EDILIZIA SCOLASTICA: 10 domande a Paolo Luccioni

 

Intervista pubblicata su Costruire in Laterizio n. 142 - Edifici scolastici: “Dieci domande a Paolo Luccioni”.
L’agenda politica ha prepotentemente portato in ‘auge’ il tema dell’edilizia scolastica, a tal proposito si ripropone l’interessante ‘approccio’ dell’Arch. Paolo Luccioni il quale, fin dall’inizio della sua attività professionale, si è occupato con grande passione dei temi legati a recupero e riqualificazione. I suoi progetti hanno ricevuto numerosi premi e riconoscimenti e sono stati oggetto di diverse mostre.

 

Il Suo primo progetto per una scuola risale al 2000, anno in cui si è occupato della “materna ed elementare” di Casenove di Foligno, subito dopo gli eventi sismici che scossero l’Umbria pochi anni prima. Dopo questa prima esperienza ha progettato altre scuole: quali sono le principali fonti di ispirazione e quale approccio adotta quando affronta un tema così delicato?
La scuola di Casenove è il primo edificio scolastico che ho realizzato. In realtà, mi sono dedicato frequentemente alla progettazione di scuole in occasione di concorsi, dove ho ottenuto menzioni speciali e segnalazioni, perché il tema mi ha sempre attratto. Ritengo che la “scuola”, dopo, o forse unitamente alla “casa”, sia l’argomento più idoneo per essere trattato dall’Architettura e con l’Architettura. E trovo una certa continuità ed integrazione tra la necessità, per l’uomo, di costruire una casa per proteggersi dalle ostilità del mondo esterno e quella di costruire il luogo dove, invece, apprende le esperienze di altri uomini e, con queste, oltrepassa la linea del proprio orizzonte: così il mondo esterno, grazie alla conoscenza, non sarà più identificato come ostile. Per questo, quando penso una scuola, i riferimenti sono essenzialmente due: il primo rivolto ai fruitori, gli studenti; il secondo attento alla definizione di un edificio che, come sottolinea Louis I. Kahn, deve rappresentare l’Istituzione. Le due cose messe insieme portano alla caratterizzazione dell’edificio scolastico per la qualità degli spazi interni e in relazione al contesto. I primi, in particolare, devono essere tali che gli alunni, soprattutto di una scuola primaria, si possano sentire a proprio agio ma, nello stesso tempo, ne siano favorevolmente colpiti per non dimenticare mai più quegli ambienti. Ho avuto modo di studiare una scuola elementare costruita ai primi del Novecento per il programma governativo di alfabetizzazione della popolazione. L’atrio, a doppia altezza, le scale, gli ambienti di distribuzione, la luce mi hanno portato ad immaginare i bambini che percorrevano festosi e allegri quegli spazi, per molti di essi particolari ed inusuali e, per questo, indimenticabili. A Casenove di Foligno, il terremoto aveva completamente distrutto la scuola e, dovendola ricostruire, ho disatteso il principio normativo del dov’era e come era ed ho pensato invece ai bambini della frazione di montagna che, per me, avevano bisogno di un’ altra esperienza “…finalmente nuova, luminosa e colorata”, come ha scritto uno di loro il giorno della inaugurazione.
Potrebbe brevemente indicare quali sono le scuole, contemporanee e meno, italiane e straniere, che rappresentano per Lei un riferimento irrinunciabile per esemplificare positivamente questa tipologia edilizia?
Purtroppo, i riferimenti contemporanei (anche se non irrinunciabili, perché ogni progetto è proprio di ogni luogo e da esso ispirato) sono tutti stranieri e difficilmente isolabili da programmi più ampi di edilizia scolastica, come quelli dell’Olanda, della Germania, della Francia o della Svizzera, dove la fiducia nel futuro e il rispetto per le giovani generazioni favoriscono la costruzione di edifici scolastici. In Italia, le esigenze dei fruitori (gli alunni/studenti) sono poste in secondo piano; magari vengono dopo la necessità del recupero di un edificio esistente, più o meno valido dal punto di vista storico ed architettonico. Così, spesso, si compiono due errori: mal adattare un contenitore a funzioni troppo diverse da quelle originarie e non costruire spazi adeguati alla educazione, alla didattica, alla ricerca. Una precisa identità tipologica in Italia trova riferimenti, purtroppo, ancora una volta nel passato, quando la costruzione di una scuola corrispondeva ad un definito intento programmatico, politico ed amministrativo. In tal senso, se un riferimento devo fare, posso pensare agli edifici scolastici progettati e costruiti negli anni 70-80 dal Comune di Pisa. Ma forse anche questi erano legati più alla iniziativa personale piuttosto che ad un vero e proprio programma di origine istituzionale.
L’organizzazione spaziale delle scuole si è via via modificata nel corso delle varie epoche. Quali sono i trend evolutivi rispetto ai quali ritiene che possano essere cambiate la morfologia e le caratteristiche ambientali delle scuole?
