Il valore del dato condiviso. Data management e piattaforme digitali per il BIM

Il valore dell’informazione nel processo digitale

La parte 1 della recente norma EN ISO 19650 definisce alcune prospettive rilevanti per la gestione dei dati che gravitano attorno a processi di natura BIM.

In sostanza, per la commissione ISO, tutte le informazioni che caratterizzano il ciclo di vita di un’opera, sia edilizia che infrastrutturale o urbana, possono essere raccolte all’interno di archivi destinati a documentarle e renderle disponibili nelle fasi di progetto (attraverso i modelli PIM - project information models) e di gestione (con i modelli AIM - Asset information models).

È questo un principio di strutturazione dei contenuti non banale, poiché sottende ancora una volta l’importanza della “capacità di comunicazione” che le tecnologie e i processi che il BIM amplificano: il popolamento di archivi di conoscenza è il risultato di un incremento graduale dei livelli maturità del progetto operato da più figure, in azione negli ambiti dell’esistente o negli interventi sul nuovo.

Il dato aumenta in coerenza e qualità con l’approfondimento incrementale dei caratteri di una costruzione e con una migliore condivisione degli esiti d’indagini e ipotesi progettuali, favorite naturalmente da tecnologie innovative, standard in grado di definire le migliori pratiche per raccogliere le informazioni e modelli digitali federati scaturiti dalle discipline coinvolte nelle opere.

In figura 1 viene rappresentato schematicamente questo principio, secondo il quale l’incremento di benefici dovuto ad una corretta attitudine collaborativa è il risultato della combinazione di molti aspetti variabili con le fasi di conoscenza, per i quali i dati hanno sempre una posizione centrale. 

Senza addentrarsi nelle criticità che questo scenario in realtà cela (necessità di nuovi formati di interoperabilità, valutazione dei rischi nella sicurezza dei dati, reti informatiche non sempre adeguate, ecc.), è necessario però riflettere sulla natura dell’informazione che, come si legge nella norma, può essere strutturata o non strutturata in PIM e AIM: se la prima include modelli geometrici, database, computi e dati raccolti seguendo determinati schemi, la seconda è costituita da immagini, filmati, registrazioni audio e tutte quelle fonti di conoscenza che difficilmente possono essere catalogate nelle rappresentazioni più strutturate. 

Il dato è quindi centrale per la comprensione delle dinamiche di progetto e di gestione in tutte le sue forme, anche quando non è un prodotto diretto dell’azione umana ma risulta dal lavoro di apparati di controllo automatici, sensori di domotica, manipolazioni derivanti da algoritmi AI e così via.

L’organizzazione delle informazioni, in ragione delle loro diverse nature, è pertanto essa stessa informazione, in grado di attribuire un valore anche economico al dato raccolto e condiviso. 

La rappresentazione delle informazioni smette di essere descrittiva per diventare speculativa, dal momento che la gestione del dato porta inevitabilmente a ripensare e rivedere contenuti e strategie nel processo digitale, non solo a presentarle.

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Figura 1. Lo schema, tratto dalla norma BS EN ISO 19650-1:2018, illustra i benefici dello scambio di dati nei diversi livelli di sviluppo delle attività di progetto.

Dall’ambiente di condivisione alla piattaforma

L’approssimarsi delle scadenze per l’applicazione obbligatoria del BIM nelle normative nazionali ha portato gli operatori del settore a concentrarsi massivamente sugli ambienti di condivisione dati, i cosiddetti Common Data Environments  (CDE o ACDat più all’italiana), individuando spesso in essi la sola valenza di raccoglitori informativi, invece che interpretarli più correttamente come veri e propri strumenti di organizzazione produttiva.

In prospettiva, queste piattaforme diventeranno sempre più aperte alla fruizione interconnessa tra macchine-oggetti-persone e processi, come uno degli elementi caratterizzanti la quarta rivoluzione industriale (industria 4.0).

