedono priorità diverse, ammontari differenti e diversa distribuzione tra prestiti e sussidi: d'altra parte, in alcuni di essi, almeno, specie per la riqualificazione energetica, la natura digitale pare essere trascurata, nonostante che nella Renovation Wave Strategy si verifichi l'esatto contrario.

La sfida, tuttavia, come si vedrà, riguarda la possibilità di conferire ai cespiti fisici ulteriori valori aggiunti, legati alla dimensione immateriale del servizio.

Di tutte le applicazioni digitali immaginabili, quelle riferite al cosiddetto Building Information Modeling (BIM) e al Geographical Information System (GIS) sono le più conosciute e adottate, sia pure in misura non così diffusa, ma sempre più spesso si parla di molte altre modalità: dal Digital Surveying (in tutte le sue forme, supportato dai droni) all'Additive Manufacturing, dall'Artificial Intelligence (AI) alla Distributed Ledger Technology (DLT), dalla Augmented/Mixed/Virtual Reality all'Internet of Things (IoT), dall'Automation alla Robotics, dagli Open Linked Data alla Gamification.

 

Digitalizzazione e industrializzazione edilizia

Tutto ciò va, pertanto, ben oltre una generica locuzione di Quarta Rivoluzione Industriale, che sembra abilitare, sotto vesti inedite, la industrializzazione edilizia (o, più esattamente, la affermazione della cultura industriale nel settore), attraverso i Modern Method of Construction o la Off Site Construction, supportata da digital product platform, come si evidenzia sia dalla strategia governativa britannica del Construction Playbook  sia dagli investimenti in costruzioni modulari effettuati da Amazon, Google, Facebook, Airbnb, Goldman Sachs, Softbank, Warren Buffet.

La digitalizzazione entra prepotentemente in questo quadro, in quanto, anzitutto, obbliga una integrazione tra la sfera professionale e quella imprenditoriale, come evidenziato dalla dizione stessa di Design for Manufacturing and Assembly (DfMA), potendo prevedere, inoltre, ad esempio, una forte verticalizzazione della catena di fornitura, inglobando nell'ambito del gestore del sistema, che agisce tanto come fornitore quanto come sviluppatore (o meglio, integratore) i produttori e i distributori, dato che il primo, nella logica della combinatoria tra elementi costruttivi o tra unità funzionali normalizzati, può dare luogo a soluzioni progettuali diversificate.

A questo proposito, così come per l'appalto integrato nei contratti pubblici o per il Super Bonus 110% in materia di General Contracting, si renderebbe necessaria una maggiore ibridazione tra le culture e le sfere professionali e imprenditoriali.

L'elenco delle tematiche principali, che la Commissione Europea definisce per la digitalizzazione del settore come pillar, è, invero, ormai noto: Digital Building Logbook, Digital Building Permit, Digital Twin, e molto altro, a partire dalla Renovation Wave Strategy e dal Circulary Economy Action Plan.

Tutto ciò induce a una riflessione generale sul significato ultimo dell'introduzione del dato, completamente strutturato e semanticamente ricco, nelle attività degli operatori della committenza, della professione e della imprenditoria.

In tal senso, tra l'altro, per quanto concerne le professionalità della committenza e della progettazione, entro un approccio contraddistinto dal Generative Design si è posto il tema della tutela della proprietà intellettuale, unitamente alla evocazione della riduzione della attività e del servizio inerente alla concezione delle opere a commodity: a testimoniare di un potenziale dirompente della digitalizzazione sugli statuti e sulle identità degli attori professionali, specie qualora questi vedano il proprio lavoro intellettuale ricompreso entro razionalità produttive, ma, ancor più, allorché la digitalizzazione, attraverso servizi di Soft Landings e di Post Occupancy Evaluation, va a responsabilizzare gli ideatori dei cespiti nei confronti della validazioni dei modi di uso da parte degli utenti, contribuendo, in qualche modo, ad avvalorare una certa dimensione imprenditiva (di responsabilità sul risultato) della professione.

 

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Figura 1 - L'ecosfera digitale.

