Restauro: "la ricerca deve intrecciare i saperi per migliorare le pratiche"

Qual è il vero senso della ricerca sul restauro? Quale supporto offre la tecnologia digitale? Quando inizia e quando finisce un progetto di restauro? Quali competenze dovrebbe avere chi si occupa di restauro, recupero e conservazione?

Sono solo alcune delle domande che il Direttore di Ingenio Andrea Dari ha rivolto a Stefano della Torre, Ordinario di Restauro al Politecnico di Milano e Presidente della Società Italiana per il Restauro dell'Architettura (SIRA).


Conservazione e valorizzazione non vanno mai disgiunte da sicurezza, efficienza energetica e funzionalità

Andrea Dari

Qual è oggi il senso della ricerca sul restauro? Che contaminazioni ci sono con le altre specializzazioni?

Stefano Della Torre

La disciplina del restauro è una disciplina progettuale e operativa, fortemente specializzata, capace di applicare e incrociare molte diverse competenze. Per indesiderata conseguenza di banali tecnicismi introdotti nel sistema universitario, spesso correzioni di storture che però data la complessità del sistema hanno generato altre storture a catena, negli ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva separazione della ricerca universitaria dal mondo delle professioni. I giovani docenti sono disincentivati dal fare esperienza applicativa, e questo tipo di competenze viene poco apprezzato nei concorsi, dove il settore è unito a quello della storia, e quindi si valutano le ricche bibliografie più che il saper fare e conoscere le ragioni del fare.

Si corre così il rischio di avere una didattica sempre più astratta e professionisti sempre più ignoranti (nello specifico, s’intende). Anche perché tutti gli architetti credono di poter fare i restauri, e raramente hanno l’onestà intellettuale di applicare quell’articolo del codice deontologico per cui un professionista non dovrebbe assumere incarichi che non è preparato a svolgere. Del resto i programmi didattici relegano il restauro a pochi crediti, come se in Italia l’intervento sull’esistente fosse una componente marginale del mercato.

Certo il restauro è difficile, perché richiede di padroneggiare sia i valori culturali che le tecniche d’intervento. Non dico che si debba essere superdonne o superuomini, siamo persone normali ma consapevoli, appassionate, spregiudicate e curiose: i requisiti per trovare soluzioni progettuali ai problemi reali, che non sono mai semplici, per cui quindi non bastano le soluzioni riduttive tipiche dei tecnici “a una dimensione”.

Nel restauro di un edificio storico il tema primario, che è quello della conservazione e valorizzazione delle ragioni per cui l’edificio viene conservato, non va mai disgiunto dalla funzionalità, dalla sicurezza, dalla efficienza energetica, dall’economicità di gestione. Chi si immagina il restauro come il settore dei noiosi, eruditi fuori dal mondo che frenano il progresso, non ci conosce, e quando ci confrontiamo sui temi pratici di solito fa delle gran brutte figure. Per fare un esempio, si tenga conto che nelle nostre scuole di specializzazione si impartiscono più crediti formativi su aspetti avanzati di statica e sismica delle strutture in muratura che nei corsi di ingegneria.

Il progetto di restauro, quindi, è quasi sempre un lavoro di collaborazione, in cui c’è poca autorialità e tanta ricerca di soluzioni ad hoc, mai ripetitive, per problemi indagati a fondo. Di conseguenza, la ricerca è a sua volta un campo potenzialmente vastissimo, in cui di solito lavoriamo non da soli, ma collaborando con ricercatori di altre discipline. In effetti dentro l’accademia ci sono le discipline, ma fuori ci sono i problemi reali, e la ricerca deve intrecciare i saperi per migliorare le pratiche.

Non a caso la rivista che la SIRA si accinge a lanciare si chiamerà “Intrecci”, riprendendo il titolo di una fortunata serie di incontri organizzati dai giovani soci, basati su lavori di collaborazione tra ricercatori provenienti da discipline differenti.

