Non di solo Bonus vive la professione

Non dobbiamo perdere il valore della cultura professionale. Perchè in tutto questo rumore, la cultura professionale, se ascoltata e valorizzata è un inno alla vita.


Il "fare presto" si è tradotto in minore attenzione alla qualità sotto diversi aspetti

È indubbio che oggi l’attenzione del Paese e del settore delle costruzioni oggi sia concentrato su due temi: i Bonus e il PNRR.

D’altronde è grazie ad essi che oggi chi opera - con qualsiasi funzione - in questo ambito abbia lavoro in abbondanza al punto da non trovare professionisti, imprese, prodotti, manodopera per soddisfare tutte le richieste.

Si tratta di due strumenti che hanno un fine comune, quello di migliorare la qualità dell’ambiente costruito, ma l’ossimoro che si è creato, forse per una errata progettazione degli stessi, forse per un problema di cultura generale, è quello di avere affiancato al valore della qualità la prestazione della velocità, scandita da una sorta di gioco delle scadenze, che si spostano, che cambiano i parametri, che hanno portato a un mercato schizzofrenico in cui l’obiettivo non è «fare qualità», ma «fare presto».

Questo accade in particolare per il tema dei bonus, anche perchè mentre per il PNRR si è data la precedenza alla definizione di un contesto normativo che potesse facilitarne l’attuazione, per quanto riguarda i bonus si è proceduto in ordine sparso con una serie di provvedimenti normativi in ordine sparso che con l’obiettivo di semplificarne l’attuazione hanno invece non solo creato maggiore confusione - come dimostrano alcune riflessioni pubblicate su Ingenio da Ermete Dalprato - ma hanno portato a un abuso sull’uso che ha poi richiesto l’emanazione del decreto antifrodi.

Lascerò ad altri il compito di quest’analisi tecnica per concentrarmi su un'altra vittima dell’attuale mercato delle costruzione: la cultura del costruire.

Il «fare presto» si è infatti tradotto in minore attenzione alla qualità del progetto, alla qualità del costruire, alla qualità del controllo. Il fare presto ha portato infatti spesso a ignorare l’importanza del concorso di progettazione come strumento di selezione e individuazione della migliore idea progettuale, che è poi l’aspetto centrale per l’avvio di un qualsiasi percorso di qualificazione dell’ambiente costruito.

E così si è tolto peso e valore all’importanza del tempo di riflessione, di confronto, di ideazione, si è eliminata quella fase necessaria in cui ci si concentra sulle scelte, sulla valutazione delle migliori soluzioni e di quelle che potrebbero essere le conseguenze dirette e indirette di ogni azione sul territorio e sul costruito. 

In questi anni ho visto spendere cifre incredibili per rifare il trucco di vecchi palazzi decrepiti e insicuri, ho visto realizzare ciclabili che si inseriscono con percorsi contorti tra incroci, parcheggi, fermate dei bus e dehors improvvisati, ho visto ponteggi che fino a qualche anno fa facevano parte dei post social ironici su quello che ancora si fa in alcuni paesi del terzo mondo, ho visto piazze che invece dell’inclusione servono solo ad aumentare il calore cittadino e l’impermeabilizzazione del suolo, ho visto edifici che per scimmiottare il bosco verticale hanno foreste sui terrazzi senza alcun soluzione progettuale che consenta poi di gestirne la crescita entro e fuori terra, ho visto tavoli con le ruote entrare e uscire dalle scuole, ho visto costruire capannoni a fianco di edifici industriali abbandonati…

 

Necessario valorizzare la cultura tecnica, umanistica e sociale

E tutto questo mi porta a pensare quanto sia importante, anche in un momento come questo, non perdere di vista quello che è il valore più importante da preservare, valorizzare, per la nostra professione, quello della cultura, che non è solo tecnica, ma è anche umanistica e sociale, basata sulla conoscenza storica oltre che dell’innovazione, che va oltre il mero rispetto della norma, che ama le soft law e il confronto.

E mi porta a ricordare una bellissima frase del film del mio conterraneo Federico Fellini nel film la voce della luna "Ma certo. Che ne potete sapere voi? Avete mai sentito il suono di un violino? No. Perché se aveste ascoltato le voci dei violini come le sentivamo noi, adesso stareste in silenzio, non avreste l'impudenza di credere che state ballando. Il ballo è... è un ricamo... è un volo... è come intravedere l'armonia delle stelle... è una dichiarazione d'amore... Il ballo è un inno alla vita.»

Sì, in tutto questo rumore, la cultura professionale, se ascoltata e valorizzata è un inno alla vita.

 

Andrea Dari-Editore e direttore di INGENIO