Effetti della Trasformazione Digitale: Opportunità e Rischi per il Settore della Costruzione e dell’Immobiliare

La digitalizzazione per il settore della costruzione e dell’immobiliare è un fenomeno davvero inarrestabile e utile? Questa domanda non deve apparire retorica né scontata, poiché della digitalizzazione esistono diverse versioni, più o meno onerose, più o meno dirompenti. Il rischio maggiore che si possa presentare è, tuttavia, quello dato dalla tentazione di presentarne una versione generica, in cui tutti, senza distinzione alcuna, possano risultare beneficiari. Si sa bene, invece, che così non sia: cercare di ignorare questa considerazione comporta, infatti, la possibilità di ingenerare effetti controproducenti.

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Sviluppare una dottrina microeconomica in materia di Digital Transformation, Climate Change, Social Impact

La priorità, per le Scuole di Architettura e di Ingegneria, dovrebbe essere quella della formazione di BIM Manager, BIM Coordinator, BIM Specialist ovvero di CDE Manager?

Anche questo quesito riserva una risposta differente: per quanto importante ciò sia, accanto alla formazione di Data Scientist, l’urgenza consiste nella formazione digitale dei futuri titolari delle società professionali e imprenditoriali e dei loro top manager, nonché di immaginare come preparare Chief Digital Officer per gli operatori del settore della costruzione e dell’immobiliare.

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Ciò che serve ormai al settore è sviluppare, al fine di poter recitare il ruolo da protagonista nel settore dell’ambiente costruito, una originale dottrina microeconomica in materia di Digital Transformation, Climate Change, Social Impact.

Urge, dunque, infondere negli attori una cultura aziendale affatto diversa che legittimi una rinnovata attualità e attrattività del settore.

Sussiste oggi una convergenza degli ambienti politici, accademici, consulenziali, nell’enfatizzare alcune categorie ben note, proponendole come innovative e inevitabili entro il grande racconto della evoluzione e della trasformazione del settore.

Esse sono, peraltro, in parte retoriche, nel senso che è difficile comprendere quanto davvero, ad esempio, vi sia l’intendimento di perseguire la decarbonizzazione atttaverso gli investimenti edilizi e infrastrutturali o di non privilegiare solo gli azionisti nelle strategie aziendali.

Tra queste categorie, la digitalizzazione occupa una posizione privilegiata, avendo il ruolo, nel combinato disposto con altre istanze, di proporre uno scenario ben preciso che, in ultima analisi, si propone di accorciare la catena di fornitura, espellendo i passaggi e i soggetti «improduttivi», oltreché di sfruttare le economie tipiche di un approccio industriale, di origine manifatturiera, per quanto questo aggiornato possa essere in termini di mass customization.

Ciò, inevitabilmente, porrà in tensione un comparto, come quello della costruzione e dell’immobiliare che, pur professando fede nei processi digitali, cerca di non ammettere che le proprie caratteristiche strutturali siano probabilmente configgenti con la natura dell’intento precedentemente illustrato.

In altre parole, nel contesto nazionale, così sensibile alle pre-esistenze, limitato dalla necessità di contenere il consumo di suolo, un approccio «digitale», per assicurare gli esiti attesi dovrebbe, forse, far accettare come prioritaria la «sostituzione» anziché la «manutenzione», attuata a una scala urbana che contrasti con la polverizzazione attuale dei soggetti e degli interventi relativi di recupero e di riqualificazione.

Se così accadesse, un intero periodo culturale, che ha sedimentato con originalità, ma anche con stereotipicità in talune occasioni, nei decenni un approccio «conservativo», dovrebbe cedere il passo alla fascinazione per soluzioni «sostitutive» residenziali, ricettive, produttive, e così via, tanto straordinariamente efficienti ed efficaci da legittimare un vero e proprio cambio di paradigma produttivo che porti, tra l’altro, con sé processi aggregativi tra gli operatori, «industrialmente» evolutisi.

Se così non fosse, a causa di una resilienza certamente molto forte, l’alternativa sarebbe costituita da una lenta transizione digitale, che circoscriva le proprie aspirazioni a un potenziamento delle tradizionali ana-logiche, preservando l’atomizzazione del comparto, i cui oneri sono, tuttavia, da addossare a una parte ancora non ben identificata.

Occorre, infatti, riconoscere che, di là dei processi trasformativi ingenerati dalla grave recessione degli ultimi lustri, l’aspirazione al cambiamento, soprattutto, la sua necessità, non appartenga a un sentimento unanime.

