Per ridurre il rischio sismico italiano basta migliorare o si deve adeguare?

Se il nostro scopo è ridurre, entro limiti tollerabili, il rischio sismico italiano, prima di qualunque altra considerazione è necessario valutare le reali dimensioni del problema da affrontare.

La tabella successiva, ricavata da dati DPC (http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/classificazione.wp) e ISTAT (http://demo.istat.it/pop2016/index3.html), è, al riguardo, utile. 

Volendo ridurre il rischio solo nelle zone a pericolosità sismica più elevata, ossia escludendo dai nostri ragionamenti la Zona 3 e la Zona 4, comunque dobbiamo occuparci del 36% dei Comuni (2908 Comuni) e del 41% della popolazione (circa 25 milioni di persone).
Volendo ulteriormente contenere l’entità dell’intervento (pur restando nei limiti già precisati) possiamo limitarlo alle sole unità abitative effettivamente utilizzate ossia 5.903.342 (5.253.543 destinate ad uso residenziale e 649.799 destinate ad altri usi) 2.940.737 delle quali costruite prima del 1970 1.

Il problema, pur ridotto ai termini minimi accettabili, è comunque di dimensioni esagerate; ma torniamo al rischio sismico.
Il rischio sismico si valuta (prescindendo dall’esposizione) incrociando la pericolosità sismica del sito in cui sorge la costruzione con la vulnerabilità sismica della costruzione stessa.
A meno di delocalizzare gli abitanti, la pericolosità sismica non è suscettibile di interventi da parte nostra; ridurre il rischio sismico, dunque, significa ridurre la vulnerabilità sismica delle costruzioni.
 

Non volendo peraltro fissare, almeno per ora (si tornerà più avanti su questo punto), una priorità di intervento per non privilegiare alcuni comuni rispetto ad altri, l’unica soluzione possibile è intervenire in tutti i 2908 Comuni d’interesse, ossia su circa 5.900.000 unità abitative, semmai operando prima sulle circa 2.900.000 unità costruite prima del 1970, per ritornare successivamente sulle circa 3.000.000 di unità restanti.

Ho appena ipotizzato tre criteri utili a spalmare l’intervento su più anni (così da ricondurlo entro limiti economicamente affrontabili, peraltro mantenendo una sorta di “par condicio” tra tutti i cittadini coinvolti) che così sintetizzo:

1. intervenire contemporaneamente in tutti i comuni interessati;
2. intervenire prima sulle unità più antiche, dunque più vulnerabili al sisma, sia per l’inevitabile degrado subito dai materiali, sia per l’essere state costruite nella sostanziale assenza di una normativa antisismica;
3. intervenire in almeno due fasi successive e sovrapposte passando, una volta completate le unità più antiche, alle più recenti.

Da quanto detto, emerge la necessità di un piano nazionale, articolato su un paio di decenni, con un impiego di risorse pubbliche, ma soprattutto private, queste ultime incentivate con meccanismi analoghi a quelli già efficacemente utilizzati per perseguire il risparmio energetico.
Su quale sia la reale entità delle cifre da mobilizzare non esiste chiarezza ma, operando nei limiti sopra prefigurati e per un ventennio, si può ragionevolmente ipotizzare che si debbano mobilizzare tra i cinque e i 10 miliardi di euro l’anno.
Questa ipotesi, pur ragionevole, conduce a investimenti di entità ancora troppo ampia per essere realisticamente perseguita. Senza invocare competenze di tipo macroeconomico che non possiedo e non millanto, a mio avviso l’entità degli interventi annui, per essere effettivamente perseguibile, deve essere almeno dimezzata.

A questo fine occorre che gli interventi siano di miglioramento e non di adeguamento, e siano articolati in più fasi sovrapponibili così da conseguire, attraverso interventi successivi, un livello di miglioramento via via crescente fino a raggiungere, se le risorse economiche saranno sufficienti e lo si vorrà, anche l’adeguamento. Le tecniche di intervento debbono dunque essere attualizzate così da renderle applicabili in più fasi, senza che ciò comporti significativi costi aggiuntivi ed eventuali, anche se temporanee, riduzioni del livello di sicurezza durante la fase di applicazione.


1 Quanto alle caratteristiche strutturali 2.856.816 di unità sono in muratura, 1.777.196 sono in c.a., 619.531 sono in altri materiali.