Restauro oggi: Intervista a Stefano Della Torre

Promuovere la cultura della conservazione e del restauro architettonico: l'impegno di SIRA

Andrea Dari

Chi è SIRA e che ruolo svolge nell’ambito della conservazione del patrimonio architettonico nazionale?

Stefano Della Torre

La Società Italiana per il Restauro dell’Architettura è una società scientifica, ovvero una di quelle associazioni che riuniscono i docenti di un settore disciplinare, secondo la classificazione delle discipline su cui si basa l’università italiana. Nel nostro caso, i docenti del settore del Restauro architettonico. L’associazione è aperta anche a chi ha conseguito il titolo di specializzazione in Beni architettonici e paesaggio o il dottorato di ricerca con riferimento alle medesime tematiche.

La società non si occupa di carriere e concorsi, ma di rappresentare i docenti nella dialettica istituzionale con il Ministero e il CUN, e dei temi generali della didattica, della ricerca, della internazionalizzazione, dei rapporti con le istituzioni e le professioni. Più che una organizzazione sindacale, vuole essere (lo dice il nome) una associazione “per”: quindi una associazione che si impegna a stimolare il dibattito a la circolazione delle buone pratichea mettere le competenze specifiche dell’università a disposizione del sistema Paese.

Lo facciamo anche prendendo posizione su temi di attualità (dal PNRR alle distruzioni belliche) e promuovendo attività culturali attraverso il nostro sito.

 

Processo di conservazione e restauro: l'importanza della modellazione digitale informativa

Andrea Dari

Il BIM si può applicare realmente al restauro? E che valore ha?

Stefano Della Torre

Il restauro è un campo di applicazione di moltissime tecnologie avanzate, tutte produttrici di dati digitali. Il processo di conservazione, che comprende il restauro come fase saliente (per cui tutti diciamo restauro, ma a rigore dovremmo parlare di un processo più articolato e fare le opportune distinzioni) ha bisogno che questi dati siano salvati e condivisibili. In tutte le fasi e per tutti i contributi specialistici l’edificio storico viene modellizzato, e i tecnici lavorano attraverso modelli, spesso diversi tra loro per rispondere alle diverse esigenze.

Che questi modelli siano parametrici e tra loro coordinati o addirittura interoperabili non sarebbe strano. Il BIM ha avuto una sua storia, è nato per gestire gli immobili, ed è stato sviluppato piuttosto per rappresentare e progettare. A mio avviso più che trasferire gli strumenti del progetto dal nuovo standard all’antico non standardizzabile, importa capire e diffondere la filosofia della modellazione digitale informativa, perché essa risponde esattamente al bisogno specifico della gestione del patrimonio storico, che ha bisogno di continuità nel tempo, collaborazione tra attori diversi e grande accuratezza dei dati.

Questo significa rispondere ad esigenze cha abbiamo posto vent’anni fa, e che sono state assunte dal 2004 in una legislazione sui beni culturali molto più avanzata delle pratiche correnti. Lo schema a più modelli non ridondanti, riferiti a un unico Archivio Centrale dei Dati contenente tra l’altro gli accuratissimi rilievi che oggi siamo capaci di catturare, ha un grande valore, e va molto oltre l’idea corrente di BIM come strumento di progetto.

 

Conoscenza e confronto: le basi per un progetto di restauro di qualità

Andrea Dari

Ma da dove si inizia un progetto di restauro?

Stefano Della Torre

Inizia dalla conoscenza, e quindi dalla disponibilità di un archivio aggiornato di informazioni su cui fare ricerca e nuove elaborazioni per il futuro, oppure la ricerca va costruita da zero, con fatica e dedizione. Non si può progettare un restauro in modo sensato senza ricerca indiretta e diretta, cioè centrata sulla materialità dell’edificio. 

In realtà il restauro è anche rifunzionalizzazione, e quindi confronto con gli utenti, con le comunità di riferimento, con il territorio. Non è più il tempo in cui si poteva pensare di “salvare” gli edifici e restaurarli a prescindere dalla loro utilità per la società. Oggi è fondamentale proprio il confronto fin dall’inizio con il tema dell’uso, e il coinvolgimento fin dall’inizio degli utenti futuri, definendo un modello di gestione, senza il quale il futuro, come suol dirsi, è un’ipotesi, di solito fallimentare.