La Transizione Digitale tra narrazione obbligata e la percezione reale

È ormai, comunque, evidente che le molteplici forme della digitalizzazione stiano, in prospettiva, trasformando in profondità molti ecosistemi, o che promettano di farlo: dallo spazio dell’autoveicolo a quello dell’ufficio, dalle modalità relative alla mobilità a quelle attinenti al lavoro.

Ciò avviene, peraltro, attraverso nozioni legate al benessere e al riutilizzo che, non senza ambiguità, si rifanno a un produttivismo inedito che rigetta il pensiero «lineare»: non lasciare inattivi i veicoli (con il conseguente ridimensionamento dei parcheggi e della proprietà dei mezzi), non lasciare inutilizzati gli spazi di lavoro (contestualmente all’avvento dello smart working), e così via.

Tutta questa «intelligenza», infatti, sembra, però, nominalmente che, per il settore della costruzione e dell’immobiliare, possa darsi intrinsecamente, senza che vi sia una riflessione complessiva, senza offrire una visione sistemica, come se fosse sufficiente profittare dell’esistenza della transizione digitale: proprio perché sussiste l’ambiguità di fondo, a cui si accennava in precedenza, tra una narrazione obbligata e la percezione reale.

Di questa situazione è emblema la ricerca ricorrente di metodologie di valutazione della «maturità digitale», che esprime il bisogno di stimare la effettiva convenienza alla «svolta».

Dall’esterno del settore, infatti, giungono voci unanimi nel definirne l’arretratezza e il ritardo digitali, coniugati alla sua scarsa produttività, con tutto ciò che ne consegue per l’economia nazionale, ma è davvero così e, soprattutto, vi è una effettiva volontà di porvi rimedio?

A fronte di benefici che, in buona parte, sono discutibili, vale a dire, che richiedono di essere discussi, e a oneri ancora da quantificare esattamente, si profilano, perciò, due differenti versioni della digitalizzazione.

Due differenti versioni della digitalizzazione

La prima versione, «debole», prevede che, in misura differenziata (specie nei confronti delle MPMI), si possano esercitare azioni di relativo efficientamento, nel solco delle categorie analogiche che pervadono, per ragioni storiche e anagrafiche, una porzione non piccola degli operatori.

Può darsi, come si auspica, ad esempio, per l’artigianato di qualità in altri settori, una forma avanzata della digitalizzazione delle MPMI?

Vi è, poi, anche una versione «forte» che, di là del passare da una autentica cultura digitale assai rara nelle classi dirigenti attuali, per le fondate e valide ragioni di cui si diceva, che ineriscono pure allo scrivente, contemplerebbe il mettere mano all’intera struttura del comparto, nelle diverse ottiche economiche, finanziarie, giuridiche, culturali, ben oltre i confini del «digitale».

In altre parole, servirebbe riconfigurare interamente il settore e il mercato in funzione degli esiti inediti che si possono prospettare: è significativo, del resto, che i risultati attesi in termini di asset si traducano contrattualmente, nei casi più avanzati, in outcome, in luogo di output, per di più spesso social.

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Ammesso, e non concesso, che alle MPMI la transizione digitale possa convenire, resta insoluto il modo affinché ciò possa avvenire, prescindendo dalla ipotesi, spesso piuttosto generica nei contenuti, di approntare «piattaforme» ed «ecosistemi».

Per questa ragione, appare oggi prioritario interrogarsi sulle direttrici che sarebbe auspicabile perseguire per indirizzare i processi evolutivi e trasformativi nella direzione auspicata, in conformità a precise politiche e strategie, la cui convergenza sostanziale, a prescindere dai problemi formali, rischia di essere difficilmente raggiungibile se gli interessi legittimi delle entità coinvolte e rappresentate non trovano una convenienza reciproca.

In altre parole, i Big Data e i Data Lake sono coerenti con la micro e con la piccola dimensione?

Effetti indesiderati della digitalizzazione

Al settore della costruzione e dell’immobiliare la digitalizzazione, contrariamente a una vulgata diffusa, potrebbe riservare, dunque, molti effetti indesiderati, specialmente in virtù delle premesse al ragionamento, qualora non vi fosse tale analisi critica.

O meglio, potrebbe accadere che si insceni una grande «rappresentazione digitale» che miri a rendere palesi alcuni vantaggi primari (ad esempio, inerenti alla coerenza tra gli elaborati), senza che si sia costretti a porre in discussione gli assetti e le strutture consolidati del settore.

