Identità e sostenibilità: Riconoscibilità e rappresentazione del progetto

 

Cosa ha a che fare l’identità con la sostenibilità ?

Sembrano concetti apparentemente così distanti.

Il primo antico, quasi mitologico, autoaffermato, tetragono a se stesso direbbe Dante (Paradiso XVII, 24), violentemente inossidabile ogni qualvolta emergono “le differenze che non fanno le differenze2.

Il secondo sempre più vocato all’inclusività, sotteso alla condivisione, declinato secondo le biodiversità culturali e le appropriatezze tecnologiche.

Eppure mai come in questo momento il ruolo che il progetto riveste, nell’interpretare le trasformazioni e nel permettere di definire modelli su cui catalizzare i caratteri di un concreto futuro3, sembra scandito dall’intersecarsi dei significati e dei valori che identità e sostenibilità assumono.

 


“Diceva così: la vecchia prese un catino luccicante dove era solita lavare i piedi, e molta acqua versò, fredda, poi ne aggiunse di calda. E Odisseo si sedeva sul focolare, ma d’un tratto si scostò verso la penombra perchè d’improvviso paventò nell’animo che, prendendogli il piede, notasse la cicatrice e ogni cosa diventasse palese. E quella, accostandosi, lavava il suo padrone e subito riconobbe la cicatrice prodottagli un giorno con la candida zanna da un cinghiale…”

Omero, Odissea, canto XIX, 386-3941


Significati e valori desiderati come univocamente determinati dall’interpretazione culturale, ma che sono difficili da stringere e costringere nelle reti di modelli o strutture.

Anch’essi destinati a divenire significanti fluttuanti di quel pensiero globalizzato disegnato dal senso comune piuttosto che analizzato da un approccio critico.

Mappa della provenienza dei partecipanti al Premio dalla sua fondazione

Mappa della provenienza dei partecipanti al Premio dalla sua fondazione / Map showing the provenance of the participants in the Prize since its foundation

 

Inoltre, non va dimenticato che è probabilmente il contesto a creare l’effetto passe-partout di queste componenti.

Un contesto che è sempre meno coincidente con un luogo o un ambiente, anche se le apparenze lo fanno credere o meglio le condizioni interpretative dei modelli tradizionali lo richiedono. Un contesto esteso e continuo, definito da un minimo comune denominatore che tende all’omologazione e alla semplificazione riduttiva.

Un contesto in cui non sono solo le biologie a creare i confini e le determinazioni quanto piuttosto le modellazioni esperienziali ed ambientali, in cui protezione e minaccia, ricchezza e povertà, modalità e criteri di visualizzazione del sociale rispetto all’individuo (e viceversa) prendono il sopravvento.

Nell’attuale epoca si viene, incredibilmente, a materializzare, “sotto il duplice segno dell’armonizzazione e della dissonanza4, un ossimoro.

Una dinamica in cui il progetto (come i modelli relazionali e comportamentali) sembra condividere una conformità sociale in cui l’essere-uguale si afferma attraverso l’essere-diverso5.

Sembrano permesse le differenze, le dissonanze solo conformi al sistema (sociale e tecnologico).

Si delinea, in ogni percorso (che vada dalla valutazione della ricerca al progetto) un terrore dell’autenticità6 perché esula dalla regola della comparabilità. Ogni intervento di trasformazione, ogni percorso di innovazione rientra in questa “cultura del continuo paragone7, che incessantemente fornisce piattaforme relazionali, modelli di condivisione, e seleziona con criteri funzionali ed efficienti.

È un processo talmente diffuso che confligge con tutto ciò che si crea in una diversità atopica, in cui la logica del processo sostenibile aveva progressivamente lievitato. Riconoscibilità e rappresentazione sono due aspetti determinanti del progetto, ma costituiscono anche elementi di valore simbolico e significativo che si strutturano nel linguaggio e nelle forme della società.

Quando i processi appaiono troppo rapidi per assecondare i cambiamenti, ordine e differenze entrano nel crogiuolo delle apparenze.

 

Peter Rich Architects con Michael Ramage e John Ochsendorf, Centro di interpretazione Mapungubwe (Sudafrica), Premio Internazionale Architettura Sostenibile, ottava edizione 2011, Medaglia d’Argento. Il mezzanino / sala esposizioni

Peter Rich Architects con Michael Ramage e John Ochsendorf, Centro di interpretazione Mapungubwe (Sudafrica), Premio Internazionale Architettura Sostenibile, ottava edizione 2011, Medaglia d’Argento. Il mezzanino / sala esposizioni

 

In altre parole, parafrasando Zygmunt Bauman, se l’interesse per l’individualità sembra inconciliabile con l’interesse per la socialità8, la scelta innovativa, il corridoio tecnologico non vengono intrapresi e imboccati.

La dialettica progressivamente si spegne e i processi imitativi (o emulativi), così tanto esuberanti nel flusso quantitativo del web, rendono possibile una “esportazione dell’identità nell’ambito pubblico9 e quindi la condensazione di una intimità pubblica; appare anch’essa una contraddizione in termini, ma rende bene l’idea del trasferimento del grado di appartenenza, del fattore di de-esternalizzazione10 che si sta verificando.

È interessante perché il travaso progressivo è delineato da un diverso concetto di confine/soglia; strutture, queste ultime, di pensiero, tecnologiche e compositive (per lo più della produzione e della comunicazione digitale), che mescolano e intersecano interno con esterno, materializzano all’occorrenza l’onnipotenza di un confine (politico) ma in realtà sono sempre più permeabili.

Da un punto di vista tecnologico (e in parte anche comunicativo e dell’informazione) un sistema che abbatte o indebolisce le soglie (dimostrando trasparenza) procede per livellazione e omologazione: uno spazio livellato11 con una forte connotazione di reversibilità spaziale è uno spazio accelerato in cui le distanze (reali o percepite) tra le cose (o i significati) vengono ridotte o persino annullate.

È comprensibile come in questo caso la componente rappresentativa nel rapporto contestuale risulti spesso determinante. Infatti, per analogia, nel processo progettuale e costruttivo l’accrescimento di valore/potere della superficie (e di tutto ciò che è livellato e quindi superficiale) è incredibile.

La superficie sembra appartenere a un luogo della meccanica quantistica, in cui è solo probabilisticamente definibile la funzione di “assorbimento e riassorbimento delle reti di influenza”12.

 

Il confine/soglia è un elemento fondamentale del percorso di riconoscimento dell’identità.

Può essere interpretato come porta d’accesso rispetto a una terra di frontiera: “Tutti i confini generano ambivalenza […]. Per quanto ci si sforzi, la frontiera che separa il ‘prodotto utile’ dagli ‘scarti’ è una zona grigia: un regno dell’indefinito, dell’incerto – e del pericolo13.

