Usi e Costumi del BIM

Parecchi anni fa ebbi a suggerire al massimo esponente di una importante Centrale di Committenza Regionale di introdurre, in termini di premialità, i metodi e gli strumenti della Gestione Informativa per alcune gare di appalto relative a Edifici e Infrastrutture.

L'obiezione che mi fu opposta riguardava l'impreparazione del Mercato e il rischio di generare vantaggi competitivi in maniera scorretta con conseguente impugnazione dei bandi di gara.

Oggi, a distanza di molto tempo, dopo la menzione della facoltatività del tema all'interno del diritto comunitario in materia di Public Procurement e della successiva citazione entro il Codice dei Contratti Pubblici nazionale, un certo numero di Committenze Pubbliche e Private, assai eterogenee tra loro, si cimentano finalmente sul tema: tra di esse ricordiamo la Presidenza del Consiglio dei Ministri, l'Agenzia del Demanio, il Provveditorato alle Opere Pubbliche di Lombardia e di Emilia-Romagna, l'ENI, il Comune di Melzo, la Centrale Unica di Committenza di cui fa parte il Comune di Liscate.

Quando, tra pochi mesi, saranno vigenti le norme internazionali della serie ISO 19650 e quelle nazionali della serie UNI 11337, locuzioni quali Capitolato Informativo, Offerta di Gestione Informativa, Piano di Gestione Informativa, ma anche Plain Language Question o Master Information Delivery Plan, diverranno progressivamente abituali.

Per questa ragione, appare assolutamente necessario che sia possibile tanto condividere le retroazioni provenienti dalle sopraddette Stazioni Appaltanti (nessuna di queste ha sinora agito, infatti, ancora pure come Amministrazione Concedente) quanto recepire gli umori e i sentimenti scaturenti dagli Operatori Economici interessati dalle gare e dai contratti.

La preoccupazione, infatti, è che, oltre che i tecnicismi legati agli strumenti della Gestione Informativa, anche le tecnicalità inerenti ai metodi siano rapidamente metabolizzate, in qualità di superfetazioni, e, conseguentemente, agevolmente neutralizzate.

Nella fattispecie, apparirebbero più confortanti le opposizioni argomentate delle adesioni nominalmente indiscriminate, come sintomo della effettiva portata del passaggio innovativo.

Sappiamo, in effetti, molto bene come il versante dell'Offerta, specie a fronte di una Domanda inconsapevole, abbia, a suo tempo, rapidamente accantonato, sussumendolo, il tema della Gestione per la Qualità, che inizialmente appariva come un vero e proprio spauracchio, subito ridotto a un feticcio risibile.

Tutto questo, d'altronde, appare ampiamente prevedibile in un contesto privo della sufficiente Cultura Digitale, nel Settore più remoto da essa che esista, che si gioca tra Computazionalità e Immaterialità, ma anche nel quale difettano le metriche atte a misurare con attendibilità sufficiente i benefici arrecati dalla Digitalizzazione del Settore, oggi offerti da obiettivi annunciati e da affermazioni commerciali, tranne che in pochi casi virtuosi.

Sappiamo bene, comunque, come sino a pochi anni fa, la Gestione Informativa fosse considerata terreno privilegiato di culture d'oltralpe e d'oltremanica, estranea sostanzialmente alla mentalità autoctona, e quanto sia vivo ancora il timore di ostacolare il tessuto atomizzato, molecolare, della Micro Professionalità e della Micro Imprenditorialità, sotto le vesti delle barriere di accesso ai mercati e dell'onerosità delle richieste contrattuali in materia.

Quel che è certo è che, quasi ovunque nel Mondo, gli strumenti e i metodi della Gestione Informativa sono stati evocati dalle Committenze, Pubbliche e Private, in assenza di una revisione profonda dei quadri contrattuali e dei profili giuridici. Tutt'al più, si è cercato, sino a un certo punto, ad esempio, nei Paesi Anglosassoni, di introdurre Addendum a soluzioni contrattuali esistenti.

