Incendi nelle attività commerciali: dall’analisi degli errori del passato per comprende meglio tutti i rischi

La storia degli incendi nelle attività commerciali come base scientifica per una corretta valutazione del rischio incendio.
 
Nel 2013 il Corpo Nazionale VVF ha pubblicato uno studio sull’andamento degli incendi nelle attività commerciali in Italia dal 2008 al 2012, a cura del Dott. Ing. Maurizio d’Addato. Il pregevole documento è di lettura non immediata soprattutto a causa dell’uso di categorie statistiche non omogenee e della mancanza di definizione dei termini utilizzati. Tuttavia riporta una conclusione chiarissima: gli incendi nelle attività commerciali in Italia sono da considerare eventi rarissimi e producono effetti minimi.
 
Vediamo nel dettaglio. In Italia negli anni oggetto dello studio, gli incendi si sono presentati in media in numero di 31 all’anno, un numero davvero irrisorio: il numero totale di attività commerciali in Italia è stimato in oltre 700.000 unità, di cui circa 27.000 soggette al controllo dei Vigili del Fuoco ai sensi del DPR 151/2011 (Attività 69).
In aggiunta, il numero di feriti è pari a circa 7 l’anno, di cui peraltro non viene specificata la gravità né se l’evento ha riguardato dipendenti, clienti o soccorritori, e il numero di morti è stabilmente pari a zero in tutti gli anni considerati. Anzi, a memoria di chi scrive e quindi salvo errori, per trovare morti in Italia in incendi di attività commerciali occorre risalire perfino al 1986, quindi ben 30 anni fa. Per capire l’ordine di grandezza del numero di persone che occorre considerare a fronte dei 7 feriti all’anno, i soli dipendenti delle aziende commerciali associate a Federdistribuzione sono 223.500 (dati 2014), a cui occorre aggiungere diverse migliaia di manutentori, consulenti, ecc. e svariati milioni di clienti, oltre naturalmente ai numeri (clienti, dipendenti, ecc.) relativi alle imprese non associate a Federdistribuzione.
Possiamo quindi partire subito da una premessa saldamente supportata dai dati statistici forniti dagli stessi VVF: le attività commerciali presentano in Italia un rischio di incendio veramente bassissimo, sia come numero di incendi, sia come numero di vittime.
Ciò premesso, è comunque innegabile che nelle attività commerciali siano davvero avvenuti alcuni incendi devastanti, con molte vittime, in tempi passati ed anche in tempi recenti, sebbene in quest’ultimo caso soltanto all’estero.
Fra i molti esempi a disposizione abbiamo proceduto ad una cernita del tutto soggettiva, che di seguito andremo a esporre molto brevemente, allo scopo di fornire dati interessanti in merito ai punti di forza ed ai punti di debolezza delle attività commerciali per quanto riguarda il rischio incendio. Questa carrellata potrà servire anche per abbozzare una valutazione del rischio incendio per le attività commerciali, utile per valutare quando, se ed in quale misura abbiano centrato l’obiettivo le normative che nel tempo si sono susseguite in Italia in materia.
 
Alcuni esempi di incedi in attività commerciali
Il primo incendio che consideriamo, anche perché uno dei più significativi se non addirittura il più significativo tout court, è il famoso incendio a Les Grand Magasins “A L’Innovation” di Bruxelles il 22 maggio 1967. Si trattava di un grande magazzino che vendeva soprattutto prodotti tessili, organizzato su più piani per una superficie di vendita di circa 20.000 mq, con struttura portante in ghisa e muri e pavimenti in gran parte in legno. Un grande pozzo centrale (oggi di direbbe un atrium), con all’interno la scala centrale, metteva in comunicazione tutti i piani di vendita.
Intorno alle ore 13 del 22 maggio 1967 scoppia un incendio la cui causa resta ignota; anzi, perfino l’esatto punto di innesco resta oggetto di aspri dibattiti fra i testimoni dell’epoca. L’ora dell’innesco è particolarmente sfortunata, visto che il ristorante al quarto piano è pieno di clienti che pranzano. Fra le cause ipotizzate c’è perfino l’atto terroristico, visto che ad un piano è in corso una esposizione di blue jeans statunitensi e nei giorni precedenti sono giunte minacce di attentato come protesta contro la guerra in Vietnam.
Sia come sia, la scala centrale diventa subito inagibile per il denso fumo ed è necessario improvvisare con mezzi artigianali l’esodo delle circa 2000 persone presenti (ma alcuni dicono addirittura 4000: il numero esatto resta ignoto). Molti si salvano salendo sul tetto e poi scavalcando le balaustre verso i tetti adiacenti; moltissimi muoiono buttandosi dalle finestre. L’intervento dei Vigili del Fuoco è reso difficile dalla posizione centralissima del grande magazzino, che rende difficoltoso lo sgombero delle strade dal traffico e quindi l’arrivo ed il corretto posizionamento dei mezzi dei Vigili del Fuoco; il crollo parziale della struttura rende poi definitivo il disastro.
Alla fine si contano ben 322 morti accertati e oltre 1500 feriti; grandissima è l’eco sui giornali in tutto il mondo, Italia compresa.
Questo incendio è particolarmente importante anche per le vicende interne italiane, perché proprio sull’onda emotiva di questo incendio, il 31 luglio 1967, quindi solo 2 mesi dopo, il Ministero dell’Interno italiano emana la Circolare 75, la prima disposizione normativa che riguardava la prevenzione incendi nelle attività commerciali.
Le ragioni dell’esodo tanto infausto di questo evento sono da ricercare nell’assenza di resistenza al fuoco delle strutture portanti, nell’estrema carenza o perfino assenza di resistenza al fuoco delle strutture separanti, nell’assenza di un impianto di spegnimento automatico, ma soprattutto nella carenza del sistema di esodo, che era incentrato sulla scala centrale non protetta.

NELL'ARTICOLO INTEGRALE LA DESCRIZIONI DI NUMEROSI ALTRI INCENDI