Oppure può essere definito come snodo di confronto/valutazione che permette (rispetto alla morfologia, alla prestazione, alle coerenze funzionali) una regola di comparazione, nascondendo in una prospettiva d’ordine ciò che, al proposito, Bauman definisce “il bluff delle categorie apparentemente inclusive/esclusive14, rendendo esplicita la strategia il più delle volte adulterante di molte logiche funzionali e comunicative che configurano, ad esempio, le piattaforme semantiche.

Oggetti strutturati, questi ultimi, sempre più accumulativi di potere rispetto alla creazione attiva (e critica) di confini identitari.

L’approccio sostenibile individua delle diverse modalità per interpretare il confine e lo scarto e la selezione dei progetti presentati nella competizione del Premio Architettura Sostenibile ne è uno straordinario esempio15.

La trasparenza non viene predefinita da principi prioritariamente di utilità (e quindi di legittimazione, secondo regole legali come quelle che ammettono un prodotto utile=legittimo)16.

 

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Hermann Kaufmann + Partner ZT GmbH, Nuovi uffici amministrativi Mayr Melnhof-Kaufmann, Premio Internazionale Architettura Sostenibile, ottava edizione 2011, Medaglia d’Oro

 

Una trasparenza sempre più trasparente, che come un obbligo omologante riduce l’autenticità a favore di ogni livello prestazionale, è sempre a favore di ogni appropriato controllo.

Se si legge fra le righe si percepisce un approccio, che continuamente questo testo tenta di indurre, scambiante tra i binari del progetto (più o meno sostenibile nel processo costruttivo e di trasformazione dell’ambiente e del paesaggio) e quelli della realtà sociale (di nuove categorie di umanità, di comunità, di popolo) in cui, oggi come non mai, il destino dell’identità appare sotteso nelle azioni del vagliare, segregare e, sempre più spesso, eliminare.

L’identità prevede riconoscimento.

Non è un processo univoco e non è un dato emergente, che sorge come informazione (apparentemente critica ma spesso autoreferenziale) dal contesto di inserimento di sistemi ad alta intensità informativa.

Il riconoscimento richiede un percorso che stabilisca degli statuti, nelle cose come fra le persone. “Finché l’umanità rimarrà un fantasma, un’entità non intelligibile, mentalmente e pragmaticamente inassimilabile”, scrive Bauman, la ricerca dell’identità continuerà a rimanere centrale17.

Somiglianza e dissomiglianza, appartenenza e alterità, noi e loro, costituiscono categorie, che per entrare in un processo di trasformazione (Laplantine lo definirebbe di meticciato18) devono condensare qualcosa di predisposto all’intersezione19, a un inedito-inatteso20 o a un iper-perturbante21: nell’ambito della genidentità22 si vedrà come conservazione e cambiamento costituiscano due tensioni integrabili e come la dimensione genetica23 non appaia così estranea dal processo se si percepisce il carattere temporale dello “scatenamento delle connessioni causa-effetto”24.

Dietro il tentativo di individuare o definire la struttura del processo, si nasconde spesso l’effetto deteriore dello zoccolo duro prodotto dall’attecchimento dell’equivalenza diversità=diseguaglianza25 innescata dalla ideologia del progresso tecnologico e tanto combattuta dal principio di relativismo culturale dell’etnologia di Lévi-Strauss, in cui singolarità e pluralità non vengono in conflitto26 ma in realtà convergono al medesimo obbiettivo.

Un ragionamento che supera i limiti del pensiero sociobiologico ed entra nel merito del processo di riconoscimento attraverso una visione sostenibile della trasformazione culturale.

 

Lévi-Strauss afferma che “la cultura non è né naturale né artificiale.

Non si può ricondurla né alla genetica né alla ragione, perché consiste di regole di comportamento che non sono state inventate, le cui funzioni di solito non vengono comprese da coloro che vi obbediscono”27.

I processi di riconoscimento, quindi, in quello straordinario ambito tecnologico che la sostenibilità include, possono costituire uno strumento di attrazione: per riconoscere sia inneschi di tipo sociale-partecipativo, sia nuove attribuzioni di valore e consistenze materiali- operative ad appropriatezze costruttive della tradizione rilette alla luce di nuove esigenze prestazionali in un contesto di risorse (ambientali e sociali) in continuo mutamento e adattamento.

Si potrebbe quindi trovare una relazione con i modelli della morfologia dinamica28, che trovano corrispondenze interdisciplinari nelle ricerche del Novecento con gli aspetti della biologia, della fisica e della psicologia, ma anche nelle scienze umane.

I principi di comparazione29, infatti, che stanno spesso alla base della modellistica critica, operano secondo processi in cui l’inerzia dell’identità logica30 sembra essere dominante.

Il tempo, tradotto in un valore di continuità storica, entra nel processo per la formalizzazione più degli elementi (gradi, componenti, classi, categorie) di continuità che di discontinuità.

 

Paredes Pedrosa Arquitectos, Scuola UPI, Gandía, Premio Internazionale Architettura Sostenibile, nona edizione 2012, Medaglia d’Oro. Il fronte principale

Paredes Pedrosa Arquitectos, Scuola UPI, Gandía, Premio Internazionale Architettura Sostenibile, nona edizione 2012, Medaglia d’Oro. Dettaglio della facciata

Paredes Pedrosa Arquitectos, Scuola UPI, Gandía, Premio Internazionale Architettura Sostenibile, nona edizione 2012, Medaglia d’Oro. Il fronte principale. Dettaglio della facciata

 

In qualche modo è meno complesso immaginare processi di riconoscimento in un’idea di progresso continuo31 in cui l’ordine dell’identità del tempo32 (Carnap, Einstein, Reichenbach, Minkowski) risulti un facilitatore stratificante e progressivo dell’analisi e della connessione tra i diversi stadi.

È credibile che la teoria causale del tempo sia più aderente ai modelli relativistici e degli spazi di probabilità della meccanica quantistica33, dove l’osservazione (che potrebbe assomigliare al grado di relazione nella condizione di prova con la realtà in un modello di progetto sostenibile) ritorna ad essere centrale.

Aristotele affermava che “il tempo è la misura del cambiamento: se nulla cambia non c’è tempo34 e in fondo la percezione di un mondo granulare35, sottilmente discreto e non continuo36 converge anche storicamente con la definizione di statuto della discontinuità37 attivabile in un processo di riconoscimento.

Michel Foucault scriveva al proposito che “il discontinuo – il fatto che in pochi anni a volte una cultura cessa di pensare come aveva fatto fino allora e si mette a pensare altro e in altro modo – si affaccia indubbiamente su un’erosione dell’esterno, su quello spazio che è, per il pensiero, dall’altro lato, ma in cui tuttavia esso non ha cessato di pensare fin dall’origine”38.

