Il Malessere degli Architetti e la Digitalizzazione

Angelo Luigi Camillo Ciribini - DICATAM - Università degli Studi di Brescia 25/06/2018 2565
Recentemente Le Monde dedicava una lunga analisi al malessere, al disagio profondo che gli architetti francesi accusano nei confronti di una contingenza storica che essi avvertono come penalizzante, nello specifico a causa della Loi ELAN (Evolution du logement, de l’aménagement et du numérique), ma anche della diffusione degli interventi in Partenariato Pubblico Privato.
Ciò accade proprio mentre il CNAPPC, suscitando, peraltro, la contrarietà del CNI, propone una sorta di disegno di legge sull’architettura, non scevra di ispirazione proprio al caso della Francia.
 
Per quanto il malcontento degli architetti d’oltralpe non sia quasi mai direttamente relazionato alla digitalizzazione, è chiaro che quest’ultima, da intendersi come metodo abilitante di processi di integrazione tra soggetti committenti, professionali e imprenditoriali, sembra comprimere la «creatività», la libertà ideativa del pensiero architettonico.
 
D’altra parte, se è vero che la retorica del Building Information Modeling e del Computational Design apra vasti spazi «generativi» (attributo finalmente ormai sottoposto a una revisione critica), il preteso alleggerimento delle azioni ripetitive del lavoro intellettuale dell’architetto inizia a essere manifestato come «automazione» dei percorsi progettuali.
Di là del fatto che una simile espressione non possa che alimentare le ansie degli architetti, di cui si diceva inizialmente, la vera preoccupazione, più che a queste minacce millenaristiche, benché non prive di fondamento, è incentrata sulla cogenza di logiche di investimento, «produttivistiche», che comprimerebbero e penalizzerebbero l’identità del professionista.
 
Ovviamente, a questo proposito, poco importa la realtà delle cose; conta, invece, a prescindere da come gli architetti si comportino effettivamente, la percezione che il lavoro collaborativo, l’adesione alle razionalità altrui, sia avvertito dagli architetti come una restrizione, mentre, all’opposto, gli altri soggetti tendono a definire questa condizione libertaria invocata come deresponsabilizzante.
Per questa ragione, a mio avviso, l’avere introdotto acriticamente nelle Scuole di Architettura insegnamenti di vario grado sul «BIM» costituisce un grave errore.
Si trattava, piuttosto, di ereditare il vasto dibattito, di stampo prevalentemente anglosassone, sulla natura dell’architetto nell’era digitale, per avviare in maniera consapevole gli studenti verso la prospettiva computazionale, che implica una maggiore capacità di indirizzo e di governo da parte della committenza, ma anche la presenza di strategie aggregative delle strutture professionali.
L’impressione è che l’Accademia, ma anche la rappresentanza professionale, abbia sottovalutato il ruolo dei metodi e degli strumenti della digitalizzazione, non tenendo in conto che essi, per quanto apparentemente specifici, andavano, in definitiva, a fungere da facilitatori, da agenti abilitanti degli approcci imprenditivi tanto avversati e abborriti dagli architetti a livello identitario, nei propri immaginari.
Sarebbe ancora possibile rivedere certe impostazioni e, alla vigilia di una possibile rivisitazione del Codice dei Contratti Pubblici, ma anche di un DM sui livelli di progettazione, tutto fuorché declinato digitalmente, riprendere la riflessione sotto altre prospettive?