Lo sviluppo sociale, a volte anche molto veloce, non ha avuto una corrispondenza altrettanto rapida nella evoluzione degli edifici scolastici. Se il riferimento è l’Italia, le continue riforme scolastiche non hanno certamente giovato ad una definizione tipologica, ma anzi hanno reso precario, nel senso del non stabile, anche il modo di pensare un edificio didattico. Sovente, le amministrazioni pubbliche chiedono che una scuola sia sempre “adattabile”, ma rispetto a che cosa non lo sa mai nessuno. Ciò ha generato edifici scolastici ibridi e mai chiaramente identificabili. Ecco, ritengo che l’aspetto morfologico di una scuola debba esprimere chiarezza, mentre, dal punto di vista ambientale, dovrebbe rappresentare un “insegnamento intrinseco” ed il più possibile efficiente energeticamente, se non addirittura autonomo.
Il dibattito attuale sulla definizione della qualità dell’architettura ha individuato nell’estetica, ed in particolare nella bellezza, un ruolo fondamentale nella progettazione architettonica ed urbana. Secondo Lei, come deve essere definita la qualità di un’opera e dove, nelle scuole, questa può trovare espressione?
L’estetica e la bellezza sono categorie troppo soggettive. Personalmente, ritengo che entrambe possano essere oggettivamente riconosciute se anche “funzionano”: la “bellezza”, dice Oscar Niemeyer (La Forma dell’Architettura, Arnoldo Mondadori, Milano 1978, pag. 54), è una funzione dell’Architettura e non tra le meno importanti. Detto questo, un’opera è per me di qualità se risponde alle esigenze che l’hanno determinata, se riscatta un ambiente, naturale e/o artificiale, se si esprime con tecniche e tecnologie costruttive adeguate. Allora è anche sostenibile e …bella.
Oggi la scuola è un luogo complesso, tra cultura ed impresa, comunicazione e politica. Gli edifici non vengono più pensati come meri impianti per l’insegnamento ma come vere e proprie strutture polifunzionali comprendenti spazi e ambienti da dedicare ad attività di servizio e supporto alla didattica. Qual è la Sua opinione?
Mi pare che un punto fondamentale nell’educazione della scuola sia proprio l’apertura verso la società, verso la comunità cui tra l’altro è dedicata. Pertanto, un edificio scolastico è soprattutto un luogo urbano identitario, utilizzabile anche in orario non scolastico per attività collaterali e/o complementari a quelle didattiche. D’altro canto, oggi l’insegnamento e l’apprendimento avvengono in contemporanea e non possono nemmeno essere relegati a un orario e in uno spazio fisico prestabiliti. In un futuro sempre più virtuale, l’edificio scolastico potrebbe anche non essere costruito fisicamente, ma rimarrà sempre, inalterato nel suo valore, il “concetto” della scuola.
La scuola può essere, e in alcuni casi lo è già stata, la miccia per l’accensione di politiche territoriali virtuose. Può diventare il laboratorio e il volano di azioni che favoriscano uno sviluppo sostenibile e migliorino la qualità della vita: si pensi ad azioni educative ed esperienze di partecipazione che prevedano l’impiego di materiali e soluzioni sostenibili. Crede che le amministrazioni pubbliche abbiano le capacità e le risorse (economiche ed umane) per avviare dei programmi interessanti?
Da questo punto di vista, le normative che regolano la costruzione di una scuola sono senza dubbio idonee a garantire la costruzione di un buon edificio; purtroppo, la necessità, vera o presunta, di costruire in fretta conduce le amministrazioni pubbliche a ricorrere a manufatti standardizzati, di scarsa qualità architettonica e con ridotte capacità prestazionali. Certamente, esse hanno capacità e risorse per sostenere i programmi di costruzione di edifici scolastici di qualità e all’avanguardia. Il problema è solo politico: basterebbe ricollocare la cultura e la conoscenza al centro dell’interesse pubblico.
In alcuni casi, le scuole vengono costruite in luoghi periferici, vicini a binari ferroviari, terreni abbandonati o edifici dismessi: come può un architetto trasformare dei “non luoghi” in spazi per l’educazione di un bambino o di un ragazzo? Quale tipo di relazione si deve instaurare tra l’edificio scolastico e l’ambiente circostante?
Credo di avere già espresso il mio pensiero rispetto al significato di un edificio scolastico. Per un architetto, costruire una scuola è l’occasione per costruire una architettura che, per essere tale, ha il compito di connotare un luogo non in modo formalisticamente velleitario quanto, piuttosto, con una sicura identità di linguaggio in grado di instaurare relazioni dialogiche o dialettiche con il contesto ed immediatamente appartenere ad esso: in tale edificio, il bambino e il ragazzo che lo frequenteranno saranno ben felici di ricordarlo per tutta la vita.
Dopo l’evento sismico che a San Giuliano di Puglia provocò il crollo della locale scuola elementare e la scomparsa di 27 bambini e una maestra, il Governo stanziò molti fondi per interventi di adeguamento sismico degli edifici scolastici esistenti. La messa in sicurezza riguardava milioni di persone (alunni, docenti e personale amministrativo) per più di 42 mila scuole: si tratta di un intervento sufficiente o si deve pretendere di più?