Facendo unparagone con l’età classica e il Rinascimento: “[…]  La messa in ordine attraverso i segni costituisce tutti i saperi empirici come saperi dell’identità e della differenza. Il mondo, indefinito e chiuso, pieno e tautologico della somiglianza, viene a trovarsi dissociato e come aperto nel suo centro: su un orlo, si troveranno i segni divenuti strumenti dell’analisi, indici dell’identità e della differenza, principi dell’ordinamento, chiavi per la tassonomia; e sull’altro, la somiglianza empirica e mormorante delle cose, la similitudine sorda che al di sotto del pensiero fornisce la materia infinita delle partizioni e delle distribuzioni” 39.

Lo statuto della discontinuità rende comprensibile la difficoltà di definire il contesto di riferimento per un bisogno, un desiderio, una necessità di identità.

Sarebbero utili contorni chiari e inequivocabili, scrive Bauman, al pari della “sovranità di uno Stato sul proprio territorio”40, ma la situazione è molto ambigua, come il significato stesso del termine identità, che si sviluppa spesso dal bisogno di sicurezza e a volte di difesa e conservazione.

 

Ingenhoven architects + Architectus, 1 Bligh, Premio Internazionale Architettura Sostenibile, nona edizione 2012, Medaglia d’Argento

Ingenhoven architects + Architectus, 1 Bligh, Premio Internazionale Architettura Sostenibile, nona edizione 2012, Medaglia d’Argento

 

Per comprendere la struttura relazionale del desiderio di identità è interessante recuperare la tripartizione di Fukuyama41: il riconoscimento della dignità, il rispetto paritario e che si contrappone all’ambizione di sentirsi superiori.

Sono tre forze o tensioni identitarie che “possono essere straordinariamente diversificate, basate sulla nazione, la religione, l’etnia, l’orientamento sessuale o il genere.

Sono tutte manifestazioni di un fenomeno comune, quello della politica identitaria”42.

 

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DAP studio (Elena Sacco, Paolo Danelli) + Paola Giaconia Milano, Centro Civico Roberto Gritti, Premio Internazionale Architettura Sostenibile, decima edizione 2013, Medaglia d’Argento

 

Il riconoscimento, quindi, prevede dignità.

Ma la dignità è un concetto variabile, per quanto è condivisibile si manifesta in molte forme; si può definire come una “autostima espressa dalla stima degli altri”, che può tuttavia innescare sentimenti di oltraggio o di mancanza di rispetto43.

 

La dignità nasce da un rapporto interno/esterno

Il rapporto può essere distintivo: l’interno (io interiore) con l’esterno (mondo di regole e norme sociali); ma può essere anche intenzionale e connesso all’esperienza del luogo e alla rappresentazione dello stare e dell’abitare uno spazio44.

In questo senso l’approccio sostenibile sviluppa delle strategie che riducono i ruoli delle apparenze potenziando i gradi di ospitalità45 del luogo.

È interessante come nel contesto attuale l’uguaglianza identità=individualità si determini in un modello di “comportamento sociale in cui la cultura della prestazione e dell’ottimizzazione non ammette gestione del conflitto, perché essa richiede tempo46 e dove apparentemente non è l’uniformità a definire un contesto di massa (come sarebbe stato negli anni della contestazione e delle lotte sociali del secolo scorso), ma proprio la diversità (omologata da variazioni e differenze conformi al sistema).

Come scrive Byung-Chul Han, il processo di riconoscimento identitario trova quindi un elemento di paragone e confronto con un’individualità libera di autorealizzarsi e ottimizzare se stessa, in un processo di incessante autosfruttamento, che utilizza l’assenza di negatività47 per identificarsi.

La competitività individuale mette in luce l’inadeguatezza e genera scenari depressivi in cui tutti sono in competizione, sono sospettosi e meno solidali.

Afferma ironicamente, a questo proposito, Umberto Galimberti: “La nostra società non è liquida come diceva Bauman ma molto solidificata dalla dimensione tecnica: ottenere il massimo degli scopi con l’impiego minimo di mezzi (efficienza, produttività, massimo profitto)”48.

In effetti è stimolante comprendere come l’efficienza di alcuni simulatori digitali di conflitto, generi, per attuarsi, progressivamente l’applicazione di regole/codici indirizzati a risolvere i conflitti non sviluppando un senso di appartenenza critico (al luogo come all’edificio, alle morfologie compositive come alle strutture, ai materiali costruttivi come agli impianti, alle prestazioni come ai bisogni, alle valenze storiche come a quelle sociali).

L’assenza di negatività, la progressiva superficializzazione spaziale, la trasformazione delle soglie/confini, la riduzione delle distanze in un’ottica di annullamento della misura (scala) in relazione al grado di velocità (reversibilità) del sistema, sono solo alcuni degli aspetti, ma sufficientemente significativi, che interpretano la progressiva livellazione (troppo autoconformata e spesso autoreferenziale) dell’azione progettuale.

 

L’identità è sociale. Non si nasce con l’identità.

È ancora una affermazione di Galimberti che entra a gamba tesa sul concetto di identità.

Libertà e identità confliggono perché se si ha identità non si è liberi: “È una contraddizione di cui dobbiamo essere consapevoli, probabilmente non siamo liberi”49.

La fiducia e la sicurezza sociale promuovono e consolidano identità e su questo concetto attecchisce una facile pedagogia consumistica50 e infantilizzante51.

È una promozione che struttura (nel sociale come nel tecnologico) etichette, con un forte significato normativo, che divengono vere e proprie norme di identificazione52, a volte necessarie ma per lo più negative nel loro proliferare. Si producono, per mezzo della creazione di componenti/significati, categorie di identità dominanti e categorie di identità subordinate53, che non seguono solamente un principio di ordine quanto di gerarchia e quindi di appartenenza.

Le identità generano tipicizzazioni: modellano i pensieri sui comportamenti da seguire, come modellano imitazioni morfologiche54 o morfotipologiche nell’aderenza a processi validanti (nel settore dell’edilizia e delle costruzioni ad esempio autorizzativi/concessori o nel settore dell’informazione di coerenza di accesso al dato).

 

SOL89 (María González, Juanjo López de la Cruz), Scuola di cucina in un antico macello, Premio Internazionale Architettura Sostenibile, decima edizione 2013, Medaglia d’Argento / SOL89 (María González, Juanjo López de la

SOL89 (María González, Juanjo López de la Cruz), Scuola di cucina in un antico macello, Premio Internazionale Architettura Sostenibile, decima edizione 2013, Medaglia d’Argento

 

Le identità sono alla base della coagulazione e al conseguente utilizzo strumentale di stereotipi (inclusione/esclusione, somiglianza a chi, o a cosa), definendo un rapporto contaminante tra le stesse identità55, che a volte diviene molto complesso, aprendo alla nozione di intersezionalità introdotta da Kimberlé Crenshaw56 per descrivere i livelli di interazione e di condizionamento tra gruppi identitari.

Una contraddizione apparente sembra poi sorgere dalla relazione spaziale di questo modello: una forte complessità che, alla fine del percorso di analisi e poi di sintesi, si deve obtorto collo adattare su una struttura di forma/significato, che sembra disegnata dall’essenzialismo e popolata da tante, tantissime generalizzazioni.