 

Ambiente costruito e ecosistema digitale: l'importanza del dato

Per prima cosa, il fattore principale da considerare riguarda la cosiddetta platformization, vale a dire la diffusione di piattaforme tecnologiche di diversa natura che inseriscono gli attori del comparto in un vero e proprio ecosistema digitale, simile a molti altri, in cui ogni azione, e forse ogni emozione e ogni pensiero siano tracciabili, interpretabili e misurabili.

Si tenga conto che la logica delle piattaforme digitali più classiche prevede la generazione di un effetto rete, vale a dire della necessità di raccogliere attorno a esse il maggior numero di soggetti possibile, grazie, ad esempio, alla possibilità di creare applicativi specifici da utilizzare in esse per proporsi agli operatori economici.

D'altronde, piattaforme tecnologiche rivolte al settore, anche se con un modesto contenuto digitale, sono già sorte in numerose occasioni: sia sufficiente qui citare Homly You, promossa da Saint-Gobain in Francia, che mette in relazione micro e piccoli committenti di interventi di recupero con micro e piccole imprese iscritte in un apposito registro, supportando un sistema di valutazione delle prestazioni erogate.

É del tutto evidente, perciò, come dimostrano, a titolo esemplificativo, iniziative continentali ed estraeuropee, come Delve (da parte di Alphabet/Google) od Open Built (da parte di IBM), che si stia avviando un autentico trasferimento del settore da un contesto analogico a uno digitale, i cui estremi, in materia di Smart City, sono stati dati dall'abbandonato tentativo canadese di Sidewalk Labs e da quello giapponese di Toyota, verso una sorta di Autonomous City.

In queste esperienze vale la pena di sottolineare, per un verso, la possibilità di assicurare un flusso informativo senza soluzioni di continuità a partire dalla formazione della volontà di investire che, quindi, includa nei modelli e nelle strutture di dati le logiche finanziarie che supporteranno l'operazione immobiliare a partire dall'iter di formazione dei requisiti informativi: Organization Information Requirements (OIR), Asset Information Requirements (AIR), Project Information Requirements (PIR), Exchange Information Requirements (EIR).

D'altro canto, a iniziare dal repertorio digitalizzato dei prodotti per la costruzione, sarà possibile attingervi, anche in  funzione di creare digital marketplace e di attivare altri servizi, sulla base di Data Dictionary, di ontologie e di semantiche di dominio.

A complemento di tale accadimento, è altresì palese come la nozione di Common Data Environment (CDE), muovendosi tra Project Management e Information Management, si incentri sul Workflow Management e come lo stesso ambiente di condivisione dei dati stia evolvendosi, includendo almeno la fase di affidamento dei contratti, non solo quella relativa alla loro esecuzione, già oggetto di piattaforme di dematerializzazione delle procedure tecnico-amministrative.

 

Cresce l'interesse per la Computational Law

La centralità dei flussi di lavoro, connessa agli ambienti di condivisione dei dati, si spiega colla evoluzione dei dispositivi che li mappano nella direzione di disporre di engine che agiscano sui processi decisionali a partire dagli scambi informativi.

Di fatto, sta sorgendo un forte interesse per la Computational Law, che dovrebbe introdurre una serie di automazioni nel legal reasoning.

Correlato a questa osservazione sta il fatto che l'ipotesi attinente agli Smart Contract, in materia di Performance-Based Contract, in particolare relativamente agli Energy Performance-Based Contract, configurabili attraverso la traduzione delle regole e dei patti contrattuali in codici, permetta che essi siano verificabili, quanto a conformità a pattuizioni contrattuali, attraverso l'IoT e il Digital Twin, e che i relativi pagamenti siano eseguiti per il tramite della DLT.

Come sostengono Hunhevicz, Motie e Hall, «the core functionality of these smart contracts can be described as a workflow that continuously receives data, checks the data against the encoded contract logic, and executes the subsequent workflow steps (e.g. automated payments)».

É immaginabile che, addirittura, ancor prima, la procedura competitiva di affidamento del contratto veda in competizione la intelligenza naturale di candidati umani e la intelligenza artificiale di candidati algoritmici, così come che sia un algoritmo a dirimere le eventuali controversie inerenti a vicende contrattuali in sede giurisdizionale.