Mi rifiuto di pensare, e soprattutto di condividere, che una comunità evoluta abbia bisogno di eventi drammaticamente tristi e luttuosi per accorgersi dei propri bambini e del loro futuro. Così come ribadisco che, se si ha fiducia nel futuro, si reperiscono e si trovano le risorse economiche per costruire luoghi idonei per l’educazione e la formazione dell’uomo di domani. Senza dubbio, è lodevole il piano di intervento di adeguamento sismico degli edifici esistenti, ma ritengo sia una piccola cosa rispetto alle necessità della scuola pubblica di oggi, che possono essere meglio soddisfatte, forse anche in modo più economico, con un opportuno programma di costruzione di nuovi edifici.
Il pedagogista Loris Malaguzzi sosteneva che “i bambini costruiscono la propria intelligenza. Gli adulti devono fornire loro le attività ed il contesto”. È forse questa la ragione per cui alcuni progettisti preferiscono ipotizzare degli spazi che sembrino più virtuali che reali e che non abbiano una loro funzione specifica, ma permettano lo svolgimento di differenti funzioni ed attività?
Certamente la libertà mentale dei bambini deve essere assecondata, aiutata ed esaltata da adeguate azioni degli adulti. Ecco, quindi, l’importanza della pedagogia che deve sostenere il progettista degli spazi didattici, che, personalmente, prediligo piuttosto reali che virtuali. Nella realtà configurata, la fantasia dei bambini può comunque spaziare e, nel contempo, confrontarsi con lo spazio fisico che hanno modo di sperimentare. Basti pensare ai loro disegni, incredibilmente sintetici quanto ricchi di forme ed esaustivi nella descrizione. A proposito dell’aiuto della pedagogia nella progettazione scolastica, non posso non ricordare l’entusiasmo e il compiacimento di Herman Hertzberger nel descrivere la corrispondenza della conformazione spaziale dei suoi moderni e bellissimi (funzionali) edifici scolastici con il metodo Montessori, da egli ritenuto il più valido per la formazione culturale (e non solo) degli studenti.
I materiali offrono diverse modalità di uso espressivo e simbolico, collocandosi in un sistema di relazioni. Secondo Andrea Branzi, essi possono anche essere portatori di modelli di comportamento: ad esempio, nella cultura anglosassone il laterizio “faccia a vista” è simbolo di ospitalità e cultura. È anche questo il motivo per il quale viene così diffusamente impiegato negli edifici scolastici?
I materiali, così come il dettaglio nel progetto e nella esecuzione, sono molto importanti nella definizione della qualità di un oggetto architettonico. In questo, condivido Andrea Branzi il quale, designer oltre che architetto, confida nella importanza e nella influenza comportamentale dei materiali. Il laterizio “faccia a vista” è da sempre simbolo della costruzione: il mattone, “amico dell’uomo” come dice Le Corbusier, è il materiale che oggi meglio esprime il concetto di edificazione della casa sicura (dell’uomo) e della casa della cultura (dell’uomo). Questo concetto è fortemente radicato e ricercato nella tradizione costruttiva anglosassone di edifici scolastici (basti pensare allo Engineering Building della Leicester University di James Stirling). Anche in Olanda e in Germania, si ricorre frequentemente al laterizio “faccia a vista”, sia all’interno che all’esterno, anche da parte di architetti alle prime armi. In Francia ed in Svizzera, per dovere di cronaca, sono stati negli ultimi anni vinti concorsi da giovani progettisti che hanno proposto il laterizio “faccia a vista” per esprimere la qualità delle proprie opere. In Italia? Mai disperare, perché proprio un concorso bandito per la costruzione di un padiglione universitario richiedeva esplicitamente l’uso del laterizio per conferire durabilità, qualità, sostenibilità e contemporaneità alla nuova, futura Architettura.

PAOLO LUCCIONI
Laureato a Roma nel 1976, Paolo Luccioni, fin dall’inizio della sua attività professionale, ha coltivato con grande passione i temi legati alla progettazione urbana di recupero e riqualificazione, attuando numerosi interventi per privati e amministra-zioni pubbliche. I suoi progetti hanno ricevuto premi e riconoscimenti, quali il Premio Europeo di Architettu-ra (1993), il Marble Architectural Awards (2000), la nomina ad Acca-demico di Merito per l’Architettura dall’Accademia di Belle Arti di Peru-gia (2000), il Premio Internazionale Dedalo Minosse (2002), il Premio Brick Awards (2004), il Premio Internazionale di Architettura Andrea Palladio (1989). Le sue opere sono oggetto di mostre (“Paolo Luccioni: opere realizzate” si è tenuta, su invito della University of Jordan e dell’Ambasciata Italiana di Giordania, presso il Royal Cultural Center di Amman) e sono pubblicate su riviste e monografie. Dal 2009 collabora con l’Università di Roma “La Sapienza” dove tiene un corso di Progettazione Architettonica presso la Facoltà di Architettura di Valle Giulia.