Ma perché il rapporto tra identità e sostenibilità diviene ora, soprattutto nei decenni del nuovo millennio, la cartina di tornasole di una trasformazione del processo di rappresentazione e riconoscibilità?

Ovviamente non solo per lo svilupparsi più consolidato, articolato ed esteso che il concetto/significato di sostenibilità viene ad assumere nel dominio tecnologico/progettuale quanto ambientale e delle scienze umane, come, ad esempio, la competizione internazionale e la relativa serie dei volumi connessi al Premio Architettura Sostenibile57 dimostrano; ma, probabilmente, anche per una contingenza storica.

Se nel pensiero di Hegel la storia umana è da sempre sospinta da una lotta per il riconoscimento58, il processo, che tra il 1970 e il 2007 si è sviluppato globalmente, rendeva concreto il raggiungimento di un possibile risultato su questo versante, facendo perno sulla terza ondata della democratizzazione59.

Un periodo così definito da Samuel Huntington in cui nel mondo si viene a quadruplicare la produzione di beni e servizi in una crescita estesa, che vede scendere i livelli di povertà di quasi il 30%.

La crescita mondiale è stata imponente su più versanti: beni, servizi, ricchezza del ceto medio, riduzione della mortalità infantile e della povertà.

Inoltre progressivi e incessanti mutamenti nell’accesso diffuso a tecnologie e a possibilità di spostamento hanno radicalmente modificato il quadro delle opportunità di crescita dei paesi sia geograficamente (delocalizzazione della manifattura) sia demograficamente (nuove migrazioni).

Il tutto in un quadro di sviluppo tecnologico che tendeva a industrializzare la produzione, trasformando il lavoro e il ruolo della manodopera60.

Come ci ricorda Fukuyama “nel 1970 esistevano solo trentacinque democrazie elettorali, un numero che è cresciuto costantemente nel corso dei successivi tre decenni fino a raggiungere le circa centoventi nei primi anni duemila” 61.

Ma dopo la crisi del 2007 arrivò la recessione democratica (Larry Diamond)62 e “la disuguaglianza crebbe drasticamente”.

 

ASF - Architetti Senza Frontiere Italia ONLUS, Scuola secondaria nel villaggio di Roong (Cambogia), Premio Internazionale Architettura Sostenibile, undicesima edizione 2015, Medaglia d’Argento. Vista del portico esterno

ASF - Architetti Senza Frontiere Italia ONLUS, Scuola secondaria nel villaggio di Roong (Cambogia), Premio Internazionale Architettura Sostenibile, undicesima edizione 2015, Medaglia d’Argento. Vista del portico esterno

 

La diseguaglianza, in questo apparente ordine liberale, aumentò perché i benefici ricaddero su una élite, creando le basi, con la crisi del 2008 innescata nel mercato statunitense dei sub-prime, per una recessione democratica, che portò a una perdita non solo di numerosità aggregata di democrazie, con lo sviluppo di governi più autoritari, ma anche di valori e di modelli di rappresentanza.

Questo stato di difficoltà è ancora in progressivo incremento con il diffondersi della pandemia Covid-19, ed è rilevabile anche solo confrontando le diverse modalità di attuazione dei modelli di protezione/difesa e sostegno alle popolazioni (selezione, controllo sociale, discriminazione e distanziamento sociale, scelta delle categorie beneficiarie dell’aiuto economico, strategie di sviluppo, forme di sacrificio condiviso).

La diseguaglianza ha prodotto e sta incessantemente alimentando sempre più l’attecchimento di una politica del risentimento63 in cui si rafforzano le “richiese di riconoscimento pubblico della dignità di gruppo” e si sviluppano nuove energie e strumenti (non solo di difesa ma anche di offesa) per le umiliazioni subite o che si potranno prospetticamente subire.

L’identità è un tema di sfondo pervasivo e virale, la sua idea sta alla base di scelte e modelli, alimenta aspettative e trasforma tipologie e confini, promuove, stimola e integra la maggioranza dei contenuti sul web.

L’identità, per quanto ambigua nella sua infinita frammentazione e totalizzante nella sua ipercentralizzazione64, è comunque troppo importante per poterne fare a meno65.

La sostenibilità prevede conoscenza e misura, chiede di far apparire una vocazione dal contesto, di farla risaltare nel paesaggio, di valorizzare il territorio.

 

Il progetto sostenibile inserisce e sviluppa una risonanza emotiva e funziona perché descrive e traduce narrazioni66.

Le correlazioni sono più profonde, attraversano la superficie, penetrano forma e materia. I conflitti, come i sentimenti, si imparano a conoscere e si mettono nella mappa della mente (individuale e collettiva): potenziano l’orientamento critico e la navigazione consapevole nei tanti dati che vengono interpretati, via via, come informazioni.

I conflitti (al pari di sentimenti ed emozioni) non sono negati ma vengono descritti, nominati per assumere un nuovo potere attrattivo.

E se si può dare un nome alle cose (materiali e immateriali che intrinsecamente configurano il progetto) allora si possiedono delle strategie di uscita e il progetto torna a rivestire concretamente il ruolo di risolutore, ma non in forma acritica, rimanendo in quella comfort zone dell’uguale-diverso tanto digitalmente seduttiva ed efficiente.

Nel progetto sostenibile si individua una struttura di linguaggio, capace di assumere gli statuti della discontinuità, come direbbe Foucault, in cui il contesto semantico non è solo la mera cerniera funzionale tra repertori di classificazione e interrogazioni indirizzate e facilitanti, ma l’espressione della potenza delle parole: vere azioni di riconoscimento in cui agisce la riflessione oltre alla risposta emotiva; perché nel progetto sostenibile si vive il tempo, non la velocizzazione del tempo.

Ulisse si ritira nel buio. Ha paura di farsi riconoscere perché il suo piano può fallire, svelando troppo presto la sua identità.

Euriclea potrebbe chiamare Penelope e forse un gesto e uno sguardo arrivano sulla moglie dell’eroe, ma è disattenta, perché Atena la trattiene in un contesto di gerarchie e di valori distante dal luogo in cui si sta per tendere l’arco sovrano67.

Quanto è scritto sul corpo rivela un segreto, che viene condiviso. Quanto è conservato ed elaborato nella memoria determina il riconoscimento e la sua rappresentazione, che è esatta e coerente.

Nel percorso di ritorno a Itaca molteplici sono state le criptazioni e i disvelamenti, ma ogni volta la narrazione, con la sua potente rappresentazione, ha assunto pura forza di progetto per risolvere i conflitti senza negarli.


