Ipotesi di nuove morfologie dell’involucro edilizio per le energie eoliche

ARCHITETTURA E INTEGRAZIONE

L’involucro edilizio, margine estremo dell’organismo architettonico, si misura e confronta da secoli con i materiali propri dell’architettura e delle tecnologie costruttive evolvendo il suo linguaggio ad ogni mutazione esecutiva all’apparire di una nuova famiglia di materiali o di un nuovo paradigma statico-strutturale ma anche di una rivista posizione etica ed antropologica.
Facile ripercorrere il ridisegno dell’architettura nel passaggio dall’architettura architravata a quella archivoltata e poi dall’arco gotico alla dinamica barocca, dall’apporto della ghisa prima e dell’acciaio poi fino al repertorio straordinariamente innovativo del telaio razionalista ed infine alle tecnologie del vetro, della “doppia pelle” e della parete immateriale. Innovazione tecnico-costruttiva e successiva rinegoziazione formale ed espressiva. Nuovi alfabeti del costruire e nuove stratificazioni del progetto che possano condurre ad una riscritta sedimentazione storica dell’architettura.
In altri termini, uno dei temi sottesi in questa ricerca è: quanto tempo occorre all’atto costruttivo per introiettare ed elaborare nuove istanze, nuovi rilevamenti esigenziali, e produrre una ridefinizione del progetto?

L’ipotesi di lavoro mira ad una parzialissima esplorazione: quella della integrazione nel manufatto architettonico di nuovi elementi tecnici. In questo caso, quelli a consumo energetico consapevole ed in particolare per la produzione di energie alternative provenienti da contributo eolico, apparsi nel panorama commerciale. Nati ed industrializzati anche, ma non specificamente, per l’uso abitativo, privi di connotati adatti all’integrazione nell’apparecchiatura costruttiva.

Certamente non dimensionalmente irrilevanti da essere considerati impiantistici. Le loro misure costruttive non sono trascurabili; sempre alla ricerca di collocazioni proprie e di accettabilità architettoniche lontane dall’essere riconosciute. La Storia ci è maestra. Pensiamo all’impatto non proprio sereno che l’avvento delle strutture metalliche provocò nella seconda metà del XIX secolo. La necessità di ricorrere a mimesi evidenti e palesi travestimenti chiesti ed affidati alla ghisa. Per coprire le membrature metalliche delle “gallerie dei treni” delle prime grandi stazioni. Agli sforzi di Paxton o a quelli di Eiffel. Ma anche allo “sdoganamento” della metà degli anni settanta del secolo appena travalicato vissuto dalle vicende del Centre Pompidou di Renzo Piano a Parigi.

Ma, allo stesso tempo, non irrimediabilmente ingombranti da renderli inammissibili, attendono di essere verificati nella possibilità di avere ospitalità all’interno del territorio dell’architettura. Gli elementi di cui parliamo - turbine ad asse verticale che cominciano ad assumere aggettivazioni inedite quali “domestiche” - sono circoscritte in una volumetria di appena qualche metrocubo. La loro dimensione attira la nostra attenzione laddove allude ad una sovrapponibilità possibile alle misure architettoniche ordinarie. Si pensi in particolare alla misura modulare dell’interpiano residenziale, per posizioni verticali, o a quella orizzontale dei piani funzionali speciali o dei livelli di copertura altrimenti abbandonati a se stessi verso conclusioni poco significative.

Laddove la storia morfologica e stilemica non possiede ancora una propria storicizzazione, il luogo del progetto assume il ruolo tipico della ricerca e dell’esplorazione sperimentale quale modalità tipica del progettare.
In questi recentissimi anni nuove istanze provengono dal campo della produzione e della conservazione dell’energia.
Il settore eolico ha attratto la nostra attenzione in quell’insieme di prodotti tecnici dal piccolo e piccolissimo ingombro decisamente opposti a quelli tipici delle torri eoliche la cui presenza tanto suscita preoccupazione dal punto di vista paesaggistico oltre che acustico. Benché il loro campo di applicazione nasca dalla più che giusta esplorazione della possibilità di affrancare il mondo industriale dall’approvvigionamento delle energie non rinnovabili, paradossalmente la loro esecuzione in progetti realizzati suscita più di una perplessità da parte di forze culturali e di opinione di taglio “ambientalista”. Il fortissimo impatto visivo – un campo eolico tradizionale si compone normalmente di 25 – 35 torri alte oltre 40 metri ciascuna – e il sensibile impatto acustico ne minano decisamente la sua accettabilità territoriale alla stessa stregua di un centro siderurgico degli anni settanta o di una megadiscarica dei nostri tempi. Ma anche in questo campo la ricerca del design industriale risulta fortemente latitante. Probabilmente ancora molto può essere fatto. Basti ricordare le recenti iniziative dell’ENEL nel aver posto a concorso il ridisegno del traliccio di trasporto e distribuzione dell’energia sul territorio nazionale vinto da Michele De Lucchi. Ciò che spaventa non è la torre eolica in sé - nella sua misura, nel suo impatto visivo - ma, a nostro avviso, la collocazione assolutamente disordinata e priva di “disegno” del parco (se così vogliamo continuare a chiamarlo) eolico.

