Cultura Architettonica e Cultura Industriale: una Convergenza Difficile

Angelo Luigi Camillo Ciribini DICATAM, Università degli Studi di Brescia 11/07/2017 1606

Il blog di DIGITAL&BIM ITALIA ha ospitato recentemente una serie di interviste che vertevano sul valore strumentale o metodologico del Building Information Modelling per la cultura architettonica.
Naturalmente, come è stato osservato, il significato della locuzione «strumento» può variare, sino a includere il metodo, il processo o altro.

La mia sensazione è che, dietro alle diverse posizioni, comunque, riemerga, tra l'altro nei medesimi termini sostanziali, benché non nominali, la inveterata questione della cultura industriale nelle Costruzioni che, tra l'altro, oggi risorge anche sotto l'egida del rapporto tra BIM e Off Site.
Il catalogo di una mostra, tenutasi nel 1983, a Parigi presso il Centre Georges Pompidou, appunto molti anni or sono con il titolo di Architecture et Industrie: passé et avenir d'un mariage de raison, a cui aveva contribuito anche mio padre, già tradiva la criticità della relazione.
Architettura e Industria era anche il titolo di un volume che sempre mio padre aveva scritto al termine degli Anni Cinquanta, nel 1958, all'epoca in cui insegnava alla HfG di Ulm, in una dimensione ben lontana dai rapporti esplorativi, come quello del 1961, sui brevetti francesi Balency e Coignet.
È ben noto che l'Industrializzazione Edilizia, poi divenuta, in termini peggiorativi, Edilizia Industrializzata e, infine, solo Edilizia Industriale, ha costituito l'oggetto di grandi aspettative e di altrettanto grandi delusioni nella forma, è il caso di dirlo, della Prefabbricazione.
Per questo motivo, non senza ragioni, Sergio Poretti ha potuto definire come episodica, in una storia di lunga durata, la saga della Industrializzazione.
Ora, io credo che la difficoltà di fondo che spiega le perplessità di molti architetti nei confronti non tanto dell'utilità della Digitalizzazione quanto del suo potere trasformativo risieda esattamente nei modi di allora: pretenderne, o vederne, una traduzione pedissequa, che si tratti della serialità o dell'unicità ovvero della mass production o della mass customization, del modello T della Ford o di quello più recente della Airbus.
In realtà, probabilmente, non corre, paradossalmente, molta differenza nell'affermare che il BIM sia un mero passaggio evolutivo della strumentalità o che sia un fattore rivoluzionario.
Ciò che forse si cela dietro a queste tesi apparentemente antitetiche è una considerazione della cultura industriale come di una razionalità delle relazioni (e, in particolare, delle informazioni) che genera un processo ideativo che trascende una sua inverazione letterale: ad esempio, appunto nella Prefabbricazione, in cui, tuttavia, allora prevaleva l'idea del giunto più che non del componente, una nozione, ancora una volta, della relazione, per cui la coordinazione di allora varrebbe la non interferenza di oggi.
Anzi, si potrebbe paradossalmente dire che proprio allorché il pensiero industriale nel settore ha tentato una trasposizione letterale dei principî fondativi, esso abbia conseguito i risultati peggiori, vale a dire quelli più riduzionisti, poiché di quello ha colto la veste superficiale.
Per citare, evocativamente Agostino, che rifletteva, in quel caso, sul tempo: «Se nessuno me lo chiede, lo so; se cerco di spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so». In parole povere, la cultura architettonica, almeno quella nazionale, ha sempre avvertito un certo disagio per una impostazione sistematica, come dimostra la perdurante enfasi su termini quali «creatività» e «artigianalità», che rivelano elementi positivi profondamente riconoscibili, ma celano, al contempo, le cause strutturali di alcune debolezze fondamentali del mercato domestico.
È chiaro che la Digitalizzazione non solo ripropone gli estremi dell'approccio sistemico e sistematico, ma lo fa, oltre a tutto, computazionalmente, con gli evidenti rischi di un riduzionismo che attiene a categorie quali prestazionalità e simulazione, peraltro, indissolubilmente legate.
Di primo acchito, questa cultura industriale efficienta processi progettuali, che sono, anzitutto, processi decisionali: dalla pannellizzazione di una facciata continua alla produzione versatile di elementi strutturali unici in legno.
Non a caso, a partire dalla concezione iniziale per terminare coll'assemblaggio in cantiere, nelle narrazioni degli attori ricorrono espressioni che evocano la capacità di controllo, la possibilità della verifica, cioè, la mitigazione del rischio attraverso la riduzione dell'errore.
La sensazione, perciò, è che la cultura architettonica cerchi di accogliere questa innovazione riconducendola nei confini della sfera delle cose note: per certi versi, lo fa in maniera intellettualmente più onesta quando ne circoscrive l'ambito di adozione, piuttosto che non allorché ne enfatizza la portata trasformativa.
Tra l'altro, ciò significa che i racconti di opere ideate a partire dalle logiche computazionali dell'eccezione che non ammettono, nella realizzazione, tassativamente alcuna ripetizione, e le narrazioni che sottolineano, al contrario, la iterazione della modularità, non siano così dissimili.
Per cercare di esplicare meglio la questione pensiamo ai paradigmi della Manifattura 4.0: naturalmente, il paesaggio produttivo è popolato di macchinari automatizzati, di robot e di cobot, ma, in realtà, i principî fondamentali non sono strettamente tangibili, riguardano l'intelligenza artificiale che rende semi-decisionali e semi-autonomi i processi, il rapporto uomo/macchina, l'introiezione del ruolo del cliente finale in catene di fornitura e in fabbriche interconnesse in tempo reale.
Alla stessa stregua, un processo «ideale» che riguarda la committenza digitalizzata partirebbe dalla espressione computazionale dei requisiti informativi, ad esempio, con dRofus (sorto per i presidî ospedalieri norvegesi), corredati da simulazioni dei protocolli sanitari e clinici (in quella circostanza) svolti con game engine, che inducono committenti e progettisti a concepire gli spazi per mezzo delle attività che vi si svolgeranno.