NOTE

  1. Omero, Odissea, canto XIX, vv. 386-394, tr. it. di F. Ferrari, Utet, Torino 2005, pp. 681-683. È Euriclea, la nutrice di Ulisse, a compiere il riconoscimento. Etimologicamente è “colei la cui fama si diffonde ampiamente” da eurus (ampio) e kleos (fama, gloria); appare più come un’etimologia antifrastica, ossimorica come quella simbolica e criptata dell’Ulisse-Nessuno- Mendicante, ma da riferirsi non a un ambito pubblico-sociale quanto piuttosto a una dimensione intima. Nel canto XIX Ulisse ed Euriclea potrebbero attribuirsi la medesima età (traslazione temporale identitaria) e il vecchio mendicante (Ulisse era partito che aveva 25 anni mentre adesso ne ha 45) si nasconde nel buio per sfruttare l’invisibilità comprendendo che il lavaggio dei piedi può far riapparire il segno della cicatrice, ma è il senso del tatto ad attivare il riconoscimento. Poi la mano (di Ulisse) sarà quella che stringe la gola (di Euriclea) per impedirle di parlare (negazione dell’identità). La criptazione dell’identità era già stata perpetrata da Calipso (la nasconditrice di Ulisse per sette anni sull’isola di Ogigia) mentre a Itaca il riconoscimento avviene innanzitutto con Telemaco; scrive Vernant al proposito: “[…] Quando vede Ulisse in piedi davanti a lui, in carne ed ossa, che gli parla come fa un padre con il figlio, Telemaco si trova infine confermato nella propria identità di figlio. E Ulisse nello stesso momento si sente confermato nella sua identità di padre. Entrambi diventano termini di un rapporto sociale, umano, costitutivo della loro identità”, J-P. Vernant, L’universo, gli dèi, gli uomini, Einaudi, Torino 2000, p. 130. Con Euriclea il salto temporale riporta l’elemento identitario del riconoscimento a una rappresentazione: quando Ulisse fanciullo aveva 15-16 anni, alla sua iniziazione da kouros e alla cicatrice inferta dal cinghiale che è, ora, come scrive Vernant, un sema, una firma identitaria; un sema sul soma: scritto sul corpo. Sulla cicatrice dell’Odissea cfr. J-P. Vernant, L’universo, op. cit., pp. 129-132; mentre per le relazioni letterarie anche con Goethe, Schiller e il Vecchio Testamento con l’analogia dell’Abramo nel sacrificio di Isacco cfr. E. Auerbach, “La cicatrice di Ulisse”, in Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale (1956), vol. I, Einaudi, Torino 1977, pp. 3-29.
  2. Differences that make no difference, Bauman fa riferimento a un’affermazione di Charles Sanders Peirce riletta da William James, il filosofo del pragmatismo; cfr. Z. Bauman, Retrotopia, Laterza, Bari 2017, p. 19 e nota a p.172.
  3. M. Augé, Futuro, Bollati Boringhieri, Milano 2012, pp. 11-15.
  4. A. Maalouf, L’identità (1998), Bompiani, Milano 2009, p. 89.
  5. Byung-Chul Han, L’espulsione dell’Altro. Società, percezione e comunicazione oggi, Nottetempo, Milano 2017, pp. 31. Inoltre scrive il filosofo contemporaneo coreano: “La cultura del continuo paragone non ammette alcuna negatività dell’atopos, poiché rende tutto comparabile [vergleichbar], cioè Uguale [gleich]. In questo modo diventa impossibile l’esperienza della diversità atopica. La società dei consumi mira a eliminare la diversità atopica a favore delle differenze consumabili, eterotopiche, dal momento che la differenza è una positività che si oppone alla diversità atopica. Il terrore dell’autenticità, in quanto forma neoliberista di produzione e consumo, abolisce la diversità atopica. La negatività del totalmente Altro cede il posto alla positività dell’Uguale, del Diverso uguale”, ibid., p. 32.
  6. Ibid., pp. 30-38. traduce narrazioni. Le correlazioni sono più profonde, attraversano la superficie, penetrano forma e materia. I conflitti, come i sentimenti, si imparano a conoscere e si mettono nella mappa della mente (individuale e collettiva): potenziano l’orientamento critico e la navigazione consapevole nei tanti dati che vengono interpretati, via via, come informazioni. I conflitti (al pari di sentimenti ed emozioni) non sono negati ma vengono descritti, nominati per assumere un nuovo potere attrattivo. E se si può dare un nome alle cose (materiali e immateriali che intrinsecamente configurano il progetto) allora si possiedono delle strategie di uscita e il progetto torna a rivestire concretamente il ruolo di risolutore, ma non in forma acritica, rimanendo in quella comfort zone dell’uguale-diverso tanto digitalmente seduttiva ed efficiente. Nel progetto sostenibile si individua una struttura di linguaggio, capace di assumere gli statuti della discontinuità, come direbbe Foucault, in cui il contesto semantico non è solo la mera cerniera funzionale tra repertori di classificazione e interrogazioni indirizzate e facilitanti, ma l’espressione della potenza delle parole: vere azioni di riconoscimento in cui agisce la riflessione oltre alla risposta emotiva; perché nel progetto sostenibile si vive il tempo, non la velocizzazione del tempo. Ulisse si ritira nel buio. Ha paura di farsi riconoscere perché il suo piano può fallire, svelando troppo presto la sua identità. Euriclea potrebbe chiamare Penelope e forse un gesto e uno sguardo arrivano sulla moglie dell’eroe, ma è disattenta, perché Atena la trattiene in un contesto di gerarchie e di valori distante dal luogo in cui si sta per tendere l’arco sovrano67. Quanto è scritto sul corpo rivela un segreto, che viene condiviso. Quanto è conservato ed elaborato nella memoria determina il riconoscimento e la sua rappresentazione, che è esatta e coerente. Nel percorso di ritorno a Itaca molteplici sono state le criptazioni e i disvelamenti, ma ogni volta la narrazione, con la sua potente rappresentazione, ha assunto pura forza di progetto per risolvere i conflitti senza negarli.
  7. “La singolarità è qualcosa di completamente diverso dall’autenticità. L’autenticità presuppone la comparabilità. Chi è autentico è diverso dagli altri. Socrate però è atopos, imparagonabile. Egli non è soltanto diverso dagli altri, ma è diverso da tutto ciò che è diverso dagli altri”; ibid., p. 31.
  8. Z. Bauman, Retrotopia, op. cit., p. 18.
  9. D. de Kerckhove, La rete ci renderà stupidi?, Castelvecchi, Roma 2016, p. 37.
  10. 10 Byung-Chul Han, L’espulsione dell’Altro, op. cit., p. 48.
  11. 11 Ibid., pp. 47-48.
  12. 12 J. Baudrillard, L’altro visto da sé, Costa & Nolan, Genova 1987, p. 16, citato in Byung-Chul Han, L’espulsione dell’Altro, op. cit., p. 48; ma cfr. anche P. Virilio, L’università del disastro, Raffaello Cortina, Milano 2008, pp. 11-18. Sulla tematica del confine/soglia in relazione al concetto di frontiera cfr. Z. Bauman, La società sotto assedio, Laterza, Bari 2007, pp. 82-121.