L’informazione prodotta, raccolta e resa disponibile, seguendo indicazioni internazionali prima (PAS, BS 1192) con il CDE e quelle italiane (UNI 11337) poi, ambiscono effettivamente a coinvolgere ogni soggetto (owner, designer, manufacturer and builder, operation manager, user) in ogni fase del processo delle costruzioni.

Affinché ciò avvenga, e affinché accada nella maniera migliore, le informazioni necessitano di essere raccolte in modo strutturato, trattate e ridistribuite attraverso piattaforme dedicate, capaci di riconoscerne il contenuto, il formato, la dimensione e il dominio di utenti possibili fruitori. La figura 2 illustra i più noti sistemi di classificazione strutturati per componenti edilizie che spesso sono utilizzati per la compilazione delle “piattaforme di gestione dati”, come le identifica la norma UNI 11337:2017, domini di raccolta, gestione e messa a sistema di tutte le informazioni provenienti da oggetti, da modelli e dai vari CDE.

Tuttavia, nell’epoca della gestione delle grandi quantità di dati (i Big Data), uno strumento di condivisione dei processi che si concluda all’interno di una singola commessa od in relazione ad un singolo manufatto come il CDE, risulta essere limitativo se non è concepito per integrarsi gradualmente in una piattaforma di coordinamento superiore.

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Figura 2. OmniClass, Uniclass, UniFormat e MasterFormat, tra i più noti sistemi di classificazione per le componenti edilizie nel mercato delle costruzioni. 

Queste considerazioni sono alla base delle sperimentazioni più recenti in materia di piattaforme: è il caso del recente progetto DigiPLACE, orientato creazione di una Piattaforma Digitale Europea per le costruzioni, che vede tra i protagonisti l’Italia, dopo una selezione preliminare operata dalla Commissione Europea ad inizio 2019, attraverso CORDIS (Community Research and Development Information Service).

Il progetto da poco avviato vede confluire tra le proprie fila un insieme pertinente di diciannove partner riuniti in consorzio, orientati ad una collaborazione tra i maggiori rappresentanti dell'industria comunitaria, un forte partenariato accademico e il sostegno delle autorità pubbliche di 3 paesi per 18 mesi.

Per l’Italia, dopo le controverse esperienze come quella di InnovANCE, il progetto è supportato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e si propone di dare risposta alle necessità di digitalizzazione degli appalti pubblici per incrementare i vantaggi di trasparenza ed efficienza garantite dalle tecnologie più avanzate, per le quali il BIM è protagonista. 

Il settore privato trarrà certamente vantaggio da queste pratiche, così come di ispirazione saranno le piattaforme digitali già finanziate dalla commissione europea dedicate al settore manifatturiero, agricolo e sanitario, in partenza nel 2020.

Se da un lato numerose aziende stanno già allestendo i propri cataloghi di produzione per allinearsi alle richieste dei progettisti, le piattaforme digitali prenderanno presto il controllo del comportamento a regime di fabbricati ed infrastrutture.

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Figura 3. Cinque possibili trend che contribuiranno a definire il settore delle costruzioni e l’utilizzo dei capitali (fonte: McKinsey Company). 

Secondo McKinsey, compagnia internazionale di consulenza manageriale, la tecnologia sarà sempre e comunque il motivo conduttore nello sviluppo di piattaforme integrate per la gestione delle costruzioni, soprattutto in relazione alle metodologie che permettono di digitalizzare il costruito, valutare comportamenti e costi, favorire lo scambio informativo, sfruttare i sistemi integrati come l’IoT, e utilizzare materiali avanzati sostenibili (figura 3).

L’arrivo di nuovi formati di interscambio, la possibilità di interagire con sensori e macchine via via più “intelligenti” e la velocità crescente di condivisione dei dati, insieme al loro controllo e validazione sono solo alcuni possibili scenari di come nell’immediato futuro potranno essere sviluppate piattaforme digitali condivise.

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