Questo atteggiamento è stato dovuto al tentativo di sottolineare, pur promettendo ampi margini di Efficientamento dei Processi, gli elementi rassicuranti di continuità tra le soluzioni innovative e la natura riluttante del Settore.
D'altra parte, in Italia gli Attori e le loro Rappresentanze sembrano avere accettato l'inevitabilità della diffusione degli strumenti della Gestione Informativa (e, al limite, si preoccupano di governarne, in qualche modo, l'acquisizione e l'apprendimento: oltre che le relative qualifiche professionali), ma più difficilmente accetteranno senza diffidenza i metodi (dell'approccio collaborativo e integrativo), come testimonia la vicenda legata alla Qualificazione delle Organizzazioni  sui Processi Digitalizzati.

Per le esperienze maturate a contatto diretto coi casi britannico e francese, e più indirettamente, con quello tedesco, direi che, al contrario, sia ora arrivato il momento di proporre quadri contrattuali redatti interamente alla luce della Gestione Informativa, con tutte le ricadute che ciò possa avere, proprio per evitare florilegi giurisprudenziali «incostanti».
Del resto, le questioni attinenti alla Collaborazione e alla Integrazione tutto sono fuorché ireniche, dal contesto della allocazione delle responsabilità a quello della tutela della proprietà intellettuale.

Tra l'altro, giunge, a rendere più complessa la vicenda, l'affaire connesso al drastico ridimensionamento dell'Appalto Integrato, ampiamente condiviso tra i Decisori Politici e gli Operatori Economici, e per ciò stesso non passibile di revisioni a breve scadenza.

Naturalmente l'esito di ciò, al di fuori delle diverse formule partenariali, consiste nell'indurre le Stazioni Appaltanti, tenute ad appaltare i Lavori Pubblici sul Progetto Esecutivo, a cercare, nelle pieghe delle Proposte Migliorative, qualche spiraglio di Interazione, benché non di Integrazione, tra Progettisti e Costruttori, giacché i Gestori appaiono prevalentemente solo nel Partenariato Pubblico Privato, ribaltando i termini della questione.

Ovviamente l'introduzione di elementi innovativi si alimenta, per i Decisori Politici, di un rapporto, contrastato, tra imposizioni e concertazioni, nel senso di forzare alcune scelte e, al contempo, di negoziarne altre, specialmente in una contingenza in cui si cerca di sistematizzare gli Investimenti Pubblici in una cornice unitaria, laddove, tuttavia, per l'Offerta l'incremento della dimensione quantitativa si spera probabilmente che possa passare per un contenimento di quella qualitativa, vale a dire innovativa.

Come è logico, non si è certo in presenza di un sussulto forte, di un ravvedimento profondo del Settore nella direzione dell'Economia Circolare e Digitale, bensì nel tentativo, diverso, di accoglierne alcuni tratti migliorativi senza includere quelli maggiormente trasformativi.

Si tratta, a mio avviso, di una aspirazione, del tutto comprensibile, epperò di difficile realizzazione, che potrebbe addirittura sortire effetti controproducenti, ma, naturalmente, ogni cosa può accadere e, di conseguenza, può essere che il tentativo abbia successo.

Certo è che Circolare e Digitale sono categorie che attengono alla Sistemicità e alla Disintermediazione e, perciò, una volta accolte, tendono a stravolgere gli assetti compartimentati.

Per disporre di qualche indizio sull'argomento esiste, in verità, un caso preferenziale, quello britannico, in cui è in corso contemporaneamente il consolidamento dei passaggi elementari della Digitalizzazione a larga scala (UK BIM Alliance) e il tentativo di evolvere ai livelli superiori (Digital Built Britain).
Il movimento è duplice, in quanto, il primo ambito concerne la diffusione sistemica della Digitalizzazione degli Operatori e delle Filiere, mentre il secondo contesto disloca letteralmente l'operatività sui terreni incogniti dell'Internet of Things e della Smart City.

Ciò che, dunque, si potrebbe ora immaginare nel Nostro Paese è negoziare seriamente i tempi e i modi della Maturità Digitale a livello basilare: in attesa della Grande Transizione al Living Built Environment. Ma anche capire quanto di quest'ultimo possa essere contenuto, ad esempio, in una Politica Industriale che si vuole a lungo termine come sarebbe «Casa Italia».