  13. Z. Bauman, Vite di scarto, Laterza, Bari 2007, p. 36; aggiunge, inoltre, Bauman circa il rapporto manutenzione/progettazione: “Progettare ‘ha senso’ nella misura in cui non tutto, nel mondo esistente, è come dovrebbe essere. Ma la cosa ancor più importante è che il progettare vede riconosciuti i suoi meriti se quel mondo non è quello che potrebbe essere, considerati i mezzi disponibili o auspicati per cambiare le cose. Il fine della progettazione è assegnare più spazio al ‘buono’ e meno spazio, o nessun spazio, al ‘cattivo’. È il buono che fa del cattivo ciò che è: cattivo. Il ‘cattivo’ è lo scarto del miglioramento”, ibid., p. 37.
  14. Ibid., p. 39.
  15. L’esperienza nelle competizioni internazionali sviluppata dal Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi Ferrara e da Fassa Bortolo, prende avvio prima con il Premio Architettura Sostenibile nel 2003, a cui si affianca nel 2010 il Premio Domus Conservazione e Restauro, seguendo i periodi di celebrazione del decennale di fondazione della Facoltà di Architettura (1991-2001) per il primo, all’interno degli eventi Xfaf, e del ventennale per il secondo, nel quadro del progetto culturale XfafX. Il Premio Architettura Sostenibile (www.premioarchitettura.it) nasce dalla volontà di premiare e far conoscere a un ampio pubblico architetture che sappiano rapportarsi in maniera equilibrata con l’ambiente, che siano pensate per le necessità dell’uomo e siano capaci di soddisfare i bisogni delle nostre generazioni senza limitare, con il consumo indiscriminato di risorse e l’inquinamento prodotto, quelli delle generazioni future. È una competizione che negli anni ha acquisito un importante respiro internazionale, con il ruolo di presidente di giuria svolto da Thomas Herzog. Come viene ben delineato nel testo dello stesso Herzog in apertura del volume, la strategia della variazione dei membri di giuria esterni al Dipartimento di Architettura non è casuale; essa è impostata su un approccio inclusivo, che permette di coinvolgere saperi e sensibilità, soprattutto correlati a una visione internazionale dei paesi coinvolti attraverso la scelta dei giurati. In questo modo ogni edizione della competizione è diversa e si gettano le basi per allargare la visione sostenibile e incrementare nuovi ambiti tematici, sperimentali, partecipativi. Inoltre è bene ricordare che i lavori della giuria identificano una short list, che è già un punto di arrivo importante per molto partecipanti, che possono poi trovare le proprie proposte premiate con medaglie d’oro o d’argento e menzioni. Le menzioni sono state negli anni sempre più valorizzate, perché allargano lo spettro delle tematiche del premio, declinano altre modalità di interpretare l’art. 1 del bando e propongono approcci e diversità che possono poi risultare oggetto di premiazione nelle edizioni successive a fronte di candidature più autorevoli, qualificate e coerenti. È una strategia che si autoalimenta con successo. Il Premio poi è diventato biennale, alternando la selezione delle opere realizzate con quella delle tesi di laurea, di dottorato e di specializzazione, che non vengono presentate in questo volume. È stato un altro cambiamento che si è reso necessario per due motivi. Da un lato le candidature della sezione tesi di laurea aumentavano di anno in anno e dall’altro la sezione opere realizzate richiedeva un lavoro sempre più complesso e impegnativo di segreteria per la diffusione, la promozione e lo scouting internazionale. La biennalità ha permesso di creare un luogo e un tempo di lavoro e di premiazione corretti e qualificati per la giuria e per tutti i giovani partecipanti alla sezione tesi, mentre per le opere realizzate avere a disposizione due anni di lavoro per compiere tutti i passaggi necessari alla selezione e al contatto con i progettisti appare ora il minimo indispensabile. La sezione delle tesi di laurea, di dottorato e di specializzazione del Premio Architettura Sostenibile è inoltre diventata una competizione su scala nazionale, nel confronto con le diverse Scuole di Ingegneria, Architettura e Design del prodotto industriale di tutte le Università italiane: progetti che vengono selezionati da una giuria tutta internazionale, scelta da un comitato scientifico presieduto da Thomas Herzog; in queste ultime edizioni si sono alternati come presidenti della giura Victor López Cotelo e Werner Lang. Dal 2017 si è integrata nella struttura del Premio anche una segnalazione speciale che vuole far risaltare il grado di innovazione tecnologia della filiera produttiva italiana: il Premio Speciale Fassa Bortolo, un riconoscimento che viene assegnato a coloro che nel rispetto dei principi della sostenibilità e della qualità architettonica abbiano saputo utilizzare le soluzioni appartenenti al Sistema Integrato Fassa Bortolo ovvero ai principali Sistemi ad esso connessi. Un Premio Speciale, che, proprio nella sua prima edizione del 2017, è stato assegnato al progetto realizzato vincitore anche di una Menzione d’Onore ai progettisti Alvisi Kirimoto + Partners Srl per il progetto Podernuovo a Palazzone Cantina Bulgari, che è stato selezionato dai curatori per la scelta dell’immagine di copertinadi questo volume.
  16. Z. Bauman, Vite di scarto, op. cit., p. 42.
  17. Id., Retrotopia, op. cit., p. 78.
  18. Cfr. F. Laplantine, Identità e meticciato, Elèuthera, Milano 2010.
  19. Cfr. M. Balzani, Spazio intersecato. Percorsi di confine e tematismi di aggregazione per il rilievo, la rappresentazione e i progetto, Maggioli, Rimini 2017.
  20. Cfr. P. Virilio, L’arte dell’accecamento, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. 7-27.
  21. A. Tabucchi, “La via Lattea”, in J. Cortázar, Carte inaspettate, Einaudi, Torino 2012, p. XI; inoltre, a parte la citazione letteraria della splendida prefazione, che apre al fantastico pur seguendo una logica spazio-tecnologica (anche se alla Cortázar), sul tema cfr. A. Vidler, Il perturbante dell’architettura. Saggi sul disagio nell’età contemporanea, Torino, Einaudi, 2006.
  22. K. Lewin, Tempo e identità (1981-1983), Quodlibet, Macerata 2020, p. 77-78.
  23. 23 Cfr. G. Barbujani, L’invenzione delle razze, Bompiani, Milano 2018.
