Tendenze del settore della costruzione tra digitalizzazione, neutralità climatica e inclusione sociale

Una riflessione del prof. Angelo Ciribini sul ruolo della digitalizzazione in relazione ad alcuni temi cruciali del nostro tempo che coinvolgono direttamente il settore della costruzione e dell'immobiliare.


Un esercizio per comprendere le istanze attuali

Si potrebbe, per assurdo, forse proporre un esercizio in cui alcune parole cruciali del nostro tempo, quali ambiente, circolarità, clima, digitalizzazione, inclusione, resilienza, sostenibilità, fossero, paradossalmente, cancellate per comprendere meglio le istanze attuali.

É evidente, in ogni caso, che ci si trovi in un contesto evolutivo particolarmente significativo, ma altrettanto incerto, in cui vi sono chiari intenti per attuare riconfigurazioni e riforme attinenti al prodotto, al servizio e, infine, al processo all'interno del settore della costruzione e dell'immobiliare.

Tale comparto viene, del resto, a rivestire una parte centrale entro il Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza (PNRR), il quale, all'insegna di «Italia Domani» si propone come fulcro di una sorta di strategia industriale di medio termine e che dovrebbe rappresentare, se attuato correttamente, il presupposto per rendere strutturale la mutualizzazione del debito in ambito comunitario, con quanto ne consegue per gli investimenti in cespiti immobiliari e infrastrutturali in Italia e in Europa.

La prima questione su cui riflettere è in che misura i significativi investimenti, correlati al Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza (PNRR) e al Piano Nazionale degli Investimenti Complementari (PNC), stimolando fortemente il versante della domanda pubblica e privata, siano in grado non solo di dare vita a un capitale fisso sociale capace di abilitare la riconversione di cui precedentemente si discorreva, ma pure di guidare la rivisitazione del versante dell'offerta privata, e di farlo in maniera proattiva e non reattiva.

 

Tendenze del settore delle costruzioni e dell'immobiliare

 

Il ruolo della digitalizzazione

Sotto questo profilo, la digitalizzazione dovrebbe, o almeno potrebbe, indurre una riconfigurazione della catena di fornitura e un riposizionamento su di essa degli operatori in base al valore prodotto.

Lo spartiacque dato dalla pandemìa, che, invero, stenta a uscire da una condizione emergenziale, riguarda, tuttavia, l'esasperazione di alcune tendenze di carattere ambientale, circolare, resiliente e sociale, già bene evidenti nella Renovation Wave Strategy, poi riprese dalla Recovery and Resilience Facility.

Per alcuni versi, la riconversione «verde» del prodotto (del componente edilizio o infrastrutturale così come del cespite immobiliare o infrastrutturale) potrebbe, anch'essa, in analogia a quella legata all'elettrificazione dell'autoveicolo, contribuire alla rivisitazione della Strategic Supply Chain a cui si accennava precedentemente, ma, i riferimenti al ciclo di vita, all'energia pulita, alla povertà energetica, e così via, mettono in evidenza, su un piano analitico e pragmatico, un insieme di elementi valoriali consacrati, in termini più generali, dagli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile promossi dalle Nazioni Unite, a cui si rapporta anche la recente strategia britannica.

La centralità del dato, in questa prospettiva, non è un assunto in se medesimo, bensì appare come un fattore abilitante le categorie summenzionate, ma, al contempo, non è chiaro con che intensità queste ultime possano essere davvero interiorizzate dal settore, a prescindere dalla adesione formale, intrinsecamente obbligata dallo spirito del tempo.

D'altra parte, la maturità digitale, accompagnata dalla transizione ecologica, appare seguire percorsi la cui direzione e la cui velocità non sembrano così agevolmente prevedibili e orientabili, anche in virtù della loro eterogeneità, così come quella dei suoi destinatari.

Per prima cosa, perciò, occorre riflettere sulla sincerità, o meglio sulla profondità e sulla intensità con cui i versanti della domanda e dell'offerta intendano agire sulla natura ultima, sulla essenza vera e propria dei prodotti che si vorrebbero innovativi, in relazione agli ostacoli presentati dalla struttura radicata dei mercati, per quanto, evolutivi.

Il ripensamento delle catene di fornitura richiama, peraltro, sia la questione dimensionale, di cui il nanismo è icona, sia il possibile ingresso di nuove entità nella regia delle operazioni di rigenerazione urbana, come il dispositivo del Super Bonus 110% dimostra attraverso il cosiddetto General Contractor, ma i casi di Katerra e di WeWork testimoniano delle peculiarità deterrenti del settore verso player che si annunciano trionfalmente quali disruptive.

É però, sul piano del processo che le mutazioni potrebbero apparire più evidenti, laddove sussistono alcuni elementi cruciali: le politiche tese al conseguimento della neutralità climatica (che implicano determinate azioni a livello urbano e territoriale), la tematica della inclusione sociale (di cui è emblema il Social Housing), la semi autonomia dei beni immobiliari e infrastrutturali interconnessi (di cui il simbolo è l'Autonomous Building) e i lasciti della pandemìa (che presuppongono un  rilancio della nozione di Ready & Healthy Building e di schemi di certificazione come, ad esempio, il WELL).

