Riqualificazione sostenibile degli edifici esistenti residenziali

Premessa
La sostenibilità nei suoi aspetti ambientale ed economico è divenuta, da diversi anni, tema centrale nei dibattiti tecnici relativi a tutte le aree della produzione e della gestione dei beni materiali, sia a causa delle conseguenti ricadute sull’ambiente, sia per le problematiche connesse alla dipendenza dalle fonti energetiche non rinnovabili (esaurimento, razionamento da parte dei paesi estrattori, incremento dei costi). Negli ultimi anni, con l’estensione del tema dai dibattiti tecnici alla sfera pubblica e politica è avvenuto un rilevante cambiamento culturale e si è tentato di mettere in atto strategie di produzione e gestione “sostenibili”.
Dal Rapporto Brundtland in poi il concetto di sostenibilità è stato sempre connesso alla difesa degli interessi delle generazioni future tramite la non compromissione di un patrimonio comune (ambientale, culturale, ecc.). Dalla metà degli anni Novanta – con la Conferenza di Kyoto – il tema della sostenibilità fu applicato direttamente al settore edilizio per il suo significativo impatto sull’ambiente. L’edilizia è infatti responsabile di circa il 40% dell’energia consumata in Europa (il 70% della quale deriva dall’energia usata per il riscaldamento degli edifici (Commissione delle Comunità Europee 2005) e produce circa il 35% delle emissioni di gas serra (Commissione delle Comunità Europee 2004, p. 21); inoltre la popolazione europea trascorre quasi il 90% del proprio tempo negli edifici e per questo una cattiva progettazione o il ricorso a metodi di costruzione inadeguati può avere effetti negativi non solo sui costi di gestione, ma anche sulla salute umana (Commissione delle Comunità Europee 2004, pp. 21-22).
Nel settore delle nuove costruzioni il tema della sostenibilità ambientale è largamente pubblicizzato da anni, spesso però come solo come schermo per nascondere una pratica progettuale e costruttiva che non ha cambiato la propria impostazione generale, ma solo alcuni parametri progettuali (e.g. trasmittanza termica delle chiusure) (Cinieri, Zamperini 2014, p. 724). Nell’ambito del costruito esistente invece l’intervento in termini di sostenibilità è una novità attuale, sebbene da un punto di vista teorico la necessità di applicare i principi della sostenibilità anche a edifici già costruiti sia stata messa in evidenza quasi vent’anni fa durante le conferenza Habitat II (Nazioni Unite 1996, p. 9).
In Italia il 91,6% degli edifici che costituiscono il patrimonio edilizio nazionale è stato realizzato prima del 1991 (Ambrogio, Zuppiroli 2013, pp. 88-93), anno di emanazione della legge 10 del 9 gennaio 1991 - Norme per l'attuazione del Piano energetico nazionale in materia di uso razionale dell'energia, di risparmio energetico e di sviluppo delle fonti rinnovabili di energia. Nel secondo dopoguerra le città avevano subito una grande espansione, connesso ad un’effettiva necessità di nuovi alloggi che furono spesso costruiti in maniera frettolosa e con scarsa attenzione ai temi energetici; dopo una fase di inversione di tendenza tra gli anni Settanta e gli Ottanta (quando si puntò molto sulla riqualificazione dei centri storici), a partire dal decennio successivo si è costruito più delle effettive necessità. Il brusco calo di investimento nelle nuove costruzioni – principalmente causato dallo scoppio della “bolla speculativa” (2007-2008) – ha portato a incrementare il peso relativo degli interventi sull’esistente (vedi figg. 1-2) (Cinieri 2015, pp. 5, 104-105).



Fig. 1. Costruzione di abitazioni in Italia dal 1935 al 2010 posto a confronto con la variazione del saldo totale della popolazione. Va specificato che l’elevato incremento di popolazione tra il 2002 e il 2007 è stato registrato in seguito all’emanazione della legge Bossi-Fini (L. 189/2002) e che dal 1980 le fonti ISTAT riportano solamente i dati relativi alle abitazioni progettate, qui assunti approssimativamente al pari delle abitazioni costruite (ISTAT, seriestoriche.istat.it; grafica: Cinieri 2015, p. 7).



Fig. 2. Secondo quanto rilevato dal CRESME (Centro Ricerche Economiche Sociali e di Mercato per l’Edilizia e il Territorio), gli investimenti nel settore delle nuove costruzioni in Italia – esclusi il genio civile e i trasporti – hanno subito un brusco calo proporzionale. Se nel 2006 alle nuove costruzioni era destinato il 42% degli investimenti e all’esistente il 58%, nel 2012 le percentuali sono state rispettivamente del 28% e del 72% (CRESME 2012, p. 6; grafica: Cinieri 2015, p. 7).