  24. 24 K. Lewin, Tempo e identità, op. cit., pp. 39-40. Il ragionamento è un po’ complesso e si domanda Lewin: “La questione della causa e dell’effetto di un accadimento ha infatti lo stesso significato della domanda: qual era l’evento nei momenti temporali precedenti e quale sarà nei successivi? La domanda sulla causa e sull’effetto presuppone dunque che l’evento, che ha luogo istantaneamente in una qualche forma, sia già esistito prima ed esisterà dopo. […] Causa ed effetto sono posizioni di ciò che si conserva in modo identico nella successione temporale e ogni domanda intorno alla causa o all’effetto contiene pertanto l’affermazione della conservazione di quegli oggetti riguardo ai quali essa viene posta”. Il tema è particolarmente interessante riguardo al concetto di condizione umana in relazione alla visione etnologica dei processi di selezione e adattamento. Claude Lévi-Strauss nel suo scritto “Razza e cultura”, che fece scandalo nell’ambito della conferenza UNESCO del 1971 (dove era stato chiamato a una lectio magistralis d’apertura dell’Anno internazionale contro il razzismo), entra nel merito del dato della diversità alla base del concetto di diseguaglianza tra le culture, “riconducibile alla coesistenza, nello stesso spazio e nello stesso tempo, di culture che possono essere viste come altrettante testimonianze – vestigia, sopravvivenze, antiche forme ritenute immobili – delle tappe successive di un’avanzata verso un progresso di cui sarebbe già stata definita, a priori, l’intenzionalità”, M. Izard, Prefazione, in C. Lévi-Strauss, “Razza e storia. Razza e cultura”, Einaudi, Torino 2002, pp. X-XI.
  25. Ibid., p. X.
  26. “[…] L’etnologia contemporanea intende  scoprire e formulare le leggi d’ordine in vari registri del pensiero e dell’attività umana. Esse sole, invarianti attraverso le epoche e le culture, potranno permetter di scavalcare l’antinomia apparente tra l’unicità della condizione umana e la pluralità apparentemente sconfinata delle forme sotto cui la percepiamo”, C. Lévi-Strauss, Razza e storia. Razza e cultura, op. cit., p. 94.
  27. “[…] In parte, sono residui di tradizioni acquisite nei vari tipi di strutture sociali attraverso cui ogni gruppo umano è passato nel corso della sua lunghissima storia; in parte, sono regole accettate o modificate consapevolmente in vista di uno scopo ben definito. Ma è indubbio che, fra gli istinti ereditati dal nostro patrimonio biologico e le regole ispirate dalla ragione, la massa delle regole incoscienti rimane la più importante e la più efficace, dal momento che la ragione stessa, come avevano capito Durkheim e Mauss, è piuttosto un prodotto che una causa dell’evoluzione culturale”, ibid., p. 92.
  28. L. Guidetti, “Il problema della genidentità in Kurt Lewin”, in K. Lewin, Tempo e identità, op. cit., p. 25.
  29. Ibid., pp. 24-27.
  30. K. Lewin, Tempo e identità, op. cit., p. 49.
  31. “Il che significa due cose: anzitutto che il ‘progresso’ (se questo termine è ancora adatto a designare una realtà diversissima da quella a cui era stato in un primo tempo applicato) non è né necessario né continuo; procede a salti, a balzi, o, come direbbero i biologi, per mutazioni! […] L’umanità in progresso non assomiglia certo a un personaggio che sale una scala, che aggiunge ad ogni suo movimento un nuovo gradino a tutti quelli già conquistati, evoca semmai il giocatore la cui fortuna è suddivisa su parecchi dadi e che, ogni volta che li getta, li vede sparpagliarsi sul tappeto, dando luogo via via a computi diversi. Quel che si guadagna sull’uno, si è sempre esposti a perderlo sull’altro, e solo di tanto in tanto la storia è cumulativa, cioè i computi si addizionano in modo da formare una combinazione favorevole”, C. Lévi-Strauss, Razza e storia. Razza e cultura, op. cit., p. 19.
  32. L. Guidetti, Il problema della genidentità, op. cit., p. 28.
  33. “Il mondo dei quanti è quindi più tenue di quello immaginato dalla vecchia fisica, è fatto solo di interazioni, accadimenti, eventi discontinui, senza permanenza. È un mondo con una trama rada come un merletto di Burano. Ogni interazione è un evento, e sono questi eventi lievi ed effimeri che costituiscono la realtà, non i pesanti oggetti carichi di proprietà assolute che la nostra filosofia poneva a supporto di questi eventi”, C. Rovelli, Helgoland, Adelphi, Milano 2020, p. 92.
  34. C. Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, Milano 2017, p. 60.
  35. Id., Helgoland, op. cit., pp. 42-49.
  36. Id., L’ordine del tempo, op. cit., p. 76.
  37. M. Foucault, Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane (1966), Rizzoli, Milano 2007, p. 65.
  38. Ibid., p. 65. In questa visione erosiva, prodotta da un processo apparentemente negativo a togliere, è interessante citare quello che “diceva già Chamfort: ‘La società non è, come per lo più si crede, lo sviluppo della natura, ma la sua decomposizione. È un secondo edificio costruito sulle macerie del primo’”; sono parole estratte da “Maximes et pensées” citate in C. Lévi-Strauss, Razza e storia. Razza e cultura, op. cit., p. 92.
  39. M. Foucault, Le parole e le cose, op. cit., p. 73.
  40. B. Vecchi (a cura di), Zygmunt Bauman. Intervista sull’identità, Laterza, Bari 2009, p. 31.
  41. “Il thymós è la parte dell’anima che ambisce al riconoscimento della dignità; l’isotimia è l’esigenza di essere rispettati su una base paritaria con gli altri; mentre la megalotimia è l’ambizione di essere riconosciuti come superiori. […] Interi paesi possono sentirsi non rispettati, e questo ha alimentato un nazionalismo aggressivo, come può accadere ai seguaci di una religione che sentono denigrata la propria fede. L’isotimia continuerà dunque a stimolare richieste di riconoscimento paritario, che molto difficilmente potranno mai essere pienamente soddisfatte. L’altro grande problema è la megalotimia. […] La megalotimia prospera nell’eccezionalità: correre grandi rischi, impegnarsi in conflitti colossali, perseguire effetti di grande portata, perché tutte queste cose portano a riconoscersi superiori agli altri”, F. Fukuyama, Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi (2018), Utet, Milano 2019, p. 13.
  42. Ibid., p. 23.
  43. Ibid., pp. 24-25.
  44. “Lo star dentro è ovviamente l’intenzione primaria del concetto di luogo, rappresenta cioè una posizione qualsiasi al riparo dall’esterno. Solo quando l’uomo ha definito quali siano l’interno e l’esterno è veramente possibile affermare che abita. Le esperienze e i ricordi dell’individuo possono essere localizzati per via di questa definizione e lo spazio interno viene ad esprimere l’intimo della sua personalità. Specialmente durante gli anni di formazione, l’identità è in stretta relazione con l’esperienza del luogo”, Christian Norberg- Schulz, Esistenza, spazio e architettura, Officina edizioni, Roma 1975, p. 41, citando G. Bachelard di Poetique de l’espace (1959). Confronta inoltre AA.VV., Memoria Identità Luogo. Il progetto della memoria, Maggioli, Rimini 2012.
