Nuovi solai per il restauro del Castello di Montecchio Vesponi

L’intervento di restauro del Castello di Montecchio Vesponi dimostra che, anche nel settore della tutela, l’uso di soluzioni e materiali della tradizione riescono a garantire ottime prestazioni sia in termini di resistenza meccanica, sia di qualità estetica.
 
L’ evoluzione storica dei solai è scandita da fasi temporali ben definite ed è strettamente legata all’introduzione di materiali innovativi, all’incremento prestazionale dei materiali della tradizione, all’evoluzione delle tecnologie produttive e all’industrializzazione edilizia che, negli ultimi quaranta anni, ha condizionato fortemente le fasi di produzione e messa in opera degli impalcati orizzontali.
Tra le prime soluzioni ad essere adottate per separare due spazi sovrapposti si sono avuti i solai lignei con pianelle di laterizio e le volte in mattoni; progressivamente gli elementi strutturali in legno sono stati sostituiti da profilati metallici che garantivano migliori (anche se non ancora ottimali) prestazioni in termini di resistenza al fuoco, mentre alle superfici curve delle volte sono state preferite superfici orizzontali, per il minor volume occupato, per l’assenza delle spinte gravanti sulle strutture verticali e per il collegamento strutturale che assicurano con le murature portanti. Dalla prima metà del Novecento l’avvento del calcestruzzo armato ha di fatto rivoluzionato il settore dei solai, permettendo la realizzazione di parti strutturali in cemento armato, più affidabili anche in caso di incendio; abbinati agli elementi in calcestruzzo armato, gli elementi di alleggerimento in laterizio sono diventati sempre più grandi e, al contempo, sempre più leggeri. Nello stesso periodo vengono sperimentati e brevettati i primi sistemi prefabbricati, basati sull’uso di blocchi forati in laterizio disposti “a correre” e tenuti insieme da tondini in acciaio e getti di calcestruzzo all’interno di scanalature opportunamente create, in modo da realizzare dei travetti semi-prefabbricati, da terminare poi in opera con un getto di completamento.
Dalla metà del secolo scorso si registra l’ampio impiego di tre tipologie di impalcati, sempre in latero-cemento, che sfruttano a pieno le potenzialità insite dei materiali coinvolti e le innovazioni che in quegli anni cominciavano ad essere sperimentate e brevettate con maggiore frequenza, grazie, soprattutto, all’abbassamento dei costi di produzione: le pignatte vengono disegnate e prodotte con profili a T rovescia per permetter l’alloggiamento delle armature, vengono utilizzati travetti prefabbricati sempre a T rovescia in cemento armato precompresso, e compaiono i primi travetti semi-prefabbricati con fondello di laterizio e traliccio metallico.
Con lo sviluppo della prefabbricazione nascono i primi solai a predalles, caratterizzati da tralicci metallici annegati in una soletta in c.a. ed elementi di alleggerimento, e i primi pannelli in latero-cemento standardizzati, composti da due (a volte tre) file di pignatte, realizzati in officina, per lunghezze variabili fino ai 7,50 metri, e assemblati in cantiere.
Alla fine del Novecento, con l’obiettivo di razionalizzare la messa in opera, di integrare altri sottosistemi tecnologici e di innalzare i livelli di sicurezza in cantiere, vengono sperimentati e prodotti molteplici sistemi che prevedono, ad esempio, l’allargamento del travetto in latero-cemento, l’eliminazione dell’elemento di alleggerimento, un opportuno studio geometrico dei laterizi per garantire il passaggio degli impianti e/o l’integrazione con i pannelli isolanti.
Nell’ultimo decennio, invece, coerentemente con le tendenze evolutive di molti comparti produttivi del settore delle costruzioni, la soluzione tecnologica che registra maggior impiego è quella basata sui sistemi misti collaboranti che prevedono l’impiego del laterizio in abbinamento con altri materiali.
Tale soluzione risulta vincente anche negli interventi di conservazione e tutela del patrimonio esistente, come dimostra il recente restauro del castello di Montecchio Vesponi, nel comune di Castel Fiorentino, che ha previsto l’impiego di un solaio misto in laterizio e legno, a conferma del fatto che se correttamente utilizzati, tali sistemi, sono in grado, di fornire particolari garanzie in termini di sicurezza statica e di qualità estetico-formale.
 
Il castello di Montecchio Vesponi
Il castello di Montecchio Vesponi, con il suo profilo e la sua torre, alta circa 30 m, si erge sulla Val di Chiana, e le sue mura, intervallate da otto piccole torri, si sviluppano per un perimetro di circa 260 metri, entro cui svetta il mastio, attualmente adibito a residenza privata. Le mura presentano al loro interno ancora i segni delle abitazioni contadine, mentre tra gli oliveti circostanti sono tuttora visibili i resti di alcuni edifici dell’antico borgo.
Le prime notizie certe riguardanti la proprietà del castello risalgono all’anno Mille: successivamente, intorno al 1234, dopo essere stato di proprietà dei Marchesi del Monte e di altri feudatari, passò in mano agli aretini che ne fecero un baluardo di difesa a protezione soprattutto delle fazioni di Castiglion Fiorentino e Cortona. [… ]
 