Le direttive europee 2002/91/CE e 2010/31/UE (EPBD) hanno trattato il tema il problema della sostenibilità ambientale del patrimonio costruito esistente, tuttavia non hanno imposto standard prestazionali e hanno demandato agli Stati membri l’applicazione dei requisiti prestazionali nell’ambito del patrimonio edificato di valore architettonico-culturale (cfr. 2002/91/CE, art. 4, comma 1 e 2010/31/UE, art. 4, comma 2).
L’implementazione di strategie progettuali sostenibili per la gestione di beni ai quali è attribuito un valore non solo economico, ma anche storico e culturale è oggi considerato di grande importanza e attualità. Negli ultimi decenni si è infatti progressivamente ampliato l’interesse per la tutela dei beni architettonici storici diffusi, che coincidono approssimativamente con quelli costruiti precedentemente alla diffusione ¬¬– nel Secondo dopoguerra – delle tecniche costruttive basate sulla produzione industrializzata dei componenti e su una nuova organizzazione del processo edilizio (Cinieri 2015, p. 36). Sebbene in Italia questi edifici corrispondano a circa il 30% dell’intero patrimonio edilizio, la vigente legge in materia di beni culturali (D.Lgs 42/2004) tutela solo gli edifici dichiarati di «interesse culturale», corrispondenti a circa il 3% degli edifici realizzati prima del 1946 (Ambrogio, Zuppiroli 2013, pp. 88-93; MiBACT 2014, p. 8).
Al di là del problema ambientale, la recente crisi economica ha reso più vincolante il tema della gestione tecnico-economica dei beni edilizi, incentivando le ricerche volte al risparmio delle risorse.



Fig. 3. Patrimonio edilizio esistente in Italia rispetto al 1946 e rispetto alla quantità di dichiarazioni di interesse culturale (D.Lgs 42/2004) (fonti dati: Ambrogio, Zuppiroli 2013, pp. 88-93; MiBACT 2014, p. 8; grafica: Cinieri 2015, p. 9).

Nonostante i fondi pubblici destinati a finanziare interventi conservativi siano stati progressivamente ridotti negli ultimi anni, per il patrimonio storico che può essere considerato “emergente” spesso viene tollerata una non sostenibilità ambientale ed economica; al contrario, per i beni diffusi (che costituiscono una parte significativa dell’intero patrimonio edilizio) non si può evitare di mettere in atto strategie volte al risparmio di risorse economiche (Cinieri, Zamperini 2014, pp. 726-727) e la problematica è particolarmente sentita nell’ambito dell’edilizia residenziale.