Il collegamento bidirezionale col progetto in evoluzione tramite il modello informativo consente, inoltre, una tempestiva ed esaustiva verifica quantitativa tra le richieste del committente e le opzioni proposte dai progettisti, sinché i modelli federati potranno, successivamente essere verificati e validati, tra gli altri, con Solibri, a iniziare dai rule set definiti aprioristicamente.
Ovviamente, quel che conta non è la stretta conformità attuata dal progettista nei confronti del committente, bensì la capacità dialettica di entrambe le parti, da svolgersi digitalmente, dunque, computazionalmente. Al contempo, tuttavia, quanto una esuberante «progettualità» di committenza, espressa in termini di Briefing Process, potrà essere accettata dagli architetti?
È anche, inoltre, da rimarcare che sia possibile tanto analizzare le prestazioni del progettista, da parte del committente o del progettista stesso, grazie all'analisi delle modalità con cui egli o ella ha applicato gli strumenti.
Il che significa che le prestazioni professionali possono essere monitorate e misurate non solo attraverso i progetti/modelli, ma anche tramite l'uso degli applicativi che li generano.
Il che comporta il fatto che la verifica del progetto ai fini della validazione riguardi sempre più il modo di agire, o meglio, il modo di pensare dei progettisti, anche perché i loro esiti sono, per oggetti (mono-, bi-, tri-dimensionali), già falsificabili col censimento.
Quel progetto/modello potrà, in parte, poi essere sviluppato in maniera semi-automatica per gli aspetti ripetitivi e riproducibili, potrà anche essere trasposto in ambienti immersivi multi-sensoriali in cui coinvolgere anche gli utenti prospettici.
Appare, pertanto, il tema di come pensino gli architetti e di come sentano gli utenti...
Quello che rileva dei processi digitali è che tendono, se non applicati stoltamente, a investire l'essenza intima e ultima delle vicende che, nel modo analogico, si davano infine per scontate.
Occorre, pertanto, domandarsi dove risieda la cultura industriale: nel componente prefabbricato stratificato (anche in senso impiantistico), nell'elemento unico prodotto colla Digital Fabrication o coll'Additive Manufacturing, oppure per mezzo di un disciplina di impostazione della progettazione che si fonda su strutture informative rigorose e avanzate (anche per ideare soluzioni tradizionali, interamente gettate in opera, scarsamente «industrializzate») o in un componente sensorizzato che vale più ancora che per le prestazioni che offre nel ciclo di vita, per i dati a esse inerenti che trasmette in tempo reale?
È interessante notare quanto afferma Jean-Louis Cohen a proposito di Frank Gehry, oggetto del recente ciclo di seminari tenutosi al Collège de France e, in particolare, nella lezione intitolata Vers le tournant numérique: «Peu de praticiens ont autant transformé la pratique de l’architecture au cours des dernières décennies que Frank Gehry, dont l’œuvre a redéfini la notion même d’édifice».
Ecco, appunto, si parla della mutazione che il concetto di bene immobiliare sta subendo, molto più rilevante dei metodi e degli strumenti: l'ha ricordato magistralmente Thomas Bock, il Building Information Modelling diviene Process Information Modelling.
Si tratta, sempre per riprendere una comunicazione dello storico francese per la Cattedra Borromini dell'USI, di valutare il potere degli architetti.
Nella descrizione di un prossimo convegno organizzato da Uni Kassel si legge:
Standardization has played a key role in architecture and construction since the Enlightenment. It accelerates building production, reduces costs, and assures quality control, at least in theory. The classical modernists of the 20th century treated standardization and normalization as engines of social and technical progress. Even though concepts for mandatory, form-giving standards—like those proposed by Ernst Neufert—never established themselves, there are more standards today than ever before. Despite appeals to cultural specificity, standards shape processes and products all around the world through the digitization and rationalization of cognitive processes. With the introduction of BIM (Building Information Modeling), these processes are becoming increasingly relevant.
In realtà, la nozione dello smart construction object, esattamente così come quella del cognitive building, cercano di smentire questa convinzione.
Non per nulla, il Design Modelling Symposium di Parigi si dedicherà allo Humanizing Digital Reality.
Anche in questa ulteriore occasione si legge:
In the line of the positivist movement some 150 years ago, anthropocentrism seems to be a logical continuation of progress where humans control the built and unbuilt environment and are furthermore central in bringing and implementing solutions. Ever better computers emulate and control ever better natural phenomena evolving to a hoped for all encompassing matrix for the future cities to be.
So far okay, but how far does our reach as humans really go? Do the complex algorithms that we use for city planning nowadays live up to their expectations and do they offer enough quality? How much data do we have and can we control? Are today’s inventions reversing the humanly controlled algorithms into a space where humans are controlled by the algorithms? Are processing power, robots to the digital environment and construction in particular not only there to re-discover what we already knew and know or do they really bring us further into the fields of constructing and architecture?

Credo che la cultura architettonica italiana, sia a livello accademico sia a livello professionale, debba chiedersi senza scorciatoie che cosa mai vorrà dire adottare lo «strumento» del «BIM», quali esiti ciò potrà avere sull'immaginario e sullo statuto delle discipline che investono l'architetto, ma anche i suoi consulenti tecnici.