Il restauro del castello
L’operazione più interessante dell’intervento di restauro apportato da Servadio e dalla moglie Adelaide Cortesi4 ha riguardato la realizzazione di un giardino-teatro al di sopra delle vecchie case, che ha di fatto convertito uno spazio tipicamente medievale in un palcoscenico ottocentesco a cielo aperto.
Il progetto, innovativo per lo specifico periodo storico, ha previsto l’aggiunta di 6 metri di terreno su una superficie di circa 6.000 m2, lasciando la casa del prete e il palazzo di giustizia alle altezze originarie. Il restauro ha previsto, inoltre, la costruzione dei merli guelfi sull’alta cinta muraria, precedentemente non presenti.
Le campagne di scavo eseguite dal 2006, sotto la direzione scientifica della prof.ssa Alessandra Molinari dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, durate ben cinque anni, hanno permesso di riportare alla luce le vecchie strutture abitative sepolte, i loro ingressi, la chiesa con le sue sepolture e numerosi reperti, consentendo lo studio sistematico della trasformazione del castello di Montecchio, dall’origine, attraverso i secoli e fino ai giorni nostri.
 
L’obiettivo del più recente intervento di restauro e consolidamento, ad opera dell’architetto Maria Carolina Zambelli, è stato quello di conservare in superficie l’immagine ottocentesca e romantica, integrando le porzioni di tessitura muraria mancanti e ricoprendo gli ambienti sottostanti con soluzioni tecnologiche che consentissero, oltre al corretto uso del teatro all’aperto, anche la possibilità di visitare gli ambienti sotterranei.
Attraverso un sistema di scale si accede ai piani interrati dove le vecchie canalizzazioni delle acque sono state recuperate come teche espositive dei reperti ritrovati, mentre il tetto giardino, di tipo semi-intensivo, oltre a contribuire all’isolamento termico degli spazi sottostanti, permette, grazie ad una cisterna di raccolta dell’acqua piovana, l’irrigazione delle aree verdi.
Le integrazioni del paramento murario sono avvenute utilizzando le stesse pietre macigno di Montecchio, con il proposito di intonacarle, per rendere riconoscibile l’intervento di restauro rispetto allo stato originale.
Proprio per la specificità del luogo e dell’intervento, la scelta del tipo di solaio da utilizzare per coprire gli spazi ipogei ha assunto un ruolo fondamentale nel progetto di restauro. La tipologia adottata è stata quella con travetti lignei con interposti elementi forati curvi in laterizio: tale soluzione consente l’utilizzo pedonale della copertura con il giardino pensile, soddisfacendo sia requisiti statici, in conformità alla vigente normativa, sia quelli estetici.
Nel 1281 furono ampliate le mura castellane e inglobati al loro interno nuovi nuclei familiari, dando luogo all’attuale configurazione. Più tardi, a seguito delle continue lotte tra Firenze, Arezzo e Perugia, il castello passò prima sotto il possesso di Firenze (a seguito della famosa battaglia di Campaldino del 1289, nella quale sembra combatté an­che Dante Alighieri), poi tornò ad Arezzo (1303) e infine divenne la dimora del celebre capitano di ventura inglese John Hawkwood, che vi abitò fino alla morte, nel 1394, quando il castello tornò di proprietà di Firenze e divenne sede di funzionari fiorentini. Nella seconda metà del 1700, conseguentemente alle riforme sulle autonomie del Granduca Pietro Leopoldo, il Comune di Montecchio fu unito al Comune di Castiglion Fiorentino e nel XIX secolo, dopo l’unificazione d’Italia, il Castello, abbandonato e suddiviso fra numerosi piccoli proprietari, fu acquistato dal banchiere e politico senese Giacomo Servadio che lo restaurò e successivamente lo vendette a Maria Gattai la quale, dopo il consolidamento della torre e di alcune parti strutturali delle mura, nel 1979 ne cedette la proprietà alla contessa Orietta Floridi Viterbini.
 
Le caratteristiche dei nuovi solai misti
I solai misti utilizzati nell’intervento di restauro sono caratterizzati da peculiari qualità formali che prevedono l’uso di travetti di abete in sostituzione di quelli in calcestruzzo precompresso o tralicciati e l’utilizzo di blocchi forati curvi in laterizio, simili, ad opera ultimata, agli impalcati della tradizione toscana (e non solo) con le pianelle a vista.
Dal punto di vista meccanico il solaio, a comportamento elastico, è paragonabile ad un diaframma rigido e garantisce un collegamento efficace con le strutture portanti verticali.
La sezione resistente è costituita da una trave superiore a T in calcestruzzo armato e da un travetto inferiore a sezione rettangolare in legno lamellare dotato, nella parte superiore, di una fresatura ad incastro e denti lungo il tratto centrale. Nella fresatura viene realizzato un getto in malta cementizia antiritiro ad alta resistenza e, successivamente, inserito un traliccio metallico tipo “bausta”.
 
 
Il solaio così concepito funziona in quanto risultano impediti gli scorrimenti relativi fra le superfici a contatto degli elementi che compongono la sezione (più sono impediti e meglio il solaio funziona): la rigida connessione tra loro permette di sfruttare al meglio le caratteristiche dei diversi materiali realizzando sezioni più performanti a partire da dimensioni ridotte rispetto agli stessi materiali non mutuamente collaboranti.
 
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Articolo a cura di ANDIL tratto da CIL 164
 

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