La sostenibilità degli edifici esistenti residenziali
Il concetto di sostenibilità – i cui confini sono stati finora dati per scontati – si estende a tre ambiti fondamentali: ambientale, sociale ed economico. In questo articolo si farà riferimento particolarmente ai concetti di sostenibilità ambientale ed economica.
L’ambito della sostenibilità ambientale è quello più considerato in edilizia, ma anche quello che viene più comunemente travisato. Come già evidenziato, infatti, la sostenibilità ambientale è spesso ridotta alla sola valutazione delle prestazioni energetiche; peraltro tale valutazione è spesso condotta con metodi di analisi inappropriati per edifici con murature massive (Cinieri, Zamperini 2014, p. 725).
In quest’ottica deformata, gli edifici della tradizione costruttiva pre-industriale sono visti come fonte di enorme dispendio energetico e – di conseguenza – di inquinamento. In questo contesto, si giunge spesso all’abbandono o alla demolizione degli edifici storici e alla costruzione di nuovi edifici, oppure a interventi di ristrutturazione “preconfezionati” e acriticamente invasivi (e.g. applicazione di isolamento a cappotto, posizionamento di pannelli fotovoltaici o collettori solari in copertura).
Come già accennato, però, la sostenibilità ambientale non può essere ridotta al solo aspetto energetico; essa dovrebbe infatti comprendere anche: il risparmio di risorse materiali (tra le quali è necessariamente da considerare il suolo), la riduzione dei rifiuti e dell’inquinamento, la tutela della salute umana. In questa più ampia prospettiva, la conservazione degli edifici esistenti ha un minore impatto ambientale in quanto: non consuma suolo per la realizzazione delle cave, degli impianti di estrazione e delle relative infrastrutture; non spende energia per estrarre, trasportare e lavorare nuove materie prime e per trasportare e mettere in opera materiali da costruzione o elementi tecnici prefabbricati; non consuma altro suolo attraverso la realizzazione di un nuovo edificio; non consuma energia né produce rifiuti per la demolizione di un edificio esistente al fine di “fare spazio” al nuovo in aree già urbanizzate (Cinieri, Zamperini 2013, p. 67).
Tutte le azioni sopra elencate comportano l’emissione di sostanze inquinanti e causano quindi danni diretti ad ambiente e salute umana; il trasporto di grandi quantità di materiali dai punti di estrazione ai luoghi di lavorazione e a quelli di messa in opera ha inoltre un significativo impatto sulle vie di comunicazione, e crea quindi un circolo vizioso di richiesta di nuove vie di trasporto (e quindi di consumo di suolo e di estrazione e lavorazione di nuovi materiali) o di necessità di adeguamento/rinnovo periodico delle esistenti.
La demolizione di una costruzione esistente e la realizzazione di un nuovo edificio in sua sostituzione – costruito con tecnologie e livelli prestazionali moderni – non è quindi, almeno con le tecnologie attuali, un’attività priva di ricadute negative sull’ambiente, e queste dovrebbero essere prese in considerazione nel loro complesso quando si valuta la sostenibilità delle nuove costruzioni.
Inoltre – anche considerando i soli consumi energetici – la valutazione della sostenibilità degli edifici dovrebbe prendere in considerazione una serie di parametri spesso trascurati, primo fra tutti la modalità d’uso continuo o discontinuo, anche tenendo conto di periodi di chiusura prolungati (e.g. seconde case, edifici pubblici usati stagionalmente, edifici pubblici in abito rurale, chiese); infatti la sopravvalutazione dei consumi che discende dal considerare un uso continuo e permanente dell’edificio nell’arco dell’anno fa spesso propendere per risoluzioni estremamente invasive o per la ricostruzione – causando quindi un sovradimensionamento degli interventi e uno spreco di risorse ambientali ed economiche – o in alternativa favorisce il non intervento a causa dell’eccessiva onerosità degli interventi richiesti per la rifunzionalizzazione o la manutenzione straordinaria, fatto che porta spesso in breve tempo all’abbandono e infine alla ruderizzazione dell’edificio.
È inoltre importante sottolineare che gli edifici tradizionali hanno spesso caratteristiche tecnologiche, costruttive, morfologiche e tipologiche strettamente connesse al clima del territorio in cui sono realizzati; la loro analisi dovrebbe quindi tenere in considerazione una serie di apporti favorevoli al contenimento dei consumi energetici per il riscaldamento e il raffrescamento, che sono spesso però difficilmente quantificabili con gli abituali metodi di analisi (Cinieri, Zamperini 2014, pp. 725-726).
Inoltre molti tecnici non hanno specifiche competenze nell’ambito del progetto di riqualificazione e le norme – pensate solo per le nuove costruzioni – sono uno strumento di guida operativa inadeguato e conducono ad interventi eccessivamente costosi.
A tal proposito è opportuno ricordare che la normativa ha definito due parametri di valutazione delle prestazioni delle pareti esterne nella stagione estiva: massa superficiale di almeno 230 Kg/m2 (D.Lgs 192/2005), calcolo della trasmittanza termica periodica (D.P.R. 59/2009). Tuttavia il rispetto dei valori stabiliti per quest’ultima non è condizione sufficiente per il raggiungimento di un adeguato livello prestazionale; uno studio relativo alla valutazione del comfort estivo su differenti soluzioni di riduzione della trasmittanza termica dell’involucro esterno di un edificio realizzato con tecniche costruttive premoderne ha rilevato infatti che l’applicazione di uno strato isolante esterno a un involucro ad alta capacità termica peggiora i livelli di comfort, poiché produce un aumento delle ore di discomfort per surriscaldamento di oltre il 30% (Bonfigli 2014, pp. 65-66); tale situazione incide considerevolmente anche sui consumi per il condizionamento estivo, aspetto non trascurabile per la sostenibilità.
A quanto detto si può aggiungere che, in un edificio con elevati carichi termici interni, la presenza di pareti leggere isolate – pur rispettando i limiti di trasmittanza imposti dalle norme – risulta inadeguata. La valutazione della capacità di gestire i carichi termici interni avviene infatti mediante il calcolo della capacità termica areica, ossia la capacità di accumulare il calore proveniente dal lato interno del componente: se essa è elevata, consente di stabilizzare il valore della temperatura interna, svolgendo un’azione termoregolatrice (Lucchi 2013a, p. 114). Per questo motivo le murature massive sono vantaggiose nel caso di impianti che funzionano ad intermittenza, caratterizzati da escursioni termiche giornaliere non trascurabili. Storicamente, infatti, l’architettura vernacolare dell’area mediterranea ha privilegiato le murature di questo tipo, che, abbinate a opportuni sistemi di schermatura solare e di ventilazione naturale e da un contenimento delle dimensioni delle aperture, consentono buoni livelli di comfort ambientale estivo (Margani 2010).

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