In questa precisa occasione, alla stessa stregua di altre, si constatata come avanzi una idea di autonomia nei processi decisionali, già nota in ambito manifatturiero come Autonomization, per cui, anzitutto, il dato attivi direttamente alcune azioni e, secondariamente, attraverso tecnologie legate all'intelligenza artificiale, sostituisca parzialmente il soggetto umano in qualità di decisore.

Ciò spiega, trattando della autonomia degli algoritmi di apprendimento, supervisionato o meno, nei riguardi del controllo operato dagli esseri umani, come il settore sia destinato ad affrontare criticità oggi palesi in altri ambiti, dal reclutamento del personale alla concessione dei visti di soggiorno, rispetto alla possibile discriminazione.

D'altra parte, la semi automazione dei processi istruttori e approvativi, insiti tanto nei lavori pubblici quanto nell'edilizia privata, comporta la evoluzione incrementale dei testi legislativi e regolamentari interpretabili o leggibili dalla macchina (a cui attualmente si cerca di ovviare con il Semantic Natural Language Processing), da allineare con le specifiche relative alla configurazione dei modelli informativi e di altre strutture di dati da produrre.

 

Dal Human Building Interaction (HBI) all'Autonomous Built Asset

Un altro tema rilevante è costituito dalla Human Building Interaction (HBI), che prelude, così come in altri campi, precedentemente descritti, a una concezione di Autonomous Built Asset, per cui il cespite immobiliare o infrastrutturale non solo contribuisca senza mediazioni all'erogazione di servizi individualizzati all'utente, alla persona, ma pure che lo faccia, progressivamente, anche in questo caso, con una certa autonomia.

É questo un argomento che trascende i tradizionali Building Automation System (BAS) cosi come tutto il mondo degli Ambient Assisted System.

D'altra parte, se si osserva l'evoluzione strategica dei maggiori operatori economici, relativamente alla Smart Home, si può constatare come i dispositivi tecnologici abbiano assunto sempre più un ruolo ancillare nei confronti della architettura dei servizi che tramite essi si possa proporre ed erogare.

Tale tematica, che, naturalmente si lega alle conseguenze di applicazioni di intelligenza artificiale in materia di eventuali pregiudizi contenuti negli algoritmi di apprendimento della macchina, evoca tutta l'ambiguità contenuta nella locuzione di User Centrism o di People Centrism, nel senso che il porre al centro l'essere umano come fruitore dello spazio «come servizio» può certo significare un ritrovato umanesimo oppure, al contrario, voler dire che si ponga lo stesso come oggetto di value proposition e di business model.

Questo argomento è legato alla evoluzione del Digital Twinning o del Digital Mirroring che, supportato dalla replica digitale del doppio fisico del gemello digitale e dall'apparato sensoristico di recettori e di attuatori, mira non solo a governare i livelli prestazionali dell'edificio o dell'infrastruttura mediante algoritmi simulativi, ma pure a influire sui comportamenti degli utenti (abitanti, occupanti, fruitori, viaggiatori), come Human Digital Twin, riallacciandosi alla più vasta ecosfera del Social Networking e delle piattaforme digitali, in termini potenziali di sorveglianza, in alternativa a quelli di partecipazione, tra, appunto, Surveillance Capitalism e Sharing Economy.

 

Evoluzione del Digital Twin

A questo proposito, appare, sia per la Construction sia per la Operations & Maintenance, particolarmente significativa l'evoluzione del Digital Twin estesa ai processi, non solo ai prodotti, originariamente sorta in questo ambito, nell'orizzonte del Product Life Cycle Management (PLM) che, a sua volta, rimanda alla introduzione della cultura manifatturiera nel settore della costruzione e dell'immobiliare.

Questa prospettiva, se da un lato rimanda a un immaginifico cantiere disumanizzato, passando attraverso il ricorso a esoscheletri e a cobot, oltre che a mezzi a guida autonoma, dall'altro, rivela come i processi di esecuzione degli interventi, in cui i dispositivi, materiali e immateriali, siano, comunque, tutti originatori e recettori di flussi informativi digitalizzati, siano governati da sistemi di intelligence di carattere predittivo, tanto che abbiano di mira le finalità indirizzate alla salute e alla sicurezza quanto che si occupino di quelle inerenti alla produttività.