  45. Byung-Chul Han, L’espulsione dell’Altro, op. cit., p. 28.
  46. Ibid., p. 36.
  47. Ibid., p. 53.
  48. Umberto Galimberti nella trasmissione radiofonica “Uomini e profeti” sui Radio-Tre, ideata e condotta da Gabriella Caramore, del 7 marzo 2019.
  49. Ibid.; e aggiungeva: “I figli devono crescere liberi? La libertà di crescere è condizionata dalle condizioni economiche: i ricchi possono revocare le scelte per tutta la vita, ma i poveri non possono revocare nessuna scelta. Il limite dell’esercizio della libertà è economico. La libertà è stata pensata come massima possibilità di revocare le scelte”.
  50. La falsa idea di libertà di avere la possibilità di vivere i propri sogni. Sul branding delle identità attivabile nella pedagogia consumistica confronta, attraverso tanti modelli ed esempi, anche B.R. Barber, Consumati. Da cittadini a clienti, Torino, Einaudi 2010, pp. 243-310; su questo tema inoltre, in relazione alle azioni di complicità e mimetismo, dal punto di vista antropologico cfr. M. Augé, La guerra dei sogni. Esercizi di etno-fiction, Eleuthera, Milano 2011, pp. 15-30.
  51. “Scoraggiare l’autonomia adulta è, in ultima analisi, semplicemente una strategia di marketing per incoraggiare atteggiamenti puerili. Ma il marketing diventa tutto quando l’identità stessa viene modellata in base alle sue necessità e il mondo intero viene subordinato ai bisogni di marketing della società dei consumi. Perché il risultato non è solamente una società privatizzata, commercializzata, infantilizzata e marchiata, ma una società sempre più totalizzante nella sua stretta commerciale sulle nostre vite, che toglie il respiro da ogni ambito per dare vigore al settore dedicato al consumo”, ibid., p. 310. Inoltre in rapporto alla tematica della colonizzazione dell’immaginario, tra sostituzione e sovrimpressione di memoria collettiva e individuale, cfr. M. Augé, La guerra dei sogni, op. cit., pp. 87-120. Sul potenziale seduttivo di queste trasformazioni dei comportamenti confronta due volumi sempre attuali: il primo sicuramente preconizzante di quanto sarebbe poi accaduto, J. Baudrillard, Le strategie fatali (1983), Feltrinelli, Milano 2007; il secondo più metodologicamente sistematico, Id., Della seduzione (1979), SE, Milano, 1997; e inoltre il più recente G. Lipovetsky, Piacere e colpire. La società della seduzione, Raffaello Cortina, Milano 2019.
  52. Cfr. K.A. Appiah, La menzogna dell’identità. Come riconoscere le false verità che ci dividono in tribù, Feltrinelli, Milano 2019, pp. 24-25. Per le etichette/norme riferite al genere e sull’interiorizzazione delle abitudini che si associa all’identità (hexis corporea) in rapporto all’insieme di pratiche sociali legate alla corporeità (abbigliamento, postura, presentazione di sé, ecc.), costituendo quell’habitus, in cui “il mondo è comprensibile e immediatamente dotato di senso perché il nostro corpo ha acquisito un sistema di disposizioni derivante dall’esposizione prolungata al mondo”, confronta P. Bourdieu, Il senso  pratico, Armando Editore, Roma 2005; e anche Id., L’habitus e lo spazio degli stili di vita, in “La distinzione. Critica sociale del gusto”, il Mulino, Bologna 2011, pp. 173-219.
  53. “Le identità dominanti pretendono di essere trattate come fonte di autorità; mentre le identità subordinate sono destinate a essere calpestate o ignorate”, ibid., p. 27. Questo ragionamento apre, dal punto di vista sociale, alla creazione anche della superidentità, descritta da Erik Erikson in “Infanzia e società” nel 1950 e citata ibid., pp. 19-20.
  54. Morfologia sessuale standard: sesso (condizione biologica) e genere (insieme di idee su cosa sono un uomo e una donna e su come si devono comportare), ibid., pp. 32-33.
  55. “La configurazione di una identità può essere contaminata da altre identità concomitanti.” Vedi ad esempio il peso sociale di una identità (reddito, aspetto fisico, età, lavoro), ibid., p. 34.
  56. K.W. Crenshaw, Mapping the Margins: Intersectionality, Identity Politics, and Violence Against Women of Colors, in “Stanford Law Review”, vol. 43, n. 6, luglio 1991, pp. 1241-1299, richiamato in K.A. Appiah, La menzogna dell’identità, op. cit., pp. 35-36 e nota p. 250.
  57. Cfr. M. Balzani, N. Marzot (a cura di), Architetture per un territorio sostenibile. Città e paesaggio tra innovazione tecnologica e tradizione, Skira, Milano 2010; e inoltre cfr. G. Minguzzi (a cura di), Architettura Sostenibile. Una scelta responsabile per uno sviluppo equilibrato, Skira, Milano 2008; e Id., Architettura Sostenibile. Processo costruttivo e criteri biocompatibili, Skira, Milano 2006.
  58. Per Hegel l’unica soluzione era il riconoscimento universale che è il contrario delle attuali politiche delle identità sviluppate dalle democrazie liberali; cfr. F. Fukuyama, Identità, op. cit., p. 15.
  59. Cfr. S.P. Huntington, La terza ondata. I processi di democratizzazione alla fine del XX secolo, Il Mulino, Bologna 1998.
  60. cfr. F. Fukuyama, Identità, op. cit., pp. 9-25.
  61. Ibid., pp. 10-11.
  62. L. Diamond, Facing Up to the Democratic Recession, in “Journal of Democracy”, 1 (2015), n. 26, pp. 141-155; citato in F. Fukuyama, Identità, op. cit., nota a p. 99.
  63. Ibid., p. 21. Per fare chiarezza sul valore e sul potere di questo sentimento confronta anche M. Scheler, Il risentimento (1919), Chiarelettere, Milano 2019.
  64. Cfr. F. Fukuyama, Identità, op. cit., p. 196.
  65. “Il rimedio a questo non consiste nell’abbandonare l’idea di identità, che rappresenta un aspetto troppo importante del modo in cui gli individui moderni vedono se stessi e le società che li circondano, ma nel definire identità nazionali più ampie e più capaci di integrazione, che prendano atto della varietà di fatto delle esistenti società democratiche liberali”, ibid., p. 138.
  66. U. Galimberti, “Uomini e profeti”, op. cit.
  67. J-P. Vernant, L’universo, gli dèi, op. cit., p. 132.

TRATTO DAL LIBRO (con autorizzazione dell'Autore e dell'Editore)

Architettura e sostenibilità. Innovazione e sperimentazione tra ambiente costruito e paesaggio

Architettura e sostenibilità. Innovazione e sperimentazione tra ambiente costruito e paesaggio

a cura di R. Di Giulio, M. Balzani

ISBN: 978-88-572-3990-3

Editore: SKIRA

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