 

Il restauro è parte di un processo circolare

Andrea Dari

Quando termina un progetto di restauro: prima dell’attività, durante o … non termina mai?

Stefano Della Torre

Appunto, il restauro va pensato come fase di un processo interminabile di attenzione e di cura.

Di solito lo rappresento come un processo circolare, in cui il restauro è preparato attraverso la prevenzione, che riduce i rischi e quindi mitiga il bisogno di intervenire, ed è seguito da una costante e strutturata manutenzione, che è attività di monitoraggio e controllo più che di, pur preziosissime, operazioni di routine. Il tutto ruota attorno alla conoscenza, ovvero al Common Data Environment, e la gestione è l’attività che consente di programmare l’impiego delle risorse, definisce le tempistiche, favorisce gli scambi informativi.

Il restauro si chiude, ma continua nelle altre attività, e deve essere pensato in questa logica, non con l’idea di esibire una bella immagine finale, destinata ad appassire in breve sotto l’effetto di una gestione mal programmata.

Faccio notare che parlo di programmare l’intero ciclo delle attività conservative. La rozza espressione “manutenzione programmata” è inaccettabile per due motivi: da una parte è tecnicamente impropria, aprendo a trasferimenti tecnologici da un universo “macchinista” le cui logiche non si applicano a un patrimonio storico che ha bisogno di cura dell’autenticità, ma d’altra parte sottintende che la programmazione si applichi solo alla singola fase della manutenzione, mentre un progetto di restauro non può essere ben inteso e di qualità se non risponde a una rigorosa programmazione sul lungo periodo, inclusiva del rapporto del bene con il suo contesto.  

 

Il restauro necessita di competenza specializzata

Andrea Dari

Spesso si tende a guardare al restauro come a un argomento di pochi. È vero? Quali competenze dovrebbe avere chi si occupa di restauro?

Stefano Della Torre

Come già detto, il restauro richiede specializzazione. Non è strano nel mondo contemporaneo. In realtà nel restauro si applicano molte competenze diverse e settoriali, tutte devono entrare in questo mondo con consapevolezza e curiosità, con lo spirito di chi sa che ogni caso non è solo un caso a sé, ma è una occasione di ricerca. Quindi il restauro è l’insieme di una serie di solide competenze tecniche “verticali”, ma anche di soft skills e disponibilità alla collaborazione. Un po’ come il BIM!  

 

Trasformazione sì: solo se si tratta di 'trasformazione sostenibile'

Andrea Dari

Si parla sempre di recupero e conservazione: ma la trasformazione è così antitetica per il tema del restauro?

Stefano Della Torre

Una delle definizioni a me più care, che ho preso da un editoriale di Amedeo Bellini del 1996, è che la conservazione non può essere intesa che come “gestione della trasformazione”: certo una trasformazione pensata con quella visione di lungo periodo cui sopra accennavo. Viviamo in un mondo in divenire, ed è in questo scenario che possiamo prendere delle decisioni su recuperare, conservare, trasformare.

Non a caso quell’editoriale di Bellini fu ripubblicato con il titolo “Dall’estetica all’etica”, proprio perché spostava il piano delle scelte di restauro dal tradizionale campo dei valori storico-artistici, assunti come assoluti, al campo dell’etica e di una visione complessiva dei valori umanistici. Come dire, in linea di principio la trasformazione è legittima e necessaria, ma se il fondamento delle proposte di trasformazione è soltanto la piacevolezza epidermica dell’immagine alla moda, non si va lontano. Il problema è quello della sostenibilità di trasformazioni non adeguatamente motivate.

Se invece si decide di modificare sulla base di una conoscenza profonda e di una analisi attenta e lungimirante dei bisogni, avremo una trasformazione sostenibile e non perderemo i valori umanistici fondamentali.