Alla stessa stregua, l'intelligenza che sovrintenderebbe agli aspetti manutentivi sarebbe principalmente rivolta a quelli operazionali, propri della Occupancy, in cui, analogamente, la salubrità degli spazi aperti e confinati si coniugherebbe con la produttività degli utenti, realizzando una sorta, come già anticipato, di manufatto comportamentale interconnesso, di cui, come si accennava, dovrebbero rispondere anche gli ideatori.

É, del resto, chiaro come le molteplici offerte di servizi legate agli ecosistemi digitali, dalle BIM Library agli applicativi di Data Analytics alle attività di progettazione o di esecuzione (dalle telemetria per i macchinari alla nanosensoristica per i getti di conglomerato cementizio), inducano la formazione di attività di Business Intelligence, sempre più sofisticate, che preludano al ricorso, da parte dei soggetti che li erogano, di algoritmi raccomandativi, in grado di orientare le scelte degli operatori.

La duplice nozione di piattaforma tecnologica digitale, intangibile (come nel caso degli ecosistemi immateriali) o tangibile (come per i cespiti fisici interconnessi), permea, dunque, l'innovazione e la trasformazione digitale, dischiudendo orizzonti inusitati.

Lo scenario complessivo che si può ipotizzare è, perciò, geo-spaziale, nel senso che i cittadini/utenti/clienti sono collocati (e tracciati), in termini di residenzialità e di mobilità, entro un territorio che è ormai esso stesso un gemello digitale nazionale entro cui sono localizzati tutti i cespiti, statici e dinamici, materiali e immateriali, visibili e invisibili, aperti e confinati.

Tale territorio, fisico e virtuale, effettivo e aumentato, diviene, pertanto, una unica piattaforma interoperabile, o per meglio dire, un unico mercato potenziale.

Allo stesso momento, tuttavia, la transizione digitale suggerisce maggiore prudenza in merito alla velocità di diffusione del cambiamento, sottolineando il grado di frammentazione e di distribuzione del settore e del mercato, cioè di dispersione di soggetti che, pur con una elevata densità relazionale, per quanto instabile e variabile, nutrono maggiormente la conflittualità di quanto non facciano con la collaborazione.

 

Valenza giuridico-contrattuale della gestione dei dati e delle informazioni

Di conseguenza, per prima cosa, è necessario ritornare ai fondamenti della cultura del dato, per cogliere appieno i tratti della annunciata riconfigurazione del settore, per cercare di capire se davvero la gestione dell'informazione possa agevolare una specie di riaggregazione, almeno informale e sostanziale, di entità e di organizzazioni eterogenee a cui spesso manca un obiettivo comune e integrato.

Per questa ragione, conta particolarmente la valenza giuridico-contrattuale della gestione dei dati e delle informazioni in termini di transazioni, ma, allo stesso modo, occorre anche valutare come influiscano i nuovi contenuti del prodotto immobiliare e infrastrutturale: sostenibile, decarbonizzato, circolare, inclusivo.

In altre parole, si vorrebbe, dunque, che il cespite fosse salubre, accogliente, efficiente, operativo, proattivo, e che i processi che conducono alla sua ideazione, realizzazione e manutenzione siano sostenibili e circolari.

Alla luce di tutti questi ragionamenti, sarebbe opportuno mettere a punto una mappa dei processi da riconfigurare digitalmente, anziché da digitalizzare analogicamente, delle tecnologie che possano abilitarli e del riposizionamento degli attori lungo la catena della fornitura in funzione del valore aggiunto che essi possano arrecare, dei livelli di maturità digitale conseguibili, sia pure in un contesto di relativizzazione.

É chiaro, però, che quanto detto prelude, dapprima, all'introduzione incrementale di forme di semi automazione (dalla verifica e dalla validazione dei progetti nei contratti pubblici alla direzione della esecuzione dei servizi nei contratti di prestazione energetica), e, successivamente, all'affermazione di soluzioni di semi autonomia dei processi dai decisori umano, o meglio, a supporto di questi (dalla programmazione dei lavori basata sulla intelligenza artificiale alle attività predittive di manutenzione).