Lo scenario appena descritto si articola, in realtà, in una miriade di tematiche specifiche, in costante dilatazione, sempre meno facilmente sintetizzabili, ma, al fondo, si intravede la sfida principale, che verte sulla possibilità di servitizzare il prodotto e di sfruttare la digitalizzazione del processo per customizzare il più possibile l'offerta alla (singola) persona, come indicano le locuzioni di edificio intelligente, reattivo, cognitivo, giovevole, e così via dicendo, sino all'autonomo.

Come, dunque, porre a sintesi uno spettro di intenzioni e di obiettivi così vasto e, per certi versi, disomogeneo, a fronte di una struttura del settore che permane dis-integrata, identitaria, antagonistica e che, per quanto gli ultimi lustri abbiano illustrato molte dinamiche differenti dal passato, ha offerto con successo una notevole resistenza al cambiamento strutturale e sistemico, accettando modifiche contingenti o parziale?

Non appare credibile, specie per il contesto nazionale, identificare univocamente in maniera riduzionista una possibile soluzione nel rilancio della industrializzazione edilizia: semmai, sarebbe opportuno introdurre nel comparto una cultura industriale, che è altra cosa.

É chiaro, perciò, che, a fronte di policy comunitarie che inevitabilmente si focalizzano sull'intervallo che comprende tutte le tematiche evocate, ciascun movimento di pensiero e ogni rappresentanza tenderà a enfatizzare e a sottolineare gli aspetti che ritiene più critici e sensibili, declinandoli nella maniera meno minacciosa per le condizioni correnti degli operatori e dei mercati, innanzi, peraltro, a narrazioni che promettano grandi benefici, ma anche grandi sconvolgimenti.

D'altronde, alcuni di queste «rivoluzioni» passano, non a caso, attraverso la nozione di «scarsità»: del dato, dell'alloggio, dei materiali e, soprattutto, della manodopera, parola che, in realtà, cela lo spettro ampio delle abilità e delle conoscenze manuali e intellettuali e l'attrattività che il settore possa esercitare sui migliori esponenti delle nuove generazioni.

Secondo questa prospettiva, la cosiddetta Platformization risulta decisiva, non tanto in virtù delle Product Platform, che rimanda alla industrializzazione edilizia, quanto per le Technology Platform, che investono il vissuto quotidiano delle persone, vale a dire degli utenti di edifici e di infrastrutture sempre più interagenti e interattive.

Si tratta, a questo proposito, di riconfigurare (demolire, ricostruire, costruire, recuperare, conservare) i cespiti attorno a una comprensione «individuale» delle esigenze, dei pensieri e delle emozioni degli utenti: non per nulla, si ragiona di esperienze, di emozioni, di interazioni (Man-To-Built Asset Relationship).

In un certo senso, per quanto ossimorico ciò possa sembrare, il futuro della costruzione, la cui matericità è irrinunciabile, dipende sempre più dalle categorie della intangibilità.

La relazione e l'interazione tra cespiti e utenti (fruitori e consumatori) comportano, pertanto, forti implicazioni di carattere etico che sono interamente iscritte nello spazio dell'Artificial Intelligence of Things, dei Digital Twin o Mirror, dei Data Space (in particolare, di GAIA-X), ma che prosaicamente nasce dai Digital Building Permit e dai Digital Building Logbook.

Tutto questo, però, si scontra, o almeno si confronta con un contesto di realtà quotidiana del mercato domestico e degli operatori che necessita di agenzie che orientino e di Digital Innovation Hub che avvicinino gli attori ai metodi e, ovviamente, agli strumenti.

Ma, ormai, non si tratta più di metodi e di strumenti per la digitalizzazione, bensì per la modernizzazione della società, che si nutre di ambientale, di circolare, di climatico, di inclusivo, di sostenibile.

La strategia britannica è, infatti, improntata ai Living & Societal Service, ibridando Natural & Built Environment.

L'intenzione originaria dell'approccio britannico al BIM, sin dai primi anni, così come evidenziato da Mark Bew, era legata ai Social Outcome.

In questa accezione, la commistione tra ambiente naturale e ambiente costruito (che, non casualmente, nel Regno Unito, induce a discorrere di National Digital Twin) è, sostanzialmente, intimamente «(meta-)politica», nel senso etimologico, tanto più che il perseguimento, tra gli altri, della neutralità climatica accomuna l'opinione pubblica in molti Stati Membri e Paesi Europei.

Per certi versi, si potrebbe affermare che la dilatazione progressiva delle applicazioni legate alla centralità del dato si unisce a una incrementale focalizzazione sui contenuti valoriali propri dei cespiti immobiliari e infrastrutturali, che, di fatto, sono gli stessi della cittadinanza comunitaria ed europea emergente.

L'inclusione sociale o la neutralità climatica sono aspetti palesi di questo orientamento, ma, ad esempio, la struttura territoriale della salute pubblica, evidenziata dalla pandemìa, unitamente ai temi della «società che invecchia» e degli immobili «salubri», spiega bene come, in definitiva, la scommessa per il settore della costruzione e dell'immobiliare debba coniugare il ciclo della vita dei cespiti fisici con il ciclo delle vite degli esseri umani che vi si rapportano.

Del resto, lo stesso SARS-CoV-2, nella misura in cui è airborne transmitted, è un agente (patogeno) dell'ambiente costruito.