Il principale rischio, come in altra occasione evidenziato, concerne, però, la scissione, la separazione, del «prodotto» di cui tradizionalmente il settore si occupa, che è, ovviamente, destinato, nella sua concretezza, a permanere, dai significati inediti che esso acquisisce o che, almeno, abilita.

Per tale motivo, probabilmente occorrerebbe oggi effettuare un percorso inverso, ritornando a comprendere meglio i contenuti del «dato», dopo aver, piuttosto frettolosamente, focalizzato l’attenzione sull’«informazione» e sulla «modellistica».

Non è, infatti, un caso che si riponga, come osservato, molta enfasi sulla nozione di «maturità» digitale, che rivela, seppur intendendo semplicemente misurare il grado di adozione delle prassi digitali, una preoccupazione relativa agli orizzonti di senso per l’ambiente costruito.

Una palese dimostrazione di questa difficoltà è data dalla nozione di «validazione» del dato, che si rifà, naturalmente, a quelle di modello e di struttura dei dati.

A essere investiti sono, dunque, i processi sottesi ai dati e alle qualità di questi ultimi.

Solo anime belle potrebbe non cogliere, del resto, che la dimensione «collaborativa» legata ad ambienti di condivisione, piattaforme transattive ed ecosistemi digitali riguardi potenzialmente la riconfigurazione delle catene del valore e della fornitura, così come la natura di reti che originano condizioni semi-oligopolistiche.

In altre parole, per un settore contraddistinto dalla conflittualità, che è pure antagonismo tra identità diverse, (ri)trovare una autentica convergenza significa, dal punto di vista della digitalizzazione, colmare le transizioni di stato nei flussi informativi che intervengono tra una fase e l’altra della commessa, cioè integrare organizzativamente e giuridicamente gli statuti e le finalità dei differenti attori coinvolti.

Che, poi, questo possa avvenire attraverso formule tradizionali, che prevedono la distinzione e la sequenzialità, o attraverso modalità circolati e partenariali, importa, in effetti, relativamente.

Ambiente costruito e spazio esistenziale: l'utente al centro del sistema

Le questioni che appaiono decisive sono, comunque, tutte riconducibili, per quanto concerne la digitalizzazione, ad esempio, al fatto che le tecnologie legate a sensori e ad attuatori, così come quelle che si riferiscono, ad esempio, alla realtà aumentata, arricchiscono di significati il bene fisico, ma, al contempo, come è ovvio, tendono a mutarlo in profondità.

Da un lato, infatti, esse permettono di rendere, tra le altre cose, sempre più predittiva la manutenzione dei cespiti tangibili (dalle reti di mobilità alle opere idrauliche), spesso giacente in situazioni critiche, ma, dall’altro, in termini di anticipazione, consentono di fare esperienza di luoghi che ancora non esistono nelle diverse varianti (tanto per l’acquisto di un appartamento quanto di apprendimento in uno spazio di lavoro) nonché di instaurare un dialogo continuo tra utente ed edificio o infrastruttura.

Ciò, però, può rimandare alle considerazioni iniziali, relative a una separazione tra contenitori e contenuti, anziché di una loro integrazione, anche perché, oltre a immaginare habitat, città e territori come «sistemi di sistemi», il mercato che si profila all’insegna delle helpful home e dei cognitive building, come scritto ripetutamente, vede il soggetto come oggetto dei margini di profitto e delle istanze di valore, piuttosto che non il cespite, lo stile di vita dell’individuo anziché il ciclo di vita del bene.

È un tema, questo, affrontato ripetutamente in queste colonne che, tuttavia, pare allo scrivente decisivo per comprendere il ruolo che gli operatori tradizionali del settore potranno effettivamente svolgere nell’ambiente costruito.

Attualmente, infatti, per quanto interconnessi, edifici, infrastrutture e reti seguitano a essere percepiti distintamente e singolarmente da parte di coloro che li progettano, realizzano, manutengono, gestiscono, ma il paradigma della integrazione dei sistemi avanza gradualmente, ponendo in relazione le intelligenze da essi generate.

Sono, pertanto, l’identità degli operatori, o perlomeno il loro posizionamento, a essere oggetto della posta in gioco, nella confluenza tra la natura dei «prodotti» e l’essenza del mercato che li genera.

Gli attori del settore e le loro rappresentanze dovrebbero, perciò, iniziare una analisi critica delle prospettive tendenziali, per non assecondare derive inintenzionali: parole come «esperienza», «relazione» e «servizio» iniziano, pertanto, a rivelarsi pesanti, gravide di conseguenze.