Al contempo, però, tutto ciò resta, in parte, tecnologicamente da approfondire e giuridicamente da regolare, mentre, soprattutto, appare sideralmente distante dalla pratica quotidiana che, al più, riconosce i droni per il rilievo digitale e i modelli informativi per la progettazione.

 

Le sfide che può incontrare oggi la digitalizzazione nel settore dell'Ambiente costruito

La maggiore difficoltà che può oggi incontrare la digitalizzazione nel settore riguarda il suo rapporto colle molteplici categorie della sostenibilità che permeano, più o meno in profondità, le politiche che presiedono non solo il PNRR in quanto tale, ma, soprattutto, una certa ideologia, nel senso proprio del termine, dei decisori politici e dell’opinione pubblica.

Non vi ha dubbio, infatti, che dietro a espressioni quali transizione ecologica vi sia la necessità di legittimare il «prodotto» e il «servizio» che connota il settore, caratterizzandolo rispetto ai benefici che sia possibile apportare, ad esempio, rispetto alla neutralità climatica e alla decarbonizzazione, alla virtuosità energetica, alla qualità dell’aria interna, alla circolarità che riduce gli sprechi nelle diverse fasi del ciclo di vita, inclusi i risparmi idrici, alla economicità e alla flessibili dei cespiti riguardo alla istanza di equità e di inclusione sociale.

Il punto, però, è che rispetto a tutti questi temi, e ad altri, assai eterogenei tra loro, come lo sono i famosi obiettivi dello sviluppo sostenibile, che costituiscono ormai le premesse per accedere al consenso sugli investimenti, la digitalizzazione non è semplicemente un fattore abilitante.

Essa, infatti, agisce direttamente sui processi, come intermediario tra prodotti e servizi, creando un ecosistema in cui ogni entità può essere connessa e resa interoperabile, arrecando maggiore efficienza, ma, al contempo, anche maggiore fragilità (si pensi alla Cyber Security), in un contesto che diviene sempre più dinamico.

Se la digitalizzazione viene, perciò, intesa prettamente in senso strumentale, cercando di metterne in luce gli aspetti più semplici e comprensibili, si rischia di perdere di vista tutta l’ambiguità che il dato e la sua valenza computazionale posseggono.

È, infatti, l’interiorizzazione del dato nella decisione che spesso sfugge, interiorizzazione che presuppone e richiede, peraltro, una sua assoluta continuità nel flusso.

La sola esigenza di dover piegare a esso la leggibilità di ciò che è frutto dell’intelligenza naturale spiega perché, nell’ambito dell’ambizione di rendere ogni fenomeno comprensibile in maniera predittiva, le istanze etiche assumano un particolare rilievo.

Ancora una volta, non potendo, appunto, prescindere dagli obiettivi della sostenibilità per legittimare la digitalizzazione, non si può non sottolineare come la centralità dell’utente per il prodotto immobiliare o infrastrutturale sia sommamente ambigua, nello spazio che intercorre tra computazionalità e autonomia.

Se si guarda con attenzione, tutto il racconto sulle policy della digitalizzazione, declinate per l’incremento di produttività e per la mitigazione del rischio (vale a dire, per la riduzione della complessità come sinonimo di spreco: da cui discendono molti tratti della cosiddetta semplificazione), partono dalla predominanza del ciclo di vita delle opere, a cui ogni fase temporale precedente dovrebbe assoggettarsi.

Al contempo, però, le prestazioni dei cespiti fisici sono sempre più messe in relazione con i comportamenti nel ciclo delle vite delle persone, così come dimostrato dagli ormai acquisiti temi del capitalismo di sorveglianza.

Ed è proprio su queste relazioni, ispirate ai Social Outcome, che la maturità del settore, sia in materia di sostenibilità sia di digitalizzazione, si valuterà, sul piano delle implicazioni etiche.

Tutto questo, collocato all’interno dei rapporti che i manufatti, considerati per la residenzialità e per la mobilità, intrattengono coi territori, muove le logiche della Rigenerazione Urbana, nell’ottica del contenimento del consumo di suolo (valorizzando la sostituzione edilizia), ma anche dell’installazione di rapporti collaborativi tra soggetti pubblici e privati.