Tra i produttori di apparecchi per la produzione elettrica due società hanno attratto la nostra attenzione per una possibilità, tutta da verificare anche perché non esplorata dallo stesso produttore, di poter inserire alcuni modelli all’interno dell’involucro architettonico facendo si che sia l’architettura ad adeguare la forma globale dell’involucro piegandolo alle nuove ipotesi.
Le due aziende attenzionate sono la “Windside” e la “Ropatec”, entrambe produttrici di turbine ad asse verticale di dimensioni piccole (le maggiori per uso abitativo non superano i 4,8 metri per la Winside, con il modello “WS-4C”, e i 4,5 metri per la Ropatec con il modello WRE.200) e piccolissime (rispettivamente 0,85 metri con il modello WS-0,15C e 0,8 metri con il modello WRE.003).
In verità recentemente si è guadagnata una notevole attenzione una giovanissima realtà industriale tutta italiana: la “Air Group Italy” di Casarano di Lecce. Prima azienda a proporre turbine appunto “domestiche” nel loro claim. La Air Group Italy ha volontariamente prodotto una recente versione a bassa potenza (500 W di picco) ritenendola maggiormente adeguata all’uso, appunto, “domestico”.
Nelle ricerche delle aziende le turbine vengono sperimentate in aria libera, naturalmente alla ricerca della maggior presenza di venti e, dunque, lontano dai centri abitati ritenendo che sia soltanto quello il campo di applicazione in grado di offrire la maggiore efficienza tra velocità del vento e energia prodotta. I dati grezzi semplicemente numerici e aerodinamici non potrebbero che confermare tali considerazioni.
Infine la turbina ad asse verticale vanta, in uno dei suoi più reclamizzati vantaggi, la possibilità di raccogliere il vento da qualunque direzione questo provenga. Ciò è verissimo ma rappresenta uno dei punti di forza della sua “vendibilità” proponibile per qualsiasi luogo e per qualsiasi utente. Non tiene evidentemente nella giusta considerazione che “qualsiasi luogo e qualsiasi utente” in realtà si trova normalmente in aree geografiche o siti in cui sarà possibile registrare statisticamente venti “prevalenti” da precise direzioni e non da qualsiasi direzione.

Da ciò nasce il punto di partenza di questa ricerca.

Lo studio qui proposto parte, al contrario, dalla presa in considerazione di un’area geografica particolarmente interessante dal punto di vista ventoso proprio in rapporto al grado di antropizzazione del territorio: l’area dello Stretto di Messina, caratterizzata dalla presenza di un naturale effetto Venturi costituito dalla morfologia delle due coste straordinariamente vicine, la cui sezione diminuisce soprattutto da sud verso nord al progressivo avvicinarsi al luogo di minor distanza tra le due coste, e dalla presenza di venti prevalenti (proprio perché deviati dai due rilievi: gli appennini peloritani e l’aspromonte calabro) sull’asse nord-sud o meglio dai quadranti da nord-ovest a nord-est (venti di mestrale e grecale) tipicamente estivi e sud-est – sud-ovest (scirocco e libeccio) tipicamente invernali.
Le turbine prodotte vantano un bassissimo livello di ventosità di innesco necessaria (1,5 e 3 m/s) unita ad una velocità massima ammissibile praticamente illimitata senza necessità di disporre di sistemi frenanti. Questo le rende adeguate a luoghi in cui il vento può assumere un’ampia variabilità di velocità e di direzione. In questo studio viene esplorata la possibilità di collocazione ad asse orizzontale con un più facile inserimento in edifici che ne sfrutterebbero il posizionamento in copertura o in piani porticati opportunamente sagomati in funzione, questa volta, di una direzione prevalente del vento realisticamente affidabile.
Entrambe queste caratteristiche rendono quindi interessante la possibilità di sperimentarne l’applicazione fissa interna agli involucri edilizi senza che la variabilità della direzione dei venti sia significativa. Gli esempi esplorati pubblicati in queste pagine mettono in luce questa possibilità pur descrivendo una semplice prima intuizione in attesa di poter